Bambini-vittime dell’Umanità

Da quando ho acceso il computer questa mattina sino ad ora sono certa che l’immagine davanti alla quale mi sono (purtroppo) ritrovata più frequentemente a confronto è stata quella del bambino siriano ritrovato senza vita su una spiaggia turca, in fuga dalla guerra e dalla fame, mai giunto in salvo in Europa. Sulle prime pagine dei quotidiani, su vari blog, sui vari social network e su tante altre piattaforme, ovunque, c’è stata la diffusione dell’immagine in questione: è una fotografia che spiazza, che riduce al silenzio chiunque la guardi, che toglie il sorriso, l’appetito, la sete e la calma, quasi inibisce, e provoca dolore. All’immagine si sono aggiunte, poi, le varie descrizioni strazianti degli articoli e delle didascalie di accompagnamento. Non c’è alcun dubbio sulla potenza di impatto che ha avuto la fotografia e sulla forza con la quale è stata diffusa – e quindi anche ‘accettata’- da tutti i media occidentali, nonostante sia terribilmente drammatica e mostri qualcosa che si vorrebbe evitare e che colpisce la sensibilità di chiunque. In questo giorno credo sia stato difficile rimanere completamente estranei al fatto e che pochi possano essere riusciti a ‘scansare’ la fotografia ‘scomoda’ che ha spiattellato la verità nuda e cruda al mondo (una delle tante volte): tutti, inclusi gli stessi bambini, si sono ritrovati a dover necessariamente fare i conti con una delle tragedie dell’umanità, ovvero la morte di un innocente. In più, fatto oggettivo, non si tratta di un incidente, essendo la causa di ciò riconducibile alla responsabilità dell’uomo.

Tutti, all’unisono, hanno manifestato il proprio dolore, sia pur in svariati modi. Si è sollevata una potente voce generale di  dissenso, di protesta contro le atrocità e in nome del rispetto dei diritti umani e dell’infanzia.

“Non è giusto!”

È molto difficile che, in questo specifico contesto, si possa alzare una qualche voce che parli di ‘guerra giusta e necessaria’, almeno non in questo preciso momento, perché questa sarebbe giustamente taciuta: almeno in determinate occasioni, è richiesto solo un rispettoso silenzio. Inoltre, questa reazione generale è riuscita a crearsi all’interno di un contesto contemporaneo agitato dai problemi della guerra, della povertà e dell’immigrazione, che è ricco di contraddizioni, punti di vista e angolazioni. In merito alla questione, generalmente l’Europa e gli europei sembrano essere quasi dilaniati, a tratti, fra due forze avverse: da una parte il voler elargire aiuti e accogliere, dall’altra il voler ‘gestire e controllare’ la questione dell’immigrazione e della convivenza con gli altri, stabilendo anche dei limiti e delle condizioni di fattibilità. Intanto, mentre il discorso si srotola in vari punti ed enunciati, sullo sfondo continua il flusso di persone che, se riescono, varcano le frontiere europee fuggendo dalla morte della guerra dei loro paese d’origine. L’Europa, nonostante spesso e volentieri si erga al livello superiore dei palchi per assistere come spettatore non protagonista alla scena, ancora una volta, non è estranea ai problemi della povertà e delle guerre attualmente in corso nel resto del Mondo. Nel frattempo, il territorio occidentale viene anche attraversato dai vari cambiamenti sociali e deve affrontare il discorso relativo al rapporto con gli ‘altri’ immigrati: sono diversi oppure uguali a noi?, hanno buone o cattive intenzioni?, ‘invadono’ i nostri territori causando problemi o è possibile una convivenza pacifica?, e così via.

Tuttavia, al di là di tutto questo e di qualsiasi diatriba, il bambino senza vita sulla spiaggia non ha messo in disaccordo nessuno (o almeno non la maggioranza), poiché quel corpicino dalle piccole dimensioni con la testa girata dalla parte opposta all’obiettivo, tale da non lasciarne intravedere i lineamenti del volto, risulta uguale ad uno dei nostri bambini e non c’è nulla che lo marchi come ‘diverso’. Il concetto di infanzia, almeno l’idea di questa, è uguale ovunque. Dunque, la foto che continua a circolare attraverso i media ha messo la pubblica opinione davanti ad un fatto oggettivo e tragico che non può essere confutato in alcun modo.

Tuttavia, di corpicini di bambini senza vita ce ne sono purtroppo tanti, troppi, ogni giorno, nelle strade di alcuni paesi, nelle case, nei centri di soccorso, negli ospedali. Se un corpo immortalato in una fotografia genera inquietudine (a dire il vero, genera molto di più ma non trovo la parola adatta), tanti corpi visti tutti insieme, magari da chi non è direttamente protagonista interno alle vicende, porterebbero forse al delirio più assoluto.

Per concludere, ritorno sempre alla solita (ma evidentemente non scontata) questione per cui la soluzione per un mondo migliore ci sarebbe, ma qualcuno non vuole metterla in atto. Ad esempio, converrebbe fermare la produzione dei proiettili? Le armi senza i proiettili sono inutili.

Oggi mi domando se coloro che fanno e vogliono la guerra (perché, inutile negarlo, c’è chi è dalla parte delle guerre e del macabro sistema) abbiano provato le stesse emozioni davanti alla fotografia del bambino siriano.

Naturalmente non metterò ulteriori immagini o collegamenti alla foto a cui ho fatto riferimento, ma concludo questi pensieri con alcuni versi di Fernando Sylvan, scrittore e poeta di Timor Est, che per me hanno un grande significato.

Infância

as crianças brincam na praia dos seus pensamentos
e banham-se no mar dos seus longos sonhos

a praia e o mar das crianças não têm fronteiras
e por isso todas as praias são iluminadas
e todos os mares têm manchas verdes

mas muitas vezes as crianças crescem
sem voltar à praia e sem voltar ao mar

Infanzia

I bambini giocano sulle spiagge dei loro pensieri
E si bagnano nel mare dei loro grandi sogni

La spiaggia e il mare dei bambini non hanno frontiere
E per questo tutte le spiagge sono illuminate
E tutti i mari hanno chiazze verdi

Ma tante volte i bambini crescono
Senza tornare alla spiaggia e senza tornare al mare

IMG_4103

Foto di MarianTranslature, da qualche parte sulla costa sud -irlandese.

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5 thoughts on “Bambini-vittime dell’Umanità

  1. Al di là dell’emozione, tanta, che però nel mondo di oggi si esaurisce in cinque minuti, resta il problema del rapporto con chi è diverso da noi, che noi occidentali siamo sempre meno disposti ad affrontare: troppo conformismo, troppo senso di appartenenza a un gruppo, un’etnia, una cultura… e troppa immagine, troppe mode. La mattina ci indignamo e la sera ce ne andiamo al pub. Non ci rendiamo conto che siamo davanti a un esodo simile a quello provocato dalle guerre mondiali, che il mondo ci sta come minimo sfuggendo di mano (al massimo… non so nemmeno immaginarlo). E che facciamo? Ci chiudiamo nelle nostre certezze, minime, quotidiane, ridicole, miserabili; le abitudini. E magari scriviamo quattro parole di protesta sui social network mettendoci così la coscienza a posto. O finanziamo le associazioni umanitarie con pochi euro. Ma questo non salverà loro né noi. Siamo su una china molto, molto pericolosa, e non capiamo che il genere umano si è evoluto proprio perché le razze, le etnie, le culture nel tempo si sono mescolate. Ora, però, anche a ripensarci, potrebbe essere tardi per tentare di sistemare le cose. Vengono i brividi alla schiena.

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  2. Gli interessi economici, purtroppo, che stanno dietro ad ogni guerra. Finché ci saranno persone che ci guadagnano con le armi, e che non si fanno nessun scrupolo a venderle a chi vuole conquistare o consolidare il potere, le ingiustizie e i soprusi non finiranno in questo mondo.

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      • Finché non si risvegliano più coscienze, siamo lontani da una soluzione. Ben vengano quindi articoli come il tuo, e come quelli di tanti altri, che cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica. Sembra poco, ma tante gocce insieme possono formare un mare. Così come ben vengano gli aiuti umanitari, le associazioni e manifestazioni volte a raccogliere fondi per aiutare le popolazioni dilaniate dalle guerre, che pur non avendo la bacchetta magica qualcosa fanno. Ma fermare tutto questo non si può, c’è solo da sperare in un’evoluzione collettiva delle coscienze a livello mondiale, e se siamo riusciti ad uscire dagli anni bui del medioevo, forse ce la faremo ad uscire anche dalla mentalità gretta e opportunistica dei nostri giorni, prima o poi…

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