Il Genocidio dell’Armenia, 1915-2015: storia del tentato annientamento di un popolo

Erevan, Piazza della Repubblica

Erevan, Piazza della Repubblica

24 Aprile 2015, l’Armenia e il Mondo commemorano il Centenario del genocidio armeno, memoriale nazionale istituito nel 1967 durante il dominio sovietico di Tsitsernakaberd, data che segnò una svolta nella storia del Paese. Si tratta di un capito di storia armena che fa ancora fatica a scriversi, si raccolgono con difficoltà i documenti e le testimonianze. Mancano sostanzialmente le rappresentazioni del genocidio armeno, mancano l’iconografia, le rappresentazioni della strage a causa di un’insidiosa e pressante censura. Ufficialmente, fino al 1965 era impossibile parlare del genocidio armeno; ad oggi, non è mai avvenuto un riconoscimento ufficiale del genocidio da parte della Turchia che continua a parlare dei massacri del tempo in associazione agli avvenimenti della Prima Guerra Mondiale e della guerra civile interna, negando ogni tipo di pianificazione del massacro e delle deportazioni sistematiche. D’altra parte sembra che la questione armena sia stata attenuata dalle disastrose conseguenze della partecipazione della Turchia nella Prima Guerra mondiale e delle enormi perdite umane subite. Tuttavia non si tratta di valutare chi abbia patito maggiormente, chi abbia subito maggiori danni, il problema è di mettere in luce la verità della Storia dei Paesi.

Oggi l’Armenia si presenta come una piccola entità repubblicana, abbastanza nuova dal momento che l’indipendenza ufficiale dalla Russia è avvenuta solo nel 1991; tuttavia, essa vanta una storia antichissima, un ricco patrimonio artistico e di tradizioni, uno dei primi paesi cristianizzati, che tuttavia ha faticato a trascinarsi con sé nel corso del tempo a causa delle lotte, dalla distruzione  e delle continue minacce. La maggior parte degli investimenti sono stati concentrati nella capitale, dove risiede la maggior parte della popolazione e una vita culturale abbastanza vivace, fatta di giovani che partecipano attivamente nella politica e nella Storia. Tuttavia, il Paese continua ad affrontare seri problemi, inclusa la questione di alcune zone molto povere. Una parte della comunità degli armeni continua a vivere oggi in Turchia ‘senza far rumore’, mimetizzandosi nel complesso tessuto sociale.

Perché il 24 Aprile? Il 24 Aprile 1915, a Costantinopoli, circa 500 armeni  vennero incarcerati e poi strangolati con il filo di ferro. Nella prima fase del genocidio, il governo turco si concentrò soprattutto sull’eliminazione dell’élite economico-culturale e sui militari armeni, al fine di lasciare la massa della popolazione completamente indifesa e procedere, in un secondo momento e con maggiore facilità, alla distruzione a tappeto. La data di commemorazione fa riferimento all’inizio delle deportazioni degli armeni cristiani come il culmine di perpetuate violenze e discriminazioni del corso dei precedenti anni. L’armenia era ancora sotto il dominio dell’impero turco, mentre nel cuore dell’Occidente si consumava la prima Grande Guerra.

Certamente il massacro degli armeni è stato un tentativo di eliminazione totale della cultura e dell’etnia armena insieme alle comunità di origine greca e assira risiedenti nella stessa area geografica, di ‘purificazione’ del territorio da una presenza non desiderata. Risulta difficile immaginare quello che è realmente successo: donne incinte sventrate, adulti e bambini uccisi, villaggi rasi al suolo. La vita di alcuni dei bambini maschi non ancora in grado di procreare veniva risparmiata, in favore della deportazione in Turchia in cui venivano adottati da nuove famiglie, con l’obbligo di assumere un nuovo nome ed una nuova identità. La storia dei sopravvissuti alla strage è una storia straziante, di non identità, di silenzio forzato. I sopravvissuti hanno portano con loro il lutto, lo shock, la perdita totale della dignità in quanto esseri umani e un pesantissimo fardello di colpa difficile da scrollarsi di dosso.

Di una strage non riesco a nominare le vittime ad uno ad uno, nonostante ciascuna abbia il diritto di essere ricordata oggi, fra le voci culturali soppresse dell’Armenia faccio qui una piccolissima menzione:

  • Una delle primissime vittime di Costantinopoli del 2015, il poeta Daniel Varujan, eminente figura intellettuale dell’epoca in Armenia.
  • Il giornalista di origine armena e di adozione turca Hrant Dink, ucciso nel 2007 da nazionalisti turchi a causa della questione armena, era un giornalista ‘scomodo’, direttore del settimanale turco-armeno “Agos”, aveva scritto troppi articoli che parlavano dei diritti dei curdi e del massacro degli armeni.
  • Padre Komitas (nato Soghomon Gevorki Soghomonyan, 1869-1935) è stato un religioso, compositore, musicista e musicologo armeno, considerato il padre della musica moderna armena. Egli perse la ragione nel 1915 dopo aver visto con i suoi occhi il genocidio, esser stato imprigionato e, successivamente, liberato grazie all’aiuto del poeta turco Emin Yurdakul Mehed.

La storia delle donne del genocidio risulta ancora più complessa e difficile da esporre alla luce del sole. La scrittura delle donne, la loro voce e le loro testimonianze hanno fatto più fatica ad insinuarsi nella società e ad essere riconosciute. Oltre ad essere uccise al fine di non procreare, le donne potevano essere deportate e diventare concubine o prostitute dei nemici. Alcune di loro portavano dei marchi sul volto o su altre parti visibili del loro corpo, un tatuaggio della bandiera arabo-turca, il simbolo del disonore, della vergogna e della deturpazione corporea. La vita di donna sopravvissuta al genocidio doveva essere un vero e proprio inferno, nessun riscatto avrebbe potuto mai riportare la dignità perduta. Dei tatuaggi e dei segni della vergogna femminile ne ha parlato Suzanne Khardalian, regista di origini armene, con il suo debutto cinematografico I Tatuaggi delle donne. Tuttavia, è importante ricordare che la struttura sociale armena ai tempi del genocidio era notevolmente avanzata, che donne e uomini godevano degli stessi diritti e che la donna armena era alfabetizzata, colta. Riprendendo le parole della scrittrice di origini armene e residente in Italia, Antonia Arslan, il livello culturale ha aiutato le donne  a capire “la necessità di salvare i libri antichi di casa, poiché gli armeni possedevano una quantità di manoscritti miniati medievali. Le donne capiscono che non devono salvare solo i figli, ma se possono anche un libro o due”.

Come è avvenuto più volte nel corso della storia, quando avvengono dei disastri massicci, come dei genocidi, delle deportazioni massicce, la detenzione organizzata nel campi di concentramento, si presentano alcune problematiche cruciali, fra cui la responsabilità delle azioni, nonché la condannabilità e l’imputazione di una pena, questione alla quale si affianca il ruolo dei Paesi vicini. La posizione delle potenze europee nei confronti della questione armena è sempre stata piuttosto schiva, lontana, dando quasi una sensazione di ‘non voler impicciarsi troppo nei fatti degli altri’. Avvenimenti di tale portata generano un senso di timore ed un atteggiamento di chiusura e protezionismo. L’esporsi, il giudicare, il valutare potrebbero perturbare gravemente gli equilibri e gli accordi delicati su cui si reggono i rapporti delle potenze del mondo. A parte qualche blanda manifestazione di giustizia e qualche breve processo che ha portato alla condanna di un numero irrisorio di individui, manca un processo paragonabile a quello di Norimberga nel caso gel genocidio ebreo.

La mancanza della trascrizione di questi avvenimenti ha causato un disordinato mescolarsi di storia e memoria in un intrigato sistema di verità e mezze verità, nonché rielaborazioni e ricostruzioni frammentarie fra testimonianze e segnali. Sullo scenario mondiale ha certamente influenzato il ruolo marginale della storia di alcuni paesi ‘minori’e la scarsa considerazione di questi.

Ad ogni modo, non ammettere il genocidio, far finta che non sia mai avvenuto, ignorare, equivale a compierlo per la seconda volta.

Il 24 Aprile è data della memoria di una strage ma dovrebbe essere anche la data del riscatto e della rinascita, per quanto si possa fare fatica a tirar fuori con energia quest’ultima positività. Cento anni dopo, a pochi passi dall’Armenia, si compie genocidio siriano, si decapitano i cristiani, l’ISIS agisce senza pietà. Potrà anche sembrare la solita frase ripetitiva, ma è increscioso dover constatare, ancora una volta, che l’umanità non ha imparato (o non sa imparare, oppure si rifiuta di farlo) dagli errori/orrori del passato.

Non ho scritto questo post con l’attitudine dell’esperto di Storia Armena, anzi, ho voluto documentarmi per raccogliere alcune informazioni e continuerò a documentarmi per conoscerne di più. Sono venuta a conoscenza del fatto che oggi a Yerevan è possibile visitare un moderno museo con un’esposizione e un archivio digitalizzato sul genocidio del popolo armeno.

Oggi la musica contemporanea commemora e celebra l’Armenia con un brano, 100 Years, composto da Serj Tankian, artista e cantante del gruppo metal System of a Down, e John Psathas, musicista neozelandese di origini greche.

Condivido alcuni dei titoli di una bibliografia essenziale che ho trovato interessanti:

Aramu A., Mazzone A., Micalessin G., R. Schiavone, Il Genocidio Armeno: 100 anni di silenzio, 2015.

Amabile F., Tosatti M., Mussa Dagh: Gli Eroi Traditi, 2003.

Rosselli A., L’Olocausto Armeno, 2007.

M. Anhert, Le Rose di Ester. Una Madre Racconta il Genocidio Armeno, 2008.

Flores, M., Il Genocidio degli Armeni, 2006.

A. Arslan, La Strada di Smirne, 2009.

Link

The Armenian Genocide Museum

Discover Armenia, il Genocidio 

Daniel Varujan, Poesia dell’Armenia, Il Canto del Pane

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5 thoughts on “Il Genocidio dell’Armenia, 1915-2015: storia del tentato annientamento di un popolo

  1. Pingback: 24 Aprile, 101 anni dopo il Genocidio armeno | Translature

    • Grazie Alessandra, scrivere articoli in questo periodo (e anche leggerli, purtroppo) è un’ardua impresa, ma ci tenevo che fosse pubblicato sul mio spazio, Translature, nella giusta data. Buona giornata! 🙂

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  2. Pingback: Cose belle da leggere #1 | LIBRI NELLA MENTE

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