Giugno 2015: prigionieri politici dell’Angola. Artisti uniti per una questione di libertà e di dignità.

Oggi ho deciso di utilizzare questo piccolo spazio personale per divulgare (certo, per quanto limitata sia la forza divulgatrice di questo spazio) un video che sta circolando negli ultimi tempi attraverso alcuni social network, che intende lanciare un messaggio di libertà e rispetto delle diversità, ed è la risposta ad alcuni avvenimenti politici che stanno agitando l’Angola dei nostri giorni. Per quanto ho potuto notare (potrei sbagliarmi, o potrei non aver cercato bene), la questione non ha avuto grande risonanza fra i canali d’informazione italiani, d’altronde si tratta di un paese lontano e di un’area geografica considerata, per vari motivi, di minore interesse. Avendo un interesse personale per le letterature dei paesi postcoloniali e fuori dal centro del mondo, capita che vengano richiamati alla mia attenzione alcuni avvenimenti e fatti riguardanti questi luoghi remoti che, pur non essendo strettamente legati alla sfera letteraria, sono rilevanti per poter comprendere tutto quello che c’è attorno, compresa la produzione artistica. Per giunta, avendo di recente pubblicato alcuni post che interessavano proprio l’Angola, ho ritenuto opportuno dedicarle uno spazio per riflettere su dei fatti di attualità. D’altronde, come ho ribadito in altre occasioni in questo spazio, spesso letteratura e politica procedono mano nella mano e, magari, in Angola e in qualche altro posto del mondo lo fanno in modo ancora più intenso. Dunque, prima di aggiungere il video che ho menzionato sopra, introduco la questione centrale.

Quindici giovani attivisti angolani sono stati arrestati lo scorso 20 giugno 2015, con l’accusa di coinvolgimento nell’organizzazione di un presunto colpo di stato per l’abbattimento dell’attuale governo di José Eduardo dos Santos. Quest’ultimo, storico presidente del partito di liberazione dell’Angola (MPLA) di maggioranza a partire dall’indipendenza del paese del 1975, detiene il potere politico fin dal 1979, dopo essere succeduto ad Agostinho Neto. Dai tempi del post-indipendenza ad oggi c’è stata una crescente opposizione al governo centrale da parte di gruppi politici e attivisti civili, specchio del malcontento di una popolazione rimasta profondamente delusa dalle aspettative, che vive in un paese povero (non certo di risorse), dilaniato da problemi perennemente irrisolti. Ora, non mi addentrerò sulla questione del neocolonialismo che richiederebbe molto spazio e infinite parole, però, mi interessa portare alla luce il problema della non-democrazia che ha seguito lo smantellamento del colonialismo, condizione che ha lasciato il potere del mondo nelle mani e negli interessi dei pochi eletti. Inoltre, sembra che una recente visita del presidente della Cina in Angola sia stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo fino all’orlo e che ha acceso il malcontento e l’agitazione  dei gruppi di attivisti, fra cui quello a cui appartengono i giovani attualmente detenuti. Le motivazioni della visita erano delle trattative e delle negoziazioni in merito alla cessione del controllo di alcuni territori, in cambio di nuovi prestiti economici, ovvero si trattava delle solite dinamiche che continuano a confermare la supremazia e la dipendenza di alcuni Paesi da altri Paesi stranieri.

Perché i giovani sono stati arrestati? Perché sono rappresentanti di una scomoda opposizione (non di una minoranza). Ad oggi, i giovani detenuti non sono stati sottoposti ad alcun processo giudiziario e non è stata presentata alcuna prova concreta a sostegno dell’accusa. Sono stati resi noti solo alcuni video, girati da infiltrati, in cui gli attivisti discutono circa possibili strategie di mobilitazione della popolazione per poter porre fine al governo dos Santos, contro il quale da anni si stanno sollevando voci di denuncia e protesta: è chiaro che evidentemente qualcuno non sta lavorando nel riguardo degli interessi della popolazione. Altro punto scomodo, che è stato molteplici volte portato alla luce dagli attivisti e dal popolo angolano, è la questione della poca (o inesistente) apertura al dialogo da parte dello Stato e della sua inconsistente funzione di intermediazione. D’altra parte, eludendo per un attimo dagli eventi di questi ultimi mesi,  il problema della chiusura, della censura e della non-libertà di espressione e di pensiero, non è nuovo in Angola (e altrove): di prigionieri politici e di prigionieri di opinione, ad oggi, se ne contano troppi. Proprio lo scorso maggio anche la sezione italiana di Amnesty International aveva annunciato il proscioglimento di Rafael Marques de Morais, giornalista arrestato per molteplici accuse di diffamazione, la cui situazione era precipitata nel baratro in seguito alla pubblicazione di un suo libro sulla corruzione e sulle violazioni dei diritti umani (Diamantes de Sangue), presso una casa editrice portoghese, in cui aveva chiamato in causa i generali dell’esercito e le imprese del settore dell’estrazione dei diamanti.

Insomma, c’è qualcosa che non va, e qualcuno sta cercando di dirlo.

Quindi, perché i giovani attivisti sono ancora in prigione? Fino ad oggi, la giustizia continua a temporeggiare e a fornire motivazioni sommarie a sostegno della detenzione ma, ancora, senza un processo legale. Ammettiamo che abbiano ragione i sostenitori della detenzione, dunque: questi giovani devono essere tenuti in carcere, a fini quasi preventivi, poiché sono impegnati in organizzazioni per il colpo di stato. Di conseguenza, i giovani detenuti sono potenziali assassini… o forse no? Ad ogni modo, fino ad ora e fino a prova contraria, questi giovani non hanno commesso alcun crimine dimostrato e punibile penalmente. Nel frattempo, negli ultimi giorni è stata rilasciata la notizia che due dei detenuti hanno tentato il suicidio, sfiniti non solo dalla prigionia, ma anche dall’isolamento e dalle condizioni disumane di questo.

Da quello che si può captare dalle notizie sparse, pare che c’è dalla parte del popolo ci sia un quadro di opposizione al governo molto variegato, fatto di fazioni diverse e pensieri diversi. I giovani detenuti, prima della carcerazione, erano stati impegnati in alcuni workshop in cui si discuteva di democrazia, del futuro del paese e di azioni organizzate non violente, ispirate al libro Dalla Dittatura alla Democrazia del politologo Gene Sharp. È anche vero che ci sono  alcuni gruppi che, per contro, istigano a reazioni estreme, senza esclusione della violenza. Mi è capitato, purtroppo, di captare anche alcuni messaggi di propaganda in cui si spera in una guerra definita “necessaria e urgente” per l’Angola, per porre fine al governo dittatoriale. Tuttavia, guardando un po’ la storia, qualsiasi storia (passata e presente), la guerra (quella che si fa con le armi) non ha mai garantito dei risultati efficienti, sia pur appellandosi al cosiddetto ‘sacrificio’ e alla cosiddetta ‘immolazione’ per una giusta causa. La guerra distrugge. Punto. Che alla distruzione possa seguire una rinascita, che ci possa essere uno sforzo ed un piano di ripresa e di ricostruzione e che questo possa, magari, riportare lo sviluppo di certi settori, va bene, è un punto. Tuttavia, non è nemmeno detto che, poi, la ricostruzione successiva alla guerra porti qualcosa di necessariamente migliore.

Oltre ad aver voluto argomentare alcuni fatti di attualità, questo vuole essere anche uno spazio di riflessione per chi si ritiene fuori dalle vicende angolane perché, in conclusione, una cosa è vera per tutti: il Mondo è ancora nelle mani di pochi. Quindi, nessuno è completamente estraneo ai fatti. Se ci si ferma a pensare, i governi hanno dei poteri enormi: maneggiano denaro, gestiscono la burocrazia, costruiscono scuole, istituti e tanto altro; essi svolgono funzioni determinanti che possono permettere o meno l’accesso dei cittadini a bene e servizi. Il libero arbitrio di ciascuno di noi è libero, certo, ma forse fino ad un certo punto. Persino le informazioni che circolano sono controllate (tanto che esiste un maistream e  l’altro) , eppure queste sono in grado di determinano la nascita dei punti di vista, delle opinioni della gente. Non so fino a che punto siamo tutti realmente liberi e fino a che punto vogliamo esserlo.

Segue il video, con rispettiva trascrizione italiana in basso, che si presenta come un collage di voci e volti di angolani e non, individui culturalmente influenti nella società, in modo diverso, uniti nell’appello a favore della libertà e della sensibilizzazione della questione.

Noi, cittadini indipendenti dell’Angola e del mondo,  attraverso questa piattaforma, intendiamo rivolgere un appello alle autorità angolane affinché restituiscano immediatamente la libertà ai giovani democratici arrestati a Luanda, il 20 giugno 2015, con l’accusa di tentato colpo di stato. Dal momento della detenzione ad oltre un mese di distanza, non è stata ancora presentata alcuna prova a riguardo. Rivolgiamo il nostro appello alle autorità angolane affinché rispettino la libertà di espressione e di pensiero, prevista dalla Costituzione della Repubblica. I giovani detenuti lottano per un’Angola democratica, pacifica e socialmente giusta, e ANCHE NOI. Difendiamo un’Angola dove ‘pensare diversamente’ non sia considerato un crimine, dove, al contrario, le persone vengano incoraggiate a pensarla diversamente, poiché siamo convinti che il confronto fra idee diverse genera sempre delle idee migliori. La più grande ricchezza dell’Angola non è il petrolio, non sono i diamanti. La più grande ricchezza dell’Angola sono le persone. Persone con idee diverse e un desiderio comune: la libertà.

Abbiamo bisogno di creare una nuova linea di pensiero angolano che sia la somma creativa e dinamica del pensiero di tutti gli angolani.

Libertà per i prigionieri politici, SUBITO!

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9 thoughts on “Giugno 2015: prigionieri politici dell’Angola. Artisti uniti per una questione di libertà e di dignità.

  1. “Oltre ad aver voluto argomentare alcuni fatti di attualità, questo vuole essere anche uno spazio di riflessione per chi si ritiene fuori dalle vicende angolane perché, in conclusione, una cosa è vera per tutti: il Mondo è ancora nelle mani di pochi. Quindi, nessuno è completamente estraneo ai fatti. Se ci si ferma a pensare, i governi hanno dei poteri enormi: maneggiano denaro, gestiscono la burocrazia, costruiscono scuole, istituti e tanto altro; essi svolgono funzioni determinanti che possono permettere o meno l’accesso dei cittadini a bene e servizi. Il libero arbitrio di ciascuno di noi è libero, certo, ma forse fino ad un certo punto. Persino le informazioni che circolano sono controllate (tanto che esiste un maistream e l’altro) , eppure queste sono in grado di determinano la nascita dei punti di vista, delle opinioni della gente. Non so fino a che punto siamo tutti realmente liberi e fino a che punto vogliamo esserlo.”
    Qui sta la morale, diciamo così, di questo post. Ed è una tesi che, avvilito, condivido in pieno. Avvilito perché credo che sia anche peggio di così: il mondo della globalizzazione finanziaria di oggi prevede che i ricchi e i potenti decidano per tutti, e facciano affari con i ricchi e i potenti anche del cosiddetto Terzo Mondo. Ma i veri ricchi e potenti, non possiamo prenderci in giro, sono soprattutto in Occidente e nel Nord del mondo (Usa, Europa, Russia, Cina): così la questione della libertà, del’autodeterminazione, della responsabilità delle scelte individuali non può non riguardare in primo luogo proprio noi, che in Occidente (o nel Nord) viviamo e che beneficiamo per primi delle materie prime che provengono dalle nazioni più povere. Chi la pensa diversamente qui da noi è ridotto praticamente al silenzio, all’invisibilità, nelle nazioni meno sviluppate finisce in galera, torturato o morto: la differenza è solo questa, ma la sostanza (sofferenze fisiche a parte) non cambia (vedi i giovani siriani delle rivolte libertarie di qualche anno fa, ora chissà dove finiti). Allora bisogna avere il coraggio di dissentire, di protestare in prima persona, di assumersi la responsabilità delle proprie opinioni (diverse) se si vuole davvero appoggiare chi anche in altre nazioni non la pensa come i regimi dominanti. I loro e i nostri.

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    • Grazie per la lettura, ma soprattutto per la risposta che merita di essere messa in evidenzia, perché va oltre quello che ho scritto io. Esattamente, da noi il ‘pensare diversamente’ è censurato, nei Paesi ‘meno sviluppati’ c’è la tortura fisica e mentale. In ogni caso, pensare qualcosa e fare qualcosa di diverso dal ‘dominante’ non va bene, è scomodo. La prima volta che ho visto il video che ho incluso ho pensato subito che fosse un appello al Mondo, non solo alle istituzioni angolane. Il mondo va male perché DEVE andare male, perché al Potere SERVE che vadano così le cose, SERVE che ci sia chi non abbia accesso a nulla e, dall’altra parte, chi abbia accesso al ‘lusso’. I Grandi lavorano semmai per gli aiuti umanitari, ma non c’è nessuno che attualmente sta lavorando per eliminare il problema alla radice (non mi riferisco ad individui e organizzazioni, bensì ai Grandi). Spesso mi trovo a pensare che se solo non fosse così, la vita sarebbe tanto bella, per tutti.

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  2. La teoria delle crisi ciclica o perenne, infatti, fa parte del pensiero economico monetarista (cioè conservatore): ossia dell’ideologia alla base di ogni governo autoritario, liberista o ultraliberista. In pratica, i governi che si autodefiniscono “liberali”. Con buona pace delle reali libertà.

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  3. In effetti per i paesi post coloniali la via della democrazia è lenta e talvolta ondivaga. E’ giusto che tu scriva anche post di denuncia oltre a pezzi di letterartura molto interessanti.
    L’Angola è un paese per gli italini distante e quindi difficilmente qualcuno si può appassionare alle loro vicende.

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  4. Pingback: Translature supports protest against political prisoners in Angola | Translature

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