Dalla realtà alla poesia e viceversa: Tabaccheria, una poesia di Álvaro De Campos

L’altro giorno sfogliavo fra le ultime novità digitali pubblicate sul blog della RAI dedicato alla letteratura e ho trovato un breve articolo associato ad un video che credo non sia più disponibile negli ultimi giorni. Ad ogni modo, credo si trattasse di una piccola parte di un’intervista ad Antonio Tabucchi qualche anno prima della sua morte – la cui voce ascolto sempre molto volentieri-  in cui egli rivela una personale esperienza a proposito di come la lettura di una poesia e l’attrazione per quest’ultima abbia dato inizio al suo immenso interesse per la lingua portoghese e abbia aperto il passaggio verso quello che sarebbe avvenuto successivamente nella sua vita (gli studi, la borsa di studio e il conseguente trasferimento in Portogallo). In questo scenario si comprende come la poesia citata, di cui fatale fu il casuale incontro, sia stata un punto cruciale di inizio -sebbene non la causa di tutto- e un elemento di grande importanza nello sviluppo degli eventi successivi. La poesia in questione è stata scritta da Álvaro De Campos, uno degli eteronimi del grandissimo artista portoghese del Novecento Fernando Pessoa, intitolata Tabaccheria.

Oggi rileggo la poesia e la ripropongo in questo spazio dopo un’introduzione fatta da parole in libertà. Queste riflessioni nascono perché, mentre ascoltavo la voce di Tabucchi e quello che egli raccontava, mi sono ricordata che per me le cose sono andate diversamente. Non fu Fernando Pessoa bensì Antonio Tabucchi. Dovevo aver avuto circa quattordici o quindici anni e tutto quello che sapevo del Portogallo consisteva nella sua collocazione geografica (vicino la Spagna…) e poco più; anzi, niente più. Mentre cercavo nuove letture, mi capitò fra le mani un libro di Tabucchi che si trovava su uno degli scaffali dei libri di mio padre intitolato Sostiene Pereira e che apprezzai tantissimo ma che, per ovvi motivi, non credo fui in grado di comprendere. Ciononostante, direi che al tempo pure compresi il libro a modo mio, e mi piacque, tanto.  Giocò a mio favore la scorrevolezza della sintassi e la discreta semplicità del discorso di Tabucchi, quel suo scrivere per raccontare dei fatti ambientati nella Lisbona del 1934 in clima europeo fra le due guerre mondiali e durante la dittatura portoghese salazarista (Non conoscevo la Storia e poi, chi era mai Salazar?). Compresi dunque che il libro parlava di un giornalista che si occupava della rubrica culturale di un quotidiano della capitale portoghese. Di Pereira mi rimase impresso quel senso di composta solitudine in cui viveva, rimasto vedovo, e la necessità della scrittura, il bisogno di scrivere per essere. Ricordo anche che nel corso della lettura imparai a sentire di tanto in tanto il sapore dell’omelette e quel senso di freschezza del sorso di limonata (il pasto solito del protagonista Signor Pereira). Pereira decide di contattare un giovane giornalista dopo aver letto un suo articolo e gli offre una collaborazione con l’incarico di scrivere i necrologi di soggetti influenti. Ben presto si srotola l’identità sovversiva del giovane giornalista la cui scrittura è scomoda, avversa al potere dittatoriale, pericolosa e perseguibile dalla spietata censura (PIDE, all’epoca non mi dicevano nulla queste lettere).

Quello per me fu un inizio e, chissà, forse un incontro analogo a quello che avvenne fra Tabucchi e Tabaccheria. Innanzitutto, l’attrazione per i nomi stranieri di una lingua che non conoscevo: Pereira, che poi seppi indicare l’albero del pero, il cognome del protagonista del libro di cui ignoravo il riferimento al mondo vegetale. In secondo luogo:  Lisbona; solo anni dopo avrei letteralmente divorato Lisbona in un breve ma intensissimo viaggio che bramavo da tempo, immortalandone ogni simbolo sia nella mia memoria che attraverso della mia macchinetta fotografica digitale; avrei apprezzato il profumo del mare, il gusto dei suoi sapori, avrei ritrovato i miei riferimenti letterari preferiti (luoghi, statue e altro) avrei scrutato i segni che potevano evidenziare le problematiche di un Paese europeo economicamente debole e in crisi (perché il Portogallo è ‘povero’ se ‘ricco’ di tutto questo? un po’ come l’Italia…); avrei sentito il ritmo della modernità e dei giovani  nella Baixa con i suoi locali e con la vibrante vita notturna; avrei acchiappato parole nuove e accenti locali della capitale.

Includo di seguito una piccola galleria fotografica per rievocare quelle che probabilmente furono alcune delle prime immagini che Tabucchi vide da giovane studente in un paese straniero.

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Lascio eventualmente ad un’altra occasione le mie considerazioni sul libro Sostiene Pereira e ritorno alla poesia. Anni dopo la lettura del libro di Tabucchi mi ritrovai fra le mani proprio i versi Tabaccheria di Pessoa e fu uno di quelli che considero una sorta di ‘colpo di fulmine’ letterario. Ho sovente la presunzione (ironicamente, sia chiaro) di affermare che i poeti e gli scrittori mi abbiano dedicato certi scritti che amo, se non altro perché non si spiegherebbe altrimenti la perfezione con cui riescono a descrivere le sensazioni e le esperienze che anche io riesco a provare in prima persona. La cosa che mi colpì immediatamente fu il senso profondamente umano che emerge dal versi liberi in cui il poeta si abbandona a riflessioni intime in merito a quello che potrebbe essere riassunto in poche parole nel modo seguente: l’essenza della vita, chi siamo, cosa facciamo (o cosa pensiamo) e dove andiamo.

L’incipit della poesia è una completa negazione che paradossalmente serve al poeta per  asserire la percezione del proprio essere (l’affermazione attraverso la negazione): Non sono niente./Non sarò mai niente./Non posso voler essere niente;e tuttavia il poeta ha in sé tutti i sogni del mondo, l’aspirazione all’infinito e all’immortalità. L’io poetico che parla così delinea la figura dell’inetto novecentesco, inadatto alla vita, antieroe, per il quale la poesia in questione rappresenta uno sfogo, un momento personale per poter filosofeggiare fra le quattro mura dalla sua stanza (che simboleggiano la propria identità, lo spazio personale in cui potersi muovere, la dimensione dell’io divisa fra realtà e sogno, ovvero anima e corpo) guardando attraverso la finestra che lo collega con il mondo esterno e sostanzialmente reale (o quello che si presenta come la realtà) e da cui vede una tabaccheria dove si svolge inesorabilmente il quotidiano, il comune. A parlare è l’io poetico, un disilluso nichilista che non trova attorno a sé nessun punto di appoggio, nessuna certezza né riferimento, pertanto preferisce buttarsi nello sconforto e nella disperazione. In fondo, qualunque cosa egli volesse fare, si ritroverebbe come tutti a bordo di una carrozza guidata dal Destino attraverso la strada che porta al nulla (oppure all’assoluto). Destino è evidentemente un disegno superiore alla volontà e alla dimenzione umana; inevitabile è pure in questo passaggio l’eco dantesco e il trasporto delle anime sulla barca di Caronte. Il suo filosofeggiare è tuttavia doloroso, a nulla serve la poesia (versi inutili) ma, nonostante ciò, egli si abbandona alla scrittura con una grafia rapida, poiché comunque rimane un poeta, per dar sfogo al flusso di coscienza senza freni. I versi procedono alternando negazioni ed affermazioni e il lettore accompagna la poesia come se stesse camminando su un pavimento irregolare in movimento e non riuscisse a proseguire per una retta via.

Significativa è la strofa in cui il poeta vede davanti a sé una bambina (evidente simbolo di innocenza e purezza) nell’atto di mangiare una cioccolata in un modo in cui lui stesso, il poeta, non potrebbe ormai più fare poiché, adulto e corrotto dal male del vivere, non saprebbe più in grado di godere del dolce sapore e non troverebbe alcun piacevole conforto. La cioccolata ha metaforicamente la stessa funzione delle religioni che tentano di addolcire l’amaro della morte, onnipresente e inquietante, la paura maggiore dell’uomo, per quanto c’è chi preferisce negarlo. Il poeta immagina che la vita si svolga esattamente come uno spettacolo teatrale e che le azioni abbiano luogo su un palcoscenico, davanti agli occhi degli altri (il riferimento classico shakespeariano è inevitabile). Però pare che egli abbia indossato il domino sbagliato, ovvero la maschera errata (per domino qui si intende la maschera che copre gli occhi e parte del volto), e che gli spettatori lo abbiano confuso con qualcun altro. Una volta persa la maschera e la consapevolezza di essere quello che credeva (che non coincide con quello che gli altri ritenevano), il poeta è completamente smarrito, non ha idea di chi sia e non gli rimane altro che rintanarsi nello spogliatoio (dietro le quinte dello spettacolo), lontano dagli occhi degli spettatori, proprio come un outsider senza identità definibile, un esule senza luogo di appartenenza.

Perfetta è la descrizione della condizione dell’umanità nell’era postmoderna; c’è chi vive fra fra le forze contrastanti del disordine e dell’ordine perverso che i totalitarismi cercano di imporre, c’è l’abitante delle colonie e delle ormai ex-colonie che lotta per il diritto di libertà e dell’identità liberandosi dall’annoso potere straniero e dalle imposizioni culturali. Emerge dai versi la problematica dell’identità, di come questa possa risultare dalla complessa combinazione di agenti conflittuali. Chi meglio di Pessoa avrebbe potuto parlare di identità, proprio lui che si creò numerosi eteronimi e semi-eteronimi (molteplici versioni di sé stesso) per poter scrivere?

La poesia termina con un richiamo alla realtà: la tabaccheria riporta il poeta al presente tangibile (senza metafisica), uno scambio di gesti comuni fra il tabaccaio e un cliente, la conclusione di un acquisto (L’uomo è uscito dalla Tabaccheria – infilando il resto nella tasca dei pantaloni?) e un saluto.  È proprio il cliente che con uno sguardo a distanza risveglia il poeta dal sogno metafisico e dal suo filosofeggiare e quest’ultimo lo riconosce, lo chiama persino per nome. È possibile che lo scambio di sguardi avvenga a quella distanza (il poeta è infatti ancora nella sua stanza)? Oppure si tratta ancora una volta di un’elaborazione mentale del poeta? Realtà e sogno rimangono aggrovigliate.

E infine in padrone della tabaccheria sorride, nel modo più semplice e comune di un gesto quotidiano, ignaro dei pensieri contorti che si agitano nella mente del poeta.

In un’altra intervista Tabucchi afferma quanto segue, riprendendo le parole di Pessoa nel Libro dell’Inquietudine (A minha pátria é a língua portuguesa”): : “La lingua è la nostra patria, quel ‘dentro’ cui noi viviamo, dentro questo linguaggio, questa lingua. Se questo involucro -questa placenta- si rompesse, noi forse non sapremmo neanche più chi siamo.” DISORIENTAMENTO.

La mia patria è la lingua italiana ma mi diletto nel visitare le altre lingue.

Ecco i versi Tabacaria di seguito in versione italiana.

Tabaccheria

Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.
Finestre della mia stanza,
della stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è
(e se sapessero chi è, cosa saprebbero?),
vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente,
su una via inaccessibile a tutti i pensieri,
reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,
con il mistero delle cose sotto le pietre e gli esseri,
con la morte che porta umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,
con il Destino che guida la carretta di tutto sulla via del nulla.

Oggi sono sconfitto, come se conoscessi la verità.
Oggi sono lucido, come se stessi per morire,
e non avessi altra fratellanza con le cose
che un commiato, e questa casa e questo lato della via diventassero
la fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata
da dentro la mia testa,
e una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell’avvio. 

Oggi sono perplesso come chi ha pensato, trovato e dimenticato.
Oggi sono diviso tra la lealtà che devo
alla Tabaccheria dall’altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,
e alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.

Sono fallito in tutto.
Ma visto che non avevo nessun proposito, forse tutto è stato niente.
Dall’insegnamento che mi hanno impartito,
sono sceso attraverso la finestra sul retro della casa.
Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.
Ma là ho incontrato solo erba e alberi,
e quando c’era, la gente era uguale all’altra.
Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A che devo pensare?
Che so di cosa sarò, io che non so cosa sono?
Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose!
E in tanti pensano di essere la stessa cosa che non possono essercene così tanti!
Genio? In questo momento
centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me,
e la storia non ne rivelerà, chissà?, nemmeno uno,
non ci sarà altro che letame di tante conquiste future.
No, non credo in me.
In tutti i manicomi ci sono pazzi deliranti con tante certezze!
lo, che non possiedo nessuna certezza, sono più sano o meno sano?
No, neppure in me…
in quante mansarde e non-mansarde del mondo
non staranno sognando a quest’ora geni-per-se-stessi?
Quante aspirazioni alte, nobili e lucide -,
sì, veramente alte, nobili e lucide -,
e forse realizzabili,
non verranno mai alla luce del sole reale né troveranno ascolto?

Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.

Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
anche se non ci abito;
sarò sempre quello che non è nato per questo;
sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità;
sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
e ha cantato la canzone dell’Infinito in un pollaio,
e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.
Credere in me? No, né in niente.

Che la Natura sparga sulla mia testa scottante
il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli,
e il resto venga pure se verrà o dovrà venire, altrimenti non venga.
Schiavi cardiaci delle stelle,
abbiamo conquistato tutto il mondo prima di alzarci dal letto;
ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,
ci siamo alzati ed esso è estraneo,
siamo usciti di casa ed esso è la terra intera,
più il sistema solare, la Via Lattea e l’Indefinito.

(Mangia cioccolatini, piccina; mangia cioccolatini!
Guarda che non c’è al mondo altra metafisica che i cioccolatini.
Guarda che tutte le religioni non insegnano altro che la pasticceria.
Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi io mangiare cioccolatini con la stessa concretezza con cui li mangi tu!
Ma io penso e, togliendo la carta argentata, che poi è di stagnola,
butto tutto per terra, come ho buttato la vita.
Ma almeno rimane dell’amarezza di ciò che mai sarà
la calligrafia rapida di questi versi,
portico crollato sull’Impossibile.
Ma almeno consacro a me stesso un disprezzo privo di lacrime,
nobile almeno nell’ampio gesto con cui scaravento
i panni sporchi che io sono, senza lista, nel corso delle cose,
e resto in casa senza camicia.

(Tu, che consoli, che non esisti e perciò consoli,
Dea greca, concepita come una statua viva,
o patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta,
o principessa di trovatori, gentilissima e colorita,
o marchesa del Settecento, scollata e distante,
o celebre cocotte dell’epoca dei nostri padri,
o non so che di moderno – non capisco bene cosa -,
tutto questo, qualsiasi cosa tu sia, se può ispirare che ispiri!
Il mio cuore è un secchio svuotato.
Come quelli che invocano spiriti invoco
me stesso ma non trovo niente.

Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con assoluta nitidezza.
Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le vetture passare,
vedo gli esseri vivi vestiti che s’incrociano,
vedo i cani che anche loro esistono,
e tutto questo mi pesa come una condanna all’esilio,
e tutto questo è straniero, come ogni cosa.
Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto,
e oggi non c’è mendicante che io non invidi solo perché non è me.
Di ciascuno guardo i cenci e le piaghe e la menzogna,
e penso: magari non ho mai vissuto, nè studiato, nè amato, nè creduto
(perché si può creare la realtà di tutto questo senza fare nulla di tutto questo);
magari sei solo esistito, come una lucertola cui tagliano la coda
e che è irrequietamente coda al di qua della lucertola.

Ho fatto di me ciò che non ho saputo,
e ciò che avrei potuto fare di me non l’ho fatto.
Il domino che ho indossato era sbagliato.
Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.
Quando ho voluto togliermi la maschera,
era incollata alla faccia.
Quando l’ho tolta e mi sono guardato allo specchio,
ero già invecchiato.
Ero ubriaco, non sapevo più indossare il domino che non mi ero tolto.
Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba
come un cane tollerato dall’amministrazione
perché inoffensivo
e scrivo questa storia per dimostrare di essere sublime.
Essenza musicale dei miei versi inutili,
magari potessi incontrarmi come una cosa fatta da me,
e non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria qui di fronte,
calpestando la coscienza di esistere,
come un tappeto in cui un ubriaco inciampa
o uno stoino rubato dagli zingari che non valeva niente.

Ma il padrone della Tabaccheria s’è affacciato sulla porta e vi è rimasto.
Lo guardo con il fastidio della testa piegata male e con il disagio dell’anima che sta intuendo.
Lui morirà ed io morirò.
Lui lascerà l’insegna, io lascerò dei versi.
A un certo momento morirà anche l’insegna, e anche i versi.
Dopo un po’ morirà la strada dove fu stata l’insegna,
e la lingua in cui furono scritti i versi.
Morirà poi il pianeta che gira in cui tutto ciò accadde.
In altri satelliti di altri sistemi qualcosa di simile alla gente
continuerà a fare cose simili a versi vivendo sotto cose simili a insegne,
sempre una cosa di fronte all’altra,
sempre una cosa inutile quanto l’altra,
sempre l’impossibile, stupido come il reale,
sempre il mistero del profondo certo come il sonno del mistero della superficie,
sempre questo o sempre qualche altra cosa o nè una cosa né l’altra.

Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),
e la realtà plausibile improvvisamente mi crolla addosso.
Mi rialzo energico, convinto, umano,
con l’intenzione di scrivere questi versi per dire il contrario.
Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli
e assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.
Seguo il fumo come se avesse una propria rotta,
e mi godo, in un momento sensitivo e competente
la liberazione da tutte le speculazioni
e la consapevolezza che la metafisica è una conseguenza dell’essere indisposti.

Poi mi allungo sulla sedia
e continuo a fumare.
Finché il Destino me lo concederà, continuerò a fumare.
(Se sposassi la figlia della mia lavandaia
magari sarei felice.)
Considerato questo, mi alzo dalla sedia.
Vado alla finestra.
L’uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilando il resto nella tasca dei pantaloni?).
Ah, lo conosco: è Esteves senza metafisica.
(Il padrone della Tabaccheria s’è affacciato all’entrata.)
Come per un istinto divino Esteves s’è voltato e mi ha visto.
Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l’universo
mi si è ricostruito senza ideale ne speranza, e il padrone della Tabaccheria ha sorriso.

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