Scrivere su Translature, riflessioni notturne

Premessa di Marialtranslature: In origine il testo che segue avrebbe dovuto essere una sorta di premessa al post che pubblicherò di seguito, tuttavia, ho cominciato a buttare giù alcuni pensieri che mi si affollavano nella testa, anziché tenerli segregati. Ne sono venuti fuori alcuni paragrafi che, successivamente, ho deciso di pubblicare separatamente. Mi rendo conto che si tratti di un post abbastanza inutile ma fa parte della formazione di Translature e ho voglia di archiviarlo insieme alle altre cose.

Da quando ho ripreso attivamente questo progetto personale chiamato Translature, questo (ovvero il post successivo) è appena il secondo post dedicato ad un libro che ho letto. Il primo post è stato infatti quello sul romanzo di Ishiguro, Notturni, dove però credo si avverte una certa impreparazione, forse c’è un qualcosa nel contenuto che non mi convince, forse ho impostato male il testo, non so. Non era il primo post del blog, bensì il post di ripresa. Per quanto ne possa parlar male, credo che sia servito se non altro per rompere il ghiaccio e cominciare a rimettere i primi tasselli per la costruzione di Translature. Da quando ho ricominciato a scrivere qui, fra le molteplici cose, mi sono posta l’obiettivo personale di riordinare i miei disordinatissimi appunti (fra cui alcuni addirittura scritti a matita su fogli di carta e destinati altrimenti ad essere persi) e raccogliere le mie ‘analisi’ e i miei ragionamenti su letture vecchie e nuove, in modo da archiviare le informazioni.

Di solito leggo molto – tranne in quei periodi di tempo in cui ci sono cose che prendono il sopravvento sulla lettura-, ma odio non ricordare il contenuto dei libri. Talvolta mi capita di prendere in mano libri letti anni prima, magari anche un decennio prima, e ricordare di averli amati, di aver provato determinate sensazioni; ricordo gli insegnamenti ed i messaggi da essi lasciati, eppure succede che mi renda conto di averne in gran parte scordato il contenuto, la trama e le vicende narrate. Come risposta a questo, l’archiviazione mi dovrebbe aiutare ad imprimere il contenuto da qualche parte e conservarlo. Si tratta di un progetto ed un esperimento del tutto personale,di conseguenza il beneficiario di tutto questo dovrei essere sempre io.

La differenza fra scrivere esclusivamente per sé stessi (come facevo prima), e pubblicare su un blog, a mio parere, sta nel fatto che la struttura del blog mi ‘obbliga’ a rispettare un ordine e dei criteri che altrimenti non seguirei spontaneamente: in questa piattaforma esiste una sorta di scansione (le pagine, i post), una categorizzazione (categorie, tag) ed una programmazione (bozza, salva, pubblica). Oltre a ciò, la pubblicazione del materiale lo rende disponibile sul web, pertanto potenzialmente accessibile a chi naviga nel mondo virtuale (cosa molto bella perché potrebbe potenzialmente portare al dialogo e allo scambio fra più individui).  Dico ‘potenzialmente’ perché oggigiorno il web è uno spazio enorme, in cui ci sono milioni di persone che scrivono e una quantità enorme di informazioni disponibili. Ad ogni modo, da qui dovrebbe nascere gradualmente la necessità di ‘aggiustare’ la forma che, se non fosse accessibile ad altri, non importerebbe più di tanto. Che si tratti di un errore di grammatica, di un errore di battitura, di un mancato ordine o di una parte insensata qua e là, se tutto rimane archiviato in una chiavetta USB privata, è in parte tutto indifferente, se non per una questione personale. Pertanto, sia pur in potenza, cominciare a pubblicare gli articoli per me significa anche cominciare a rendersi conto di dover  curare la forma della scrittura.

Ritornando ai presupposti di Translature e ai miei propositi iniziali, in realtà non so se sto seguendo quanto mi ero prefissa, poiché spesso trovo la mia scrittura confusionaria, talvolta scrivo di getto e pubblico senza rileggere (poco professionale certo, ma ufficialmente non scrivo per professione, quindi non me ne faccio un problema), altre volte comincio a scrivere a proposito di un argomento e poi mi ritrovo a scrivere di altro. Insomma, credo di non essere giunta alla maturazione di Translature.

Oggi volevo dedicare un post ad un romanzo che ho letto piuttosto recentemente, ma non sapevo come cominciare e quale tipo di taglio dare al testo, ovvero se farne un breve riassunto, se analizzarlo o altro. Questo blog mi dovrebbe dare la possibilità di sistemare il flusso di ragionamenti, analisi, pensieri, riflessioni, considerazioni che si formano nella mia mente e si affollano in modo confuso.

Quindi, qual è il modo migliore per dedicare un post ad un libro letto?

Allora, sono certa che alla maggior parte dei lettori o degli amanti della letteratura accada la stessa cosa a lettura terminata di un libro, ovvero la mente comincia a fare mille ragionamenti, comincia ad interpretare, a scovare i dettagli, comincia a trovare riferimenti esterni al testo (l’ambientazione, la storia, la biografia dell’autore e la propria) e tanto altro. In generale, personalmente preferisco leggere le analisi critiche dei libri piuttosto che le recensioni, però, è anche vero che scrivere delle brevi recensioni mi aiuterebbe a fare quanto menzionato sopra, ovvero ad archiviare il contenuto dei libri che voglio conservare in uno spazio apposito.

Pertanto, quello che segue (ovvero il prossimo post) vorrebbe essere un tentativo fatto per recensire un libro di Pepetela, in cui ho cercato di evidenziare le cose che un giorno vorrò ricordare, senza svelare troppo, poiché sono sicura che, anche a distanza di anni e leggendone alcuni indizi, ricorderò sia lo svolgimento della storia che il finale e sarà quasi come una riapparizione di qualcosa di già visto. Diversamente, ho deciso che le analisi dello stesso libro e dei temi seguiranno in altri post.

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