Una goccia di pioggia (una storia da ‘Os Da Minha Rua’)

Dato che ho avuto conferma del fatto che il libro Os da minha rua non è stato tradotto in italiano fino ad oggi, ho deciso di concedermi uno svago serale/notturno facendo un piccolo esercizio di  traduzione che, tra l’altro, non rischia per ora il confronto (sotto certi aspetti anche temuto) con nessuna copia ufficiale in circolazione. La scelta è ricaduta su una delle tante storie che mi ha particolarmente incantata e in cui mi è sembrato di essere a stretto contatto con il narratore. La storia in questione, una narrazione semplice, mi ha ricordato che, anche per me, le partenze emanano un odore particolare. Ed è sempre stato così, sin dai tempi della mia infanzia. Mi sono ricordata che, almeno fino a quando una certa maturità non mi ha permesso di tenere sotto controllo  tutte le mie emozioni (o quasi tutte), le partenze mi facevano venire sempre un nodo alla gola e spesso dovevo fare uno sforzo per evitare di piangere davanti agli altri, cosa di cui avrei avuto vergogna, sia perché non avrei saputo spiegare bene il motivo della mia reazione, sia perché era un sentimento tanto personale che non avrei voluto condividerlo.

Le partenze hanno sempre portato un’atmosfera particolare, impregnata di uno strano odore che non so descrivere, principalmente perché credo si tratti piuttosto di un insieme di tanti odori. A volte è capitato che vi si mischiasse persino l’odore di torrone e di mandorle legato alla festa cittadina che segnava la fine dell’estate della mia infanzia, la partenza dei parenti in visita, di coloro che erano emigrati altrove in qualche luogo lontano della terra. Nei primissimi anni di vita le partenze, per quanto già emozionanti,  erano accompagnate anche dalla gioia e dalla certezza del ritrovo e del ritorno futuro; poi, quando col passare degli anni tale certezza è venuta a mancare, le partenze hanno cominciato a diventare sempre più cupe ed a portarsi dietro un senso  di malinconia nostalgica.

Una Goccia di pioggia

«Penso di non averlo mai detto a nessuno, o forse solo a Romina, poiché è un pensiero che ho sempre tenuto ben nascosto nella mia testa: per me le partenze odorano di qualcosa. Ma non si tratta di un profumo gradevole, come quello di una tisana alle erbe, né come quello che emanano le piante nella prima frescura del mattino quando sono ancora avvolte dal silenzio e dalle gocce di rugiada. No. Per me le partenze odorano di vecchie amicizie. Non so esattamente che significato abbia ciò e, sinceramente, non voglio neppure saperlo. Io odio le partenze.

Un giorno noi del gruppo organizzammo un incontro dopo pranzo, quasi in segreto, nei pressi della nostra scuola ‘Joventude em Luta’. Come al solito Bruno e Claudio si fecero aspettare, mentre le ragazze arrivarono puntuali. Rimanemmo lì, in mezzo al campo di calcio, a guardare la scuola quasi completamente vuota.

Mi succedeva  sempre, quando guardavo qualcosa, di immaginarmi una musica triste come succede nei film; riuscivo persino a vedere gli spazi vuoti che, all’improvviso, si popolavano di persone della mia infanzia. Così, dal nulla, poteva persino avere inizio una partita di calcio e, in quel caso vedevo, il pallone e tutto il resto muoversi a rallentatore. In verità, credo di dover consultare un medico un giorno di questi, perché ho bisogno di scoprire la causa di questo problema di immaginarmi le cose a rallentatore e di avere vergogna di poter scoppiare a piangere davanti ai miei amici. La scuola si riempiva di bambini e di insegnanti, persone che avevo incontrato al secondo e al terzo anno; ad un tratto, mi veniva in mente persino la traccia d’esame del quarto anno: ‘Oriana e il pesce’. Bastava che qualcuno mi toccasse una spalla e tutte le immagini svanivano in un batter d’occhio, il mondo si tingeva nuovamente dei colori della realtà, ritornavano i rumori intensi e il pulviscolo.

“Ma stai ascoltando?”, mi chiedeva qualcuno. E dovevo far finta di sì, annuire e ricacciare indietro le lacrime che avevo negli occhi.

La scuola era vuota e, nonostante nessuno avesse il coraggio di dirlo, ciò dava a tutti un senso di inquietudine. Il settimo anno era terminato: non avevamo la certezza che ci saremmo tutti reincontrati l’anno seguente. Erano già uscite le pagelle, tutti eravamo stati promossi con buoni voti e molti erano contenti dell’arrivo delle vacanze estive. Io no.
Mi chiamarono perché era ora di cominciare ad incamminarci, visto che non mancava più nessuno.
Avevamo deciso di incontrarci a scuola dopo pranzo per poter andare insieme a casa dei professori  Ángel e María. Tutto questo aveva un insopportabile odore di partenza.

“Voi non sentite nessun odore?”, la buttai sullo scherzo.
“Vuoi dire la tua puzza? Sì, eccome si sente!”,  disse Bruno.
Tutti si misero a ridere. Mi unii alle risate generali in modo che potessi osservarli bene, tutti insieme, i miei compagni del settimo anno, molti di loro lo erano stati anche dal secondo al quarto anno. Che bei tempi! Alcuni portavano con sé la merenda, altri no; alcuni avevano una palla da gioco e delle macchinine molto belle, altri no; tutti indossavamo il grembiule azzurro, così durante la ricreazione nella scuola si sollevava uno schiamazzare azzurro di bambini che approfittavano di quei venti minuti per godersi la libertà e per combinare qualche marachella. Quelli che come me soffrivano di asma rientravano in aula con tosse  e affanno, per la mancanza d’aria, e la professoressa Berta li riprendeva. Il giorno dopo ci saremmo messi di nuovo a correre.

Arrivammo a casa dei professori Ángel e María. Il prof. non indossava i suoi soliti pantaloni militari, bensì aveva una camicia color crema che richiamava la goiaba, e dei pantaloni aderenti. La prof. María si era truccata il viso in modo esagerato, ma mi avrebbe dato fastidio se qualcuno si fosse permesso di prenderla in giro, perché vidi i suoi occhi che, nel guardarci, dicevano chiaramente che aveva voluto imbellettarsi per mascherare la tristezza.
“Prof., sta benissimo così!”, disse Petra e le altre ragazze concordarono.  Io mi unii al loro apprezzamento. Un ghigno si disegnò sulla faccia di Bruno ma riuscì a controllarsi, non si mise a ridere e non fece battute.

Era un pomeriggio quasi piacevole nel loro piccolo appartamento perché il sole vi ci aveva fatto entrare delle sfumature di giallo e marroncino. Ci offrirono del tè, un po’ acquoso ma dal sapore molto dolce ed inebriante. Quasi nessuno sembrava avere molto da dire, né loro né noi. Poi il prof. Ángel ci spiegò, facento tutto un complesso giro di parole, che la loro missione in Angola era giunta al termine e che di lì a poco tempo sarebbero andati via. Intanto Bruno si schiariva la gola guardando fuori dalla finestra, anche lui colpito dai colori di quel sole giallissimo. Petra, Romina ed io intravedemmo la prof. María che piangeva di nascosto in cucina e dovemmo fare uno sforzo per trattenere le lacrime. Il prof. Ángel continuava a parlare e, senza volerlo, disse cose che ci fecero emozionare.
Nelle partenze avviene questo: la commozione arriva insieme alla gioia, la gioia porta con sé la nostalgia velata di tristezza, la nostalgia semina lacrime e noi, da bambini, non sappiamo sistemare tutte queste cose insieme nel nostro cuore.

Romina tirò fuori dalla borsa un bel barattolo grande di vetro pieno di marmellata di fragole. A quel punto il prof. Ángel non riuscì più a continuare a parlare. Tutti sapevamo che quello sarebbe stato per loro il più bel regalo d’addio; la madre di Romina aveva fatto un pacchetto semplice ma grazioso e solo dal coperchio del barattolo si capiva che era marmellata fatta in casa. Le mani della prof. María tremavano mentre prendevano quelle del marito e così, unite in tal gesto, sembravano voler stringere insieme le mani di tutti gli alunni a cui avevano insegnato in Angola.

Quando scendemmo giù in strada, il sole era già andato via. Il cielo sembrava voler cominciare a scurirsi, ma molto, molto al di là di tutte quelle nuvole che vedevamo, una traccia residua di color rosso sangue marcò l’inizio alla loro partenza.

In alto, alla finestra c’era il prof. Ángel, poggiava una mano sulla spalla della prof. María e le dava baci sulla bocca per farla smettere di piangere.
Una goccia di pioggia, una sola, cadde sulla mia testa e quella fu l’ultima volta che vedemmo i nostri cari professori cubani.»

Da Os da Minha Rua, 2007, Ondjaki.

Foto di Saverio Penati.

Foto di Saverio Penati.

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11 thoughts on “Una goccia di pioggia (una storia da ‘Os Da Minha Rua’)

  1. Trovo molto bello che tu lo abbia tradotto, è una piccola perla! Ci sono diverse partenze, diversi viaggi, molte speranze, tanti odori e ricordi… In fondo, è pur vero che condividiamo un “qualcosa di veramente speciale”… nella profondità dell’animo dove i sentimenti assumono una forma tangibile e… finalmente, anche una sola goccia di pioggia può aprirci alla verità della Vita!
    Sereno fine settimana :-)claudine

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  2. Per me è stato un piacere trasportare questo bellissimo testo nella nostra lingua!
    Esatto, condividiamo tutti l’essenza della Vita ma è importante tenerla pulita e liberarla da tutte le cose cattive! Grazie per la visita, Claudine, buon fine settimana anche a te!

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  3. Pingback: L’infanzia raccontata da Ondjaki in ‘Os da Minha Rua’ | Translature

    • Grazie Filippo. Mi sono presa questo “svago” di traduzione, ma sono sicura che non siano all’altezza della scrittura meravigliosa dello scrittore in questione. Mai come in questi casi, ho sentito il bisogno di provare a “rendere” nella mia lingua quello che avevo letto.

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