Riflessi

     Mezza giornata si era già conclusa, al solito monotona e insoddisfacente. La pioggia lo aveva accolto all’uscita dell’ufficio, ma decise comunque di prendersi il suo tempo per una sigaretta bagnata e per una passeggiata solitaria sotto la pioggia.

Sapeva che avrebbe perso l’autobus delle 17:15 per un pelo, tuttavia il non avere nulla per il resto della giornata gli concedeva il lusso della lentezza. Nessun appuntamento, nessuno che lo aspettasse a casa. Voltando l’edificio vide l’autobus numero tre che evidentemente aveva appena chiuso le porte e si avviava in direzione centro città o qualche altro luogo. Nessun problema, avrebbe fatto il giro dell’isolato un paio di volte per poi ritornare alla fermata e prendere l’autobus successivo.

Alcuni minuti dopo, alla fermata dell’autobus c’erano stranamente poche persone rispetto al solito, ma l’immagine di queste, col volto semicoperto da cappucci conferiva un tono macabro e cupo: gli individui sembravano quasi corpi senza volto che aspettavano un mezzo di trasporto che non sarebbe mai arrivato oppure che li avrebbe portati in un viaggio infinito nel vuoto. Questo gli ricordava per qualche motivo un film che aveva visto tempo fa, anni fa; viveva ancora nella vecchia casetta dietro la ferrovia dei suoi genitori. Così dall’immagine che gli aveva evocato un film, molto probabilmente di bassa produzione, uno di quelli che trasmettevano su qualche rete privata di dieci anni prima,  la sua mente era passata alla casa di famiglia che ormai vedeva come attraverso uno schermo tanto che fini’ col pensare che fra il film e la sua vita passata non ci fosse poi tanta differenza; spettatore in ambo i casi. Ora che ci pensava, anche la scena che adesso aveva davanti agli occhi, quella delle persone incappucciate che attendevano l’autobus sotto la pioggia, pareva di vederla da uno schermo.  Era come se lui non c’entrasse nulla. E chissà chi era il registra di tutto questo, se qualcuno avesse dato delle direttive sui costumi, sui colori utilizzati e sulla disposizione delle persone e degli oggetti nello spazio.

Non che avesse interesse, ma voltandosi in direzione di una ragazza alla sua destra chiese conferma che l’autobus numero tre arrivasse in pochi minuti. Lei disse di sí, come se fosse un dovere.

Quando l’autobus arrivò si mise alla fine della fila per prendersi del tempo per guardare il numero tre dei led luminosi sul lato del mezzo pensando a quanto fosse strano e perfetto: il triangolo, il numero perfetto, la trinità, le tre parche e i tre nipoti di zio Paperone e i tre porcellini dei fratelli Grimm. Girò il volto verso il finestrino dell’autobus per prendersi un po’ di tempo per guardare attraverso il vetro… la sua immagine sdoppiata a causa di uno strano riflesso e l’immagine sdoppiata delle altre persone perché lo incuriosì il fatto che i colori e i riflessi facessero pensare a dieci persone in quell’angolo del bus, invece ce n’erano solo quattro: una donna anziana con un cappello eccentrico, una giovane donna in tuta da ginnastica e capelli rossi legati in modo trascurato, una donna dall’aspetto disordinato con un bambino non chiassoso, lui medesimo e le ombre e i riflessi che sdoppiavano e addirittura moltiplicavano le immagini. Si prese del tempo per immaginare che uno dei suoi riflessi vivesse di vita propria, che si alzasse per premere il pulsante rosso e unto di richiesta di fermata alla terza fila dal guidatore e si fermasse alla fermata del bosco Sempreverde. Da quel luogo avrebbe girato a sinistra e avrebbe inseguito Carla che nervosamente soleva passeggiare per quella viuzza profumata di gelsomini e le avrebbe afferrato il braccio per fermarla e per dirle che le cose sarebbero andate diversamente.

Immaginò che avrebbero fatto 100 passi insieme per poi raggiungere la siepe e voltare a sinistra per stare nel loro luogo segreto e, proprio perché le cose sarebbero andate diversamente, lui non le avrebbe legato la fune al collo, avrebbe invece sussurrato all’orecchio che pensava che tutto sarebbe andato per il meglio. Ma le cose in effetti erano andate diversamente: non ebbero mai un luogo segreto nel bosco e a parte la sua camminata rumorosa per le scarpe viola con i tacchi alti, lui non aveva saputo mai nulla di Carla e non sapeva nemmeno se fosse vissuta veramente o se era un’altro riflesso sul vetro di un autobus che la sua mente aveva animato infuso di vita propria. Tuttavia, si ricordò di quella sera che, tornando a casa, aveva trovato Carla giù al portone di casa, con una gonna rossa e le solite scarpe viola col tacco vertiginoso. Aveva notato i lividi sulle gambe e una cicatrice. In quell’occasione Carla piangeva perché aveva avuto una giornata pesante e aveva assistito ad una scena in cui una persona soffriva e, in lacrime, era andata in un bar per bere qualcosa; lì ella aveva incontrato un uomo che l’aveva picchiata. Era una vittima del male e quella sera lui aveva deciso di stringerla in una scena che ricordava Il Bacio di Hayez, lei quasi abbandonata e lui con un piede sul gradino, pronto per scappare via, come faceva sempre. Quello fu un abbraccio tanto umano da far pensare ad uno scenario di quiete dopo una terribile  tempesta (“Se respirar ti lice/ D’alcun dolor: beata/ Se te d’ogni dolor morte risana”), oppure amore e psiche, il risveglio dopo un sonno pericoloso. Aveva invitato Carla a salire su nel suo appartamento, ma lei come sempre era sfuggita (era lui o lei che sempre sfuggiva?). Così era ritornato a casa solo e si era preso un po’ di tempo per pensare se Carla fosse esistita quella sera oppure no, se si fosse trattato di un abbraccio carnale o un riflesso dei suoi pensieri.

Ad un certo punto, mentre era ancora seduto su uno dei posti dell’autobus numero tre, gli arrivò un messaggio sul cellulare in cui Bianca lo ringraziava della serata fantastica passata assieme e del suo profumo lasciato nel suo letto. Allora pensò che si era distratto nuovamente nell’autobus e aveva sentito lui il bisogno di pensare a Carla e che quest’ultima invece non aveva mai avuto bisogno di lui.

Non del tutto rinsavito dai pensieri precedenti, ora immaginava di essere l’altro se stesso che camminava sulla via dove Carla aveva lasciato i segni dei tacchi e si dirigeva verso il fiume per incontrare l’Albero Parlante. L’albero in questione con le parole del vento che faceva muovere le fronde producendo suoni particolari e nel fruscio lui riusciva sempre a a cogliere parole di senso compiuto. Poche volte succedeva di non percepire nessuna parola sensata in misto di rumori e fruscii, il che lasciava un senso di calma inquietudine: quando questa natura non aveva nulla da dire era come un’interruzione della comunicazione primordiale, un filo interrotto, vi si insidiava un lamento dell’umanità.

Ad un certo punto ritrovò questo senso di inquietudine nell’autobus perché a parte il rumore ferroso del veicolo che procedeva non sentiva nulla, nessun ululare del vento, nessuna foglia, nemmeno il bambino parlava.
Non che avesse interesse, ma chiese alla giovane dall’aspetto trascurato se la prossima fermata fosse la sua, sapeva perfettamente che no, ci volevano ancora due fermate, ma almeno udire la sua voce e la voce di qualcun’altro lo risollevò per un attimo dal malessere dell’inquietudine.
Questa volta vide uno dei riflessi alzarsi e prendere il bambino per mano e pare che questa volta le persone reali si fossero mosse davvero, tanto che madre e bambino erano scomparsi dai loro posto.

Uno scossone gli ricordò della buca che c’era nei pressi della sua fermata che puntualmente faceva rimbalzare l’autobus.
Finalmente arrivò la fermata giusta, scese dall’autobus e si rese conto che pioveva ancora più forte di prima. Perciò allungò il passo e si chiuse rapidamente alle spalle il portone di casa quasi per scappare dalle figure incappucciate, ovvero dai passanti che indossavano un cappuccio per proteggersi dall’acquazzone in corso.
Sul primo gradino trovò la borsetta di pezza malridotta di Carla e capì che era passata da lì anche quella sera. Accanto c’era un fazzoletto sporco di trucco: facile immaginare che anche quella sera era andata lì per parlare con lui e aveva pianto per qualche fatto spiacevole. Però quella sera non aveva trovato lui e doveva essersene andata via sconsolata per la mancanza di quell’abbraccio consolatorio.

Una volta rientrato nel suo appartamento, egli cominciò a pensare di fare nuovamente la valigia e partire; avrebbe lasciato lì Carla e le sue ombre, i suoi riflessi, ma aveva bisogno di partire per trovare altre sfumature di quei riflessi.
Si accorse che aveva una valigia pronta all’ingresso del buio appartamento e allora gli balzò alla mente che quella serata e quei pensieri si erano ripetuti già tante volte. Però solo ora se ne accorgeva e forse proprio questo dejá-vu cosciente lo spinse a prendersi un poco di  tempo per pensare e partire sul serio… questa volta.

Il Bacio, olio su tela di 112 × 88 cm, 1859, Francesco Hayez.
Nota: Post di un testo scritto nel 2012, archiviato in wordpress e ritrovato. Non so se ha senso, ma ho deciso di pubblicarlo poiché parte di questo vecchio preogetto.
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