E se Babele non fosse mai esistita? Lost in Translation, per dirlo con la lingua altrui

         lost in translation

          Come tutti gli esseri viventi sulla terra, l’uomo ha un dono innato, una caratteristica della specie, il linguaggio, che consiste nella capacità di produrre segnali, informazioni, semplici e complesse. Nel caso specifico dell’uomo, grazie ad una componente cognitiva (il cervello) e la struttura fisica (l’apparato vocale), è possibile articolare tali informazioni sotto forma di lingua, prima sotto un aspetto non materiale e percettibile nello spazio fisico (il pensiero) e poi sotto forma di materia (il suono, i gesti, la scrittura e le figure). Il linguaggio è fondamentale per tutti gli esseri viventi poiché permette all’individuo di interagire con il mondo esterno. Naturalmente, quanto più complessa è la specie, tanto più articolato sarà il linguaggio, al fine di far fronte a necessità diverse. Nel processo evolutivo, l’uomo ha dovuto sviluppare un linguaggio che potesse far fronte alla vita umana, alla socialità, all’interazione e alla modifica dell’ambiente circostante. Le lingue sono l’estensione del linguaggio, la produzione di questo, la prassi; la loro funzione è quella di ordinare il linguaggio e renderlo pratico ed utilizzabile nella vita di tutti i giorni. Così all’evoluzione dell’uomo si affianca l’evoluzione della lingua dell’uomo che si organizza via via in strutture. La necessità sussistente alla base dell’evoluzione delle lingue è la comunicazione e l’interazione con l’altro. La comunicazione deve essere efficace affinché possa essere riconosciuta come tale, ovvero deve produrre degli effetti: comprensione, risposta, azione.

La scienza del linguaggio rinvia agli studi formali che sono stati fatti nel campo e alla formazione della linguistica. Ferdinand de Saussure è il padre della linguistica moderna. In realtà, a prescindere dalla formalizzazione degli studi, l’uomo è sempre stato il linguista del suo stesso linguaggio. Anzi, ancor prima ancora dell’uomo esisteva già la scienza del linguaggio.
In un libro antichissimo che è diventato la Bibbia della religione cristiana si narra della creazione divina che ebbe luogo per un atto di parola, nominando le cose che creava Dio conferì loro uno statuto ontologico: “E Dio chiamò la luce ‘giorno’ e le tenebre ‘notte’ […] (e) dichiarò il firmamento ‘cielo’”. Successivamente Dio creò gli animali della steppa e i volatili e li condusse all’uomo affinché li nominasse. Inoltre, la Bibbia narra la storia che, per eccellenza, tratta dell’origine delle lingue. Si narra di tempi antichissimi in cui esisteva una sola lingua in tutto il mondo e in cui tutto era evidentemente molto più semplice. Tuttavia, nel corso di un’emigrazione quando la vita seguiva i cicli del nomadismo, gli uomini si fermarono nel paese di Sennaar e pensarono di edificare una città e costruire una torre altissima che arrivasse fino al cielo per raggiungere Dio, l’assoluto. Dio decise di punire l’imperdonabile superbia umana che aveva osato sfidarlo e confuse la lingua di Babele, ovvero dell’umanità, e fu così che nacque la moltitudine linguistica che generò confusione. Per quanto la narrazione sia aperta a varie interpretazioni, una cosa è certa: l’uomo deve aver avuto seri problemi per giungere alla percezione dell’esistenza delle lingue come una punizione divina, una dannazione.

Queste riflessioni sono state messe nero su bianco per segnalare un libro pubblicato nel Settembre 2014 dalla giovanissima Ella Frances Sanders, scrittrice e illustratrice, intitolato Lost in Translation: An Illustrated Catalog of Beautiful Untranslatable Words from Around the World. Si tratta di un libro di parole estrapolate dalle lingue del mondo, parole che si distinguono per unicità e non possono essere tradotte in altre lingue senza il rischio di perdere il significato originale, gli intraducibili, parole che vale la pena conoscere nella lingua originale e magari utilizzarle così come sono.
Fra le numerose parole compare il verbo italiano ‘commuovere’: curioso come con un semplice prefisso il verbo ‘muovere’ riesca a ‘smuovere’ l’intero sistema nervoso, le emozioni.
Fra le straniere appare la famosa saudade portoghese che a volte traduciamo con nostalgia (inglese e italiano in questo caso viaggiano sullo stesso binario) perché più o meno vogliono dire la stessa cosa. Ma come mai le parole non si equivalgono? Semplicemente perché i due gruppi linguistici hanno scelto di utilizzare due termini completamente diversi per esprimere quella sensazione associata alla mancanza di qualcosa o qualcuno. Nostalgia deriva dal composto delle parole dal greco antico νόστος (ritorno) e άλγος (dolore), il ritorno del dolore, percezione (evidentemente negativa poiché dolorosa) della mancanza di qualcuno o qualcosa che un tempo erano stati vicini. Diversamente, per descrivere più o meno la stessa situazione, il gruppo linguistico dei lusofoni, nello stadio di formazione del portoghese moderno, ha deciso di utilizzare due parole per descrivere situazioni leggermente diverse: nostalgia e saudade. La prima è quella di origine latina poc’anzi descritta che descrive un sentimento di tristezza per la mancanza di qualcuno o qualcosa accompagnato da malinconia. Per la seconda, hanno attinto dal latino antico selezionando la parola solitas, solitatis, che in italiano è diventata solitudine (niente a che fare con la nostalgia!), da cui è diventata nella forma arcaica “soedade, soidade e suidade” fino a trasformarsi in saudade. Quest’ultima, condivide la radice col portoghese moderno saúde (salute) e col verbo saudar (salutare, nel senso di congedarsi da qualcuno). Ecco perché rispetto all’italiano nostalgia la saudade è davvero una parola completamente diversa, un sentimento che potrebbe essere associato all’atto di salutarsi, ovvero quel momento di transizione in cui un oggetto o una persona si allontana da noi, provocando un sentimento che coinvolgere lo stato di benessere (o malessere) dell’individuo (appunto, la salute, a saúde). Essa ha poco a che fare con la malinconia.
In letteratura Fernando Pessoa ha scritto:

Saudades, só portugueses

Conseguem senti-las bem,

Porque têm essa palavra

Para dizer que as têm.

La Saudade,

Solo i portoghesi ce l’hanno

Perché hanno una parola

Per dire che ce l’hanno.

Non si tratta solo di un problema dei traduttori professionisti, certamente sarà capitato a tutti di domandarsi “come si traduce/come si dice nella mia lingua” qualcosa che provenisse dalla lingua degli altri e ci si sarà sentiti talvolta insoddisfatti per la resa della traduzione, si avrà avuto la sensazione di aver perso qualcosa nella parola di arrivo. La traduzione è una tecnica di decodificazione e ricodificazione di parole, significati, contenuti e strutture linguistiche, ma non è una scienza esatta, non è matematica benché si basi su teorie; la traduzione non è mai un’equazione, bensì un procedimento, una complessa negoziazione fra le due parti, la lingua di partenza e quella di arrivo. La lingua non è nata per essere tradotta, la traduzione è un bisogno successivo della comunicazione interlinguistica. Nonostante la traduzine sia fondamentale al fine dell’effettiva comunicazione globale, una soluzione al dolore della perdita di significato è semplicemente quella di utilizzare il temine non tradotto, un lecito prestito. Dal punto di vista pratico, non è cosa facile da farsi. Personalmente, mi capita di essere restia all’utilizzo di termini stranieri, provo una sorta di timore di giudizio del mio interlocutore. Credo che utilizzando una parola straniera di cui non trovo equivalente perfetto nella mia madrelingua possa essere preso come un atteggiamento di ostentazione del sapere, una mancanza di umiltà, farsene un vanto, cosa che non è nella mia personalità. Questo avviene non solo in ambito interlinguistico, ma anche in rapporto dell’uso dei dialetti. Escludendo ovviamente i contesti formali i cui l’uso di un determinato registro sia necessariamente richiesto, nel linguaggio colloquiale può capitare pure di essere restii all’uso di parole o espressioni dialettali, per quanto talvolta queste possano essere più adeguate per esprimere determinati concetti, per il timore che il nostro interlocutore possa male interpretare o giungere ad un giudizio negativo sul nostro livello di educazione. Le lingue e i dialetti rappresentano la ricchezza tangibile del linguaggio umano. Tuttavia, la lingua è fatta di schemi sociali, modelli dominanti, preconcetti e stereotipi che ne influenzano comportamenti. La libertà linguistica non bada ai limiti e sfrutta al massimo le risorse.

Il libro di Sanders offre spunti per utilizzare le parole straniere che hanno delle peculiarità nelle loro accezioni, sottolineandone la loro unicità e ricchezza. Un libro pieno di spunti per imparare qualcosa di nuovo.

Articoli consigliati:
Brain Pickings
Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s