Chinua Achebe e la definizione della letteratura postcoloniale in Nigeria

“If the philosophical dictum of Descartes—I think, therefore I am—represents a European individualistic ideal, the Bantu declaration—umuntu ngumuntu ngabantu—represents an African communal aspiration: a human is human because of other humans. Our humanity is contingent on the humanity of our fellows. No person or group can be human alone. We rise above the animal together, or not at all. If we learned that lesson even this late in the day we would have taken a truly millenial step forward.”

“Se il detto filosofico di Cartesio —Cogito ergo sum— rappresenta il concetto ideale europeo di individualità, l’affermazione in lingua Bantu —umuntu ngumuntu ngabantu— rappresenta un concetto di ideale comune africano: l’essere umano è umano in quanto esistono altri esseri umani. La nostra umanità si definisce in relazione ai nostri simili. Nessun individuo e nessun gruppo può definirsi umano se considerato singolarmente. Insieme ci distinguiamo dagli animali, oppure siamo uguali ad essi. Trarre un insegnamento da ciò sarebbe una vera pietra miliare, persino ai giorni nostri”.

Dal discorso di Chinua Achebe nel 1991, World Bank Presidential Lecture Africa is People; pubblicata nel 2010 nella collezione The Education of a British-Protected Child.

chinuaL’asserzione in alto di apertura forse riassume il cuore dell’idea centrale del lavoro di Chinua Achebe durante la sua vita di artista: l’assoluto non esiste: nel bene e nel male, il mondo possiede un dualismo intrinseco (almeno un dualismo, in realtà si tratta di un pluralismo), l’uomo esiste in quanto esistono altri uomini: se c’è un dio ce ne sarà un altro, se c’è un punto di vista ce ne sarà necessariamente un altro. Ridurre il tutto all’unità, all’uguale, significa andare violentemente contro natura, uccidere ciò che esiste. La differenza è in natura, è una ricchezza. Inoltre, Achebe fornisce l’alternativa all’Occidente, fa conoscere l’altro ai suoi lettori.

Chinua Achebe nasce il 16 novembre del 1930 nel villaggio Igbo di Ogidi. Nonostante i genitori siano stati convertiti al cristianesimo, in famiglia si continuano a rispettare le tradizioni antiche scandite dai rituali religiosi locali. Il primo autore di una completa biografia dello scrittore, Ezenaa-Ohaeto, ha descritto il contesto culturale in cui Chinua Achebe è cresciuto come un incrocio di culture in una Nigeria ancora pienamente coloniale e frammentata in gruppi eterogenei, dove regna un’atmosfera impregnata di antiche tradizioni locali e di influenze della cultura inglese coloniale dominante. È inevitabile il carico delll’influenza dell’ambiente circostante sul giovane Achebe e la pressione esercitata da un lato dalla tradizione, dall’altro dalla cultura importata europea. Achebe impara l’inglese a scuola, dunque è la sua seconda lingua, e riceve un’educazione in scuole religiose locali dipendenti direttamente dal potere inglese, distinguendosi fin dall’inizio come uno studente volenteroso con promettenti doti nell’arte della scrittura, cominciando presto a coltivare l’amore per le biblioteche come luogo di cultura e per i libri. Prosegue gli studi in una delle prime università africane istituita a Ibadan, la University College, che inizialmente dipendeva anch’essa direttamente dalla Corona inglese, e dove si specializza in inglese. Dopo aver conseguito la laurea, Achebe comincia una carriera presso l’azienda radiotelevisiva nigeriana NBC (dipendente dalla BBC inglese), e prosegue l’attività di scrittore, saggista, poeta, critico ed editore e ambasciatore e portavoce della Nigeria.

Ben presto capisce che i libri che aveva letto e a cui aveva avuto più facile accesso, ovvero i libri scritti dagli europei, parlano di un’Africa e di popolazioni africane che lui non solo fatica a riconoscere, ma a cui rifiuta di appartenere. Da quel momento comincia il suo peculiare percorso di intellettuale, definendo i tratti di una letteratura tipicamente africana, non esitando a criticare la scrittura occidentale (celebre diventerà la diatriba nei confronti della scrittura di Conrad la cui attitudine egli considera piuttosto razzista e limitata), nonché  a rivoluzionare il sistema educativo africano basato sulla dipendenza del potere coloniale. Nonostante il rifiuto dell’Occidente, egli non abbandona la lingua inglese, per quanto sia una delle imposizioni più invadenti, che egli considera una potentissima arma e che rimodella a modo suo per parlare della sua terra e della sua cultura (“Language is a weapon and we use it, and there’s no point in  fighting it.”)

Achebe non ha mai esitato ad utilizzare i termini più crudi per riferirsi al colonialismo come la massima forma di potere totalitario, alla violenza di quest’ultimo su ogni aspetto della vita politica e sociale, ma non ha neppure risparmiato la critica al processo di decolonizzazione, al fallimento dei nuovi governi e alla dilagante corruzione in epoca neo-coloniale. Per certi versi, il suo linguaggio nudo e crudo ha potuto talvolta fornire un appiglio agli occidentali per rafforzare gli stereotipi africani, il suo discorso sul mal-governo, sui favoritismi, le accettazioni di denaro in cambio dei rifiuti da smaltire nei territori africani e tanto altro. Tuttavia Achebe ricorda che il fallimento della democrazia nella decolonizzazione è l’inevitabile risultato della mancanza di un modello che l’Occidente credeva di aver dato ai popoli colonizzati ma che il colonialismo aveva pesantemente continuato a negare nel modo più assoluto. Un modello di governo non può arrivare dall’Europa, anzi, Achebe ricorda che in alcune zone dell’Africa esistevano dei modelli di democrazia ben strutturati e giusti prima del colonialismo e che potrebbero fornire degli ottimi esempi, se solo si ponesse maggiore attenzione allo studio del pre-coloniale. Un rimedio per Achebe consisterebbe nell’imparare: bisognerebbe cercare di imparare tutto dall’inizio, con l’attitudine di un bambino, ovvero con quella assoluta flessibilità che si tende a perdere in età adulta e con il passare degli anni; la cultura deve essere costantemente giovane per poter funzionare. Non a caso, Chinua Achebe ha dedicato proprio una parte della sua carriera a scrivere storie per bambini, facendo tesoro della sua esperienza personale in quanto padre e nonno, sottolineando l’importanza del raccontare storie e stimolare la capacità di inventiva.

Non mi soffermo qui sui particolari biografici e bibliografici dello scrittore, che sono facilmente reperibili sul web, ricordo però che nel 2013 Chinua Achebe abbandona questa terra lasciando l’Africa orfana del padre della sua letteratura, appellativo che gli era già stato dato quando era in vita e che egli non amava particolarmente. Certo, in fondo Achebe è stato uno scrittore nigeriano che ha scritto principalmente a proposito della Nigeria e della sua gente, gli Igbo –che rappresentano solo una piccola parte della variegata Nigeria- , perché dunque padre della letteratura dell’intero continente (e anche della letteratura postcoloniale, per certi versi)? L’Africa è un continente enorme che si estende su un’ampissima fascia di latitudine, inglobando molteplici territori, habitat, un’enorme variazione di flora e fauna,  civiltà a popolazioni, centinaia di lingue e altrettante sfaccettature; l’Africa è stata colonizzata da più popolazioni europee ed è stata politicamente governata e divisa in centinaia di diversi sistemi; come ha fatto dunque Achebe a rappresentare tutto questo? Chinua Achebe è riuscito a cogliere certamente l’anima del continente Africano, della ferita del colonialismo e delle sofferenze del neocolonialismo e a trasformare tutto questo in arte, in scrittura. Ma non solo. Egli si è guardato sempre attorno con interesse e il suo occhio artistico e scrutatore ha prestato attenzione all’inadeguatezza del mondo nei contesti più svariati: la guerra e il conflitto sotto un aspetto economico e politico, ma anche l’inquinamento, il razzismo, il non rispetto nei confronti degli esseri viventi e dell’ambiente; insomma tutto ciò che esiste e che rende la vita su questo pianeta difficile e che non permetterà mai all’uomo di godere della piena felicità. Chinua Achebe non ha scritto solo per l’Africa, egli ha scritto e ha parlato anche dell’umanità, ha scritto per tutti. Leggere le storie degli Igbo ambientate in Nigeria significa non solo conoscere la Nigeria da una prospettiva intera (quella appunto dell’autore) come nessuno scrittore europeo potrebbe mai fare, bensì anche aprire gli occhi sul mondo.

achebe

Link consigliati:

La scomparsa di Chinua Achebe, La Stampa

Chinua Achebe, Bio

Intervista a Chinua Achebe e l’arte del romanzo

Chinua Achebe, articoli in Italiano dal Blog Parole d’Africa

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