Benvenuto 2013, il primo sopravvissuto ad uno dei tanti finali!

E ci risiamo: buon Anno Nuovo a tutti!

Come la stagione delle piogge, le pulizie di primavera, la raccolta dell’uva, la migrazione delle rondini prima dell’inverno, ecco uno dei grandi rituali annuali che avviene quando la Terra compie un giro complete di rivoluzione lungo la sua orbita: l’anno nuovo! Si tratta di un rito perché, in base al tempo storico e alla civiltá o comunitá in considerazione, esistono dei simboli e dei comportamenti ricorrenti utilizzati per marcare tale passaggio importante.

Risulta possibile individuare almeno alcuni degli elementi familiari a ciascun gruppo di individui di una comunitá (piccolo o grande che sia): una danza, un canto, un bicchiere di spumante, un conto alla rovescia, dei fuochi pirotecnici e magari, per i piú materialisti, mangiare un piatto di lenticchie e degli acini d’uva puó assumere il significato di un buon augurio per un prospero anno nuovo. Ci sono persino gli artisti che decidono di utilizzare la propria arte per immortalare il rito in una pittura, una musica, una poesia e tanto altro in modo che a qualcun altro possa risultare utile riprendere il materiale creato per evocare la festa dell’anno nuovo.

E ci si ritrova generalmente a celebrare la transizione fra l’anno vecchio che ci lascia e il nuovo, magari con un brindisi o con un augurio speranzoso, solitario o in compagnia, affinché il futuro porti sempre delle cose migliori del passato.

Il problema è che si tratta di un rito, di una celebrazione momentanea, che purtroppo non ha una funzione risanatoria: non si risolvono I problemi, non si realizzano i sogni, non si ritrova ció che si è perduto, non si avvera ció che si è desiderato… almeno non  ancora o non da un giorno all’altro. Ne consegue il fatto che, una volta terminato il rito – o il festeggiamento, se si preferisce questo rispetto al termine al precedente -, ci si ritrova a fare pressoché le stesse cose del passato con gli stessi problemi, gli stessi turbamenti e le stesse gioie. Eppure vale la pena forse distrarsi per un attimo e prendere parte al rito, almeno per assaporare il senso di un piacevole desiderio speranzoso e per trovare conforto negli abbracci e nelle parole degli altri.

Al lettore, non auguro felicitá, ricchezza, salute e serenitá perché il rito è ora terminato e potrebbero risultare queste solo parole fittizie: non potrei ad ogni modo garantire che non ci saranno dolori, perdite e lacrime. Non faccio ormai nessun augurio. Non è necessario.

Per me quest’anno nuovo comincia con una poesia.

Ricetta di Anno Nuovo
(Carlos Drummond de Andrade, 1902-1987)

Per avere un bellissimo Anno Nuovo
colore dell’arcobaleno, o del colore della sua pace,
Anno Nuovo senza paragone come tutto il tempo già vissuto
(vissuto male o forse senza senso)
Per avere un anno
non soltanto dipinto di nuovo, rammendato in fretta,
ma nuovo nei semi del dover essere,
nuovo fino al cuore delle cose meno percepite
(a cominciare dal tuo io)
nuovo spontaneo, cosí perfetto che non si nota nemmeno,
ma con esso si mangia, si va a spasso,
si ama, si intende, si lavora,
non serve che tu beva champagne
o qualsiasi altro aperitivo,
non è necessario spedire né ricevere messaggi
(le piante ricevono messagi? Spediscono telegramme?).

Non è necessario fare la lista delle buone intenzioni
per archiviarle nel cassetto.
Non è necessario piangere pentito
delle stupidagini fatte
né ingenuamente credere
che per decreto della speranza
da gennaio le cose cambieranno
e tuto sarà luminosità, ricompensa,
giustizia fra gli uomini e le nazioni,
libertà con odore e con gusto di pane del mattino,
diritti rispettati, a cominciare
dal diritto sacro di vivere.

Per avere un anno nuovo
che meriti questo nome,
tu, carissimo, dovrà farlo per meritare,
dovrà rifarlo, so che non è facile,
ma provi, tenti, di forma cosciente.

É dentro di te che l’Anno Nuovo
è appisolato e attende da sempre.

Testo originale

RECEITA DE ANO NOVO

Para você ganhar belíssimo Ano Novo
cor do arco-íris, ou da cor da sua paz,
Ano Novo sem comparação com todo o tempo já vivido
(mal vivido talvez ou sem sentido)
para você ganhar um ano
não apenas pintado de novo, remendado às carreiras,
mas novo nas sementinhas do vir-a-ser;
novo
até no coração das coisas menos percebidas
(a começar pelo seu interior)
novo, espontâneo, que de tão perfeito nem se nota,
mas com ele se come, se passeia,
se ama, se compreende, se trabalha,
você não precisa beber champanha ou qualquer outra birita,
não precisa expedir nem receber mensagens
(planta recebe mensagens?
passa telegramas?)

Não precisa
fazer lista de boas intenções
para arquivá-las na gaveta.
Não precisa chorar arrependido
pelas besteiras consumadas
nem parvamente acreditar
que por decreto de esperança
a partir de janeiro as coisas mudem
e seja tudo claridade, recompensa,
justiça entre os homens e as nações,
liberdade com cheiro e gosto de pão matinal,
direitos respeitados, começando
pelo direito augusto de viver.

Para ganhar um Ano Novo
que mereça este nome,
você, meu caro, tem de merecê-lo,
tem de fazê-lo novo, eu sei que não é fácil,
mas tente, experimente, consciente.
É dentro de você que o Ano Novo
cochila e espera desde sempre.

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