Ora, il presente

Premessa di MarianTranslature: quello che segue è stato ispirato da un sogno. Non so esattamente chi siano i personaggi. Il narratore parla in prima persona ed è una donna, LEI, e il suo compagno (non so se i due siano sposati o meno) è LUI; entrambi sono protagonisti di alcune vicende. Non mi sono posta il problema di cercare dei nomi. 

Lui aveva ancora in mano dei fogli che dovevano essere il contratto d’affitto sigillato da poco e ci erano appena state consegnate le chiavi del nuovo appartamento al piano terra; eravamo entrati e stavamo cominciando a familiarizzare con l’ambiente. Era un nuovo spazio per quella che, ci si augurava, sarebbe stata una nuova vita. Gli ultimi due anni erano stati pieni di sacrifici, di rinunce, di duro lavoro, di imprevisti e cambi di programma. Sognavamo da tempo di ritrovare un nostro spazio per ricominciare e per ripartire da dove tutto si era interrotto bruscamente, cercando di recuperare almeno parte di ciò che era andato perduto.  L’appartamento lo avevamo naturalmente già visitato prima della formulazione del contratto ma, in verità, non avevamo prestato troppa attenzione ai dettagli. Avevamo avuto una certa urgenza nel trasferirci. La zona in cui era ubicato il palazzo era decente, non sembrava eccessivamente pericolosa né in degrado; l’appartamento di per sé offriva uno spazio decente sebbene non fosse per nulla nuovo né rifinito, ma questo fu sufficiente per bloccare l’offerta e togliere la proprietà dal mercato, il resto sarebbe venuto dopo. Avevamo bisogno di spazio. Avevamo bisogno di tempo per recuperare.

Dunque, eravamo entrati nel nuovo appartamento. La porta d’ingresso che avevo appena chiuso alle nostre spalle si apriva sull’ambiente unico che fungeva anche da camera da letto, con il divano marrone trasformabile in tela viola, un tavolino e un paio di sedie, niente di più, ma era bello ed accogliente anche così perché era il nostro nuovo spazio, il rifugio. La cosa che entrambi adorammo maggiormente e che avevamo già notato durante il precedente sopralluogo era la porta-finestra di questa sala ragionevolmente spaziosa che dava su una specie di giardinetto comune e, per quanto fosse uno spazio condiviso con perfetti sconosciuti e dove non avremmo potuto fare esattamente quello che ci pareva, era piacevole. Inoltre, la porta-finestra era una fonte di luce che illuminava meravigliosamente l’ambiente durante tutto il giorno. C’erano già delle tende veneziane – almeno queste erano visibilmente nuove-, qualcuno doveva aver avuto il buonsenso di sistemarle di recente al fine di garantire quanto meno la privacy dell’appartamento. Sulla parete opposta c’era la porticina di un piccolo bagno e accanto una porta a soffietto bianca che separava un piccolo cucinino il quale conteneva giusto l’indispensabile. Avremmo cominciato pian piano ad arredare questo spazio, lo avremmo personalizzato, lo avremmo cominciato a chiamare casa. In realtà, entrambi non ci ricordavamo della grandezza reale dell’appartamento, forse ce lo aspettavamo leggermente più grande, ma andava bene così. Ad un certo punto notai una porta con una maniglia proprio sulla parete opposta all’entrata la quale non avevo notato prima e, senza pensarci,  mi diressi verso questa e la spinsi con facilità: era aperta. Ecco un’ulteriore camera, piccola, con solo un letto che sembrava essere stato sistemato di recente con non eccessiva cura e poi notai una finestra con una tenda bianca trasparente di quelle che sembravano di seta ma che al tatto pungevano leggermente e che mi ricordavano le tende enormi della finestra della sala da pranzo dei miei nonni fra le quali mi perdevo, mi intrappolavo, avendo l’illusione di avvolgermi in veli di spazi che mi portavano in altre realtà dove nessuno poteva vedermi. Tuttavia, ora non mi trovavo in una realtà diversa, bensì si trattava appena di una piccola stanza senza altri mobili oltre il suddetto letto, dove sembrava che qualcuno vi avesse riposato e si fosse alzato senza far rumore poco prima che noi entrassimo, lasciando la finestra semiaperta affinché l’aria continuasse a circolare. La tenda si sollevava leggermente sotto l’azione di un tenue vento che giungeva dall’esterno. Dissi a lui che quella camera l’avremmo potuta usare e che io ci avrei riposato volentieri, mi comunicava una certa calma, rievocava l’atmosfera di quei pomeriggi caldi estivi in cui ad una certa ora, verso il calare del sole, finalmente cominciava a soffiare una piacevole brezza e ci si sdraiava sul materasso, lasciando che la pelle sudata del corpo diventasse fresca.

curtainVidi il volto di lui che mi aveva seguito silenzioso in quella scoperta inaspettata, sul quale la tranquillità di poc’anzi si era formata in una cupa smorfia di preoccupazione; c’era qualcosa che non andava, non doveva esserci un’altra stanza nell’appartamento  secondo il nostro contratto, nessuno ne aveva fatto menzione. Che nessuno l’avesse notata? Impossibile. Odiavo il modo in cui lui rompeva sempre la magia dei momenti in cui la mia fantasia si abbandonava a cose  più grandi ma, nello stesso tempo, dovetti convenire e anche il mio entusiasmo si affievolì lasciando spazio ad una certa inquietudine; forse c’era qualcosa di spiacevole, forse i nostro spazio non era poi così tranquillo come avevamo immaginato. Forse qualcuno si era semplicemente dimenticato di chiudere a chiave quella porta o addirittura murarla ed eravamo entrati liberamente nell’appartamento attiguo. Forse la finestra si collegava ad un’altra stanza; non lo so, non so nemmeno da quale parte del palazzo fosse orientata. So solo che, ritornando indietro e rientrando nella nostra stanza principale, ci accorgemmo di un’altra porta e questa volta entrambi afferrammo la maniglia perché, per quanto fossimo ormai inquieti, volevamo scoprire dove tutto questo potesse arrivasse. Questa volta, la porta dava accesso ad una grande sala che era completamente diversa, sembrava parte di una struttura molto più nuova, era spaziosa e arredata con mobili massicci in legno marrone scuro, un divano in pelle nera, ed era tutto molto semplice, liscio e lineare. Si percepiva l’odore di mobili nuovi e appena un sentore di pittura fresca, ma non troppo, come quelle stanze di albergo che sono state rinfrescate e rimodernate da non troppo tempo ma che hanno già offerto ospitalità. Il tutto però era avvolto da una bassa penombra, benché non fosse buio. Non vi erano luci accese ma evidentemente doveva arrivare parte della luce del nostro appartamento illuminato in pieno giorno, visto che ci eravamo lasciati la porta semiaperta alle spalle. Non solo. Sul lato sinistro della sala c’era la porta semiaperta della stanza che avevamo visitato poco prima, quella con il letto sistemato e la finestra con la tenda ondeggiante. Ci dirigemmo entrambi verso quella porta cercando di ricostruire, di orientarci e di dare un senso al tutto ma non ci riuscimmo. Ora ci trovavamo in un un vero e proprio appartamento che non era il nostro preso in affitto. Camminando in avanti notammo che sulla destra si apriva un altro spazio grande, non c’erano porte divisorie, dove vi era una cucina componibile completa, anch’essa fatta di mobili massicci e di legno marrone scuro, lo stesso tipo di arredamento del salone, con al centro un ampio tavolo da pranzo rettangolare. Il tutto appariva ordinato, ma avevo ancora una volta l’impressione che qualcuno avesse utilizzato quella cucina non molto tempo prima, era come se fiutassi l’odore di spugna umida per lavare i piatti e mi sembrava che qualcuno avesse preparato del caffè. Era il rumore di una goccia caduta nel lavandino quello che avevo sentito? Non lo sapevo e tutto appariva immobile.

Io mi rigirai verso la direzione della porta dalla quale eravamo venuti, quasi a voler ritrovare la via giusta, quando mi accorsi che all’entrata avevamo ignorato completamente ciò che c’era sul lato destro, prima della cucina, essendo stati subito attratti dalla porta semiaperta della stanzetta da letto. Ora, dalla prospettiva opposta, vedevo il salotto per intero e c’era un tavolo rettangolare grande illuminato dalla luce molto tenue di una o forse due candele posizionate al centro; ecco l’altra probabile fonte di luce della stanza. La cosa più sbalorditiva fu che seduti attorno al tavolo c’erano quattro persone, tre uomini e una donna, con delle carte da gioco in mano aperte a ventaglio che nascondevano parte del viso chino, in parte illuminato dalla luce tremante e tenue delle candele. Gli occhi di tutti erano bassi sulle carte e fra loro regnava un silenzio sacrale, sembrava fossero assorti in un rito magico ed era come se si stesse decidendo qualcosa di estremamente importante, chissà, forse la sorte stessa delle loro vite.

Rimasi pietrificata forse per qualche secondo, intrappolata in quell’atmosfera surreale, quasi sembrava che volessi rispettare anche io la concentrazione dei giocatori, poi girai soltanto il volto verso di lui, forse per accertarmi che non fosse tutta una mia invenzione. In lui colsi lo stesso sguardo di stupore misto a spavento, semi-ipnotizzato, e questo bastò a confermarmi che non stessi immaginando tutto: non eravamo da soli, tuttavia, nessuno aveva prestato attenzione alla nostra presenza.

Entrambi ci rigirammo lateralmente in direzione della porta semiaperta della stanza con il letto e non sapevamo cosa dire, erano successe troppe cose inspiegabili in pochi minuti.

“Non si sono accorti di noi…”, cominciai io ma lui non mi ascoltò e disse: “Non dovremmo trovarci qui, non in questo momento… perché diamine qualcuno ha lasciato la porta di accesso aperta?”.

Non risposi ma entrambi ci rigirammo verso il tavolo da gioco, quasi volessimo controllare la situazione. La scena era drammaticamente cambiata: non c’era più nessuno seduto lì, le carte sparse sul tavolo, le sedie erano scostate lasciando intendere che se n’erano andati via. Ma non tutti. Davanti al tavolo giaceva a terra la donna, su un fianco, immobile, non riuscivo a vederle la faccia, nessun suono, nessun lamento, sembrava un quadro dipinto sebbene fosse chiaramente tridimensionale nello spazio attorno a noi. Intanto le candele continuavano a rimanere accese e la semioscurità della stanza non era mutata.

“Chiamo qualcuno!” dissi io impugnando il cellulare che avevo fortunatamente in tasca, questa volta senza aspettare alcun consenso da parte di lui, e digitai il numero di emergenza. Mi rispose una voce tranquilla di donna:

“Pronto?”

“C’è un’emergenza… c’è una donna a terra… non sappiamo che cosa abbia..” dissi io rendendomi conto che la mia voce era chiaramente rotta dalla paura.

“Tranquilla cara, come posso aiutarti, cara?” era una voce troppo placata ed informale per essere quella di operatore del numero di emergenza.

“Parlo con il pronto soccorso?”

“Certo tesoro mio, chi vuoi che sia?”

“Dovete mandare qualcuno qui, urgentemente, non sappiamo che fare…”

“Va bene, stai calma.. ora, vediamo cosa posso fare per te…”

Era una chiamata surreale, come tutto il resto, le detti nervosamente l’indirizzo e riattaccai.

Nel frattempo, la donna era scomparsa ed il pavimento era vuoto; non c’era traccia di nessuno e le candele continuavano a produrre la luce fioca.

Eravamo di nuovo da soli, io e lui. Che fare? Richiamare il numero di emergenza per dire che ci eravamo sbagliati, oppure che era stato tutto risolto? Che cosa era realmente accaduto? Mi avrebbero fatto domande a cui non avrei saputo rispondere.

“Che facciamo?” dissi io confusa.

Lui era sconvolto ma pareva stesse razionalizzando meglio di me e che stesse cercando di rimettendo insieme i pezzi dell’assurda faccenda: “Non facciamo nulla, non verrà nessuno, non hai chiamato nessuno. Non vedi che qui le cose compaiono e scompaiono come se fosse un film? Guardati attorno… chi erano quelle persone? Hai notato il silenzio che li avvolgeva? Non c’era nessun rumore, è come se si fossero trovate all’interno di una sfera isolata”.

Forse eravamo sintonizzati finalmente sulla stessa frequenza e dissi quello che lui non aveva il coraggio di dire: “Tutto quello che avviene in questa stanza non è reale. Ho utilizzato il mio cellulare per fare una telefonata che non è mai giunta nella realtà e sono stata messa in comunicazione con una donna che non esiste e che non so da quale dimensione mi abbia parlato”.

Dovevamo lasciare quel posto. Riattraversammo la porta e ritornammo nel nostro appartamento che sembrava tranquillo, come prima, come se nulla fosse accaduto. Lui suggerì di uscire e farci un giro all’aperto, un po’ di aria fresca ci avrebbe fatto bene.

Fuori splendeva il sole e c’era un gruppo di persone che cantavano, sembrava una festa di quartiere, ma tutti avevano gli occhi chiusi e intonavano delle melodie in una lingua che nono conoscevamo. Sembrava una festa religiosa di qualche comunità del posto, erano stranieri, non ci guardavano ma le loro voci sembravano invitarci ad unirci alla celebrazione.

Attraversammo la strada e arrivati sul marciapiede opposto ci rendemmo conto che un poliziotto prendeva appunti accanto alla porta d’entrata del nostro appartamento. Non avevamo aperto bocca ma ecco che lui si girò e si diresse con naturalezza verso di noi, come se sapesse perfettamente chi fossimo.

“Cosa pensate di fare? State forse scappando? Abbiamo ricevuto la vostra telefonata”.

“Non stiamo scappando, siamo usciti perché eravamo confusi, spaventati, non sappiamo cosa sia accaduto nell’appartamento attiguo al nostro, abbiamo chiamato voi perché qualcuno doveva aiutare una donna che poi è scomparsa..”, le parole mi uscirono impetuose senza che potessi controllarle.

“Ah si? Eravate spaventati e ora vi state facendo una bella passeggiata pomeridiana? Bene, bene. Una donna è stata assassinata. Sappiate che da oggi in poi sarete tenuti sotto osservazione. Buona giornata” e si allontanò.

Sconvolgimento. Terrore. Non avevamo fatto nulla e ci ritrovammo coinvolti in qualcosa di terribile. Se attraversando quella porta eravamo entrati in una realtà che non esisteva, allora cosa ci faceva quel poliziotto all’esterno per ricordarci di quanto accaduto?

Una donna assassinata… avevamo assistito ad un omicidio senza accorgercene? Nessuno aveva fatto rumore e la donna era scomparsa, che fine aveva fatto?

Nessuno dei due ebbe il coraggio di proferire parola. Ritornammo nel nostro appartamento, avevamo forse bisogno di bere un bicchiere d’acqua, forse di sederci o di sdraiarci. L’appartamento era calmo, il sole del pomeriggio illuminava tutto l’ambiente, tutto era chiaro. Non c’era nessuna porta, a parte quella del bagno e la porta in plastica divisoria del cucinino. Niente di anomalo, nessun passaggio che comunicasse con altri spazi, nessun’altra stanza. Quello che era successo, se davvero era successo, se fosse stato reale o illusorio, non aveva importanza.

Quello che importava era il presente e dimenticare i fantasmi del passato.

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2 thoughts on “Ora, il presente

  1. Un esperimento, sì, un esperimento che, mi pare, ha bisogno di molte limature nella narrazione e nel linguaggio. Ma che può portare, penso, a qualcosa di buono, leggibile e soprattutto affascinante, seppure in potenza. La letteratura (ma bada, il parere è di un semplice dilettante) vive proprio di esperimenti. Il guaio è che in Italia se ne fanno troppo pochi: si vive del già conosciuto, del già sperimentato, del già letto. Buona giornata.

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