E se tornassi a casa e trovassi più nulla? Un libro di memorie di Ngũgĩ wa Thiong’o: adolescenza e prigionia

Tutti noi, alcuni più di altri, compiamo nella vita una serie di viaggi e di spostamenti, più o meno lunghi, per motivi e fini diversi, per scelte volontarie o per cause di forza maggiore. Esistono tanti tipi viaggi, innumerevoli stati d’animo e altrettante sensazioni che si accompagnano ad essi; in realtà, a volte non c’è neppure bisogno di spostarsi fisicamente per attraversare ampi spazi e per percorrere un lungo cammino. Nonostante ciò, tutti dovrebbero avere il diritto di tornare in un posto chiamato casa, o quanto meno la possibilità di poter scegliere di tornare. Una casa può essere in vari luoghi, non è detto che sia proprio il posto in cui si è nati o in cui si è cresciuti, potrebbe persino non essere necessariamente il posto in cui ci si è fermati durante la maggior parte della vita. La casa è un luogo, fisico nonché spirituale, in cui ci si sente a proprio agio sotto vari punti di vista; è un luogo a cui ci si sente di appartenere o intimamente legati.

ngugi

Siamo a Limuru, in Kenya, nell’aprile 1955: gli alunni adolescenti della Alliance High School di Nairobi hanno avuto il permesso di ritornare a casa al termine del semestre per passare del tempo con i propri cari. Giunto a capolinea, il giovane Ngũgĩ wa Thiong’o scende dall’autobus con gli altri ragazzi, trasportando una valigia di cartone, e comincia a percorrere a piedi il percorso verso la propria casa con lo stato d’animo tipico di chi ritorna in un luogo dove ricongiungersi con i propri affetti.
Una volta giunto a destinazione i suoi occhi sono inaspettatamente costretti a contemplare uno scenario lacerante: la casa della sua famiglia non c’è più ed insieme ad essa è scomparso l’intero villaggio. Ad attenderlo sul posto che fino a poco tempo prima gli era stato familiare c’è solo un campo desolato ricoperto di detriti e fango. Nessuno, non un’anima viva che lo riporti a casa. Oltre alla distruzione materiale, è stata spazzata via l’intera comunità, sono state evidentemente spezzate quelle relazioni sociali che generalmente si instaurano all’interno di in un villaggio. In quella che è un’immagine del tutto spettrale, appare in lontananza la sagoma di un uomo che egli riconosce essere un vecchio amico di famiglia, il quale vaga, apparentemente senza meta, con lo sguardo di chi ha perso tutto. Quando si avvicina e viene interrogato, egli fornisce delle indicazioni vaghe su dove poter eventualmente ritrovare la sua famiglia, e Ngũgĩ si rimette a camminare verso una nuova direzione.

Questo è l’inizio inquietante di un libro di memorie scritto da Ngũgĩ wa Thiong’o, intitolato The House of the Interpreter (2012), la continuazione di un’altra opera precedente e già tradotta in italiano con il titolo Sogni in Tempo di Guerra (Dreams in a Time of War, 2011), che narra le memorie dell’infanzia. I protagonisti principali del libro, a mio avviso, sono i seguenti: un Kenya rivoluzionario e la gente. I temi del libro sono davvero molteplici e avrebbero bisogno di essere trattati separatamente, fra i più importanti appaiono i seguenti: il colonialismo e la storia, l’educazione coloniale, la giustizia e la verità.

Una volta superato il duro incipit del libro, la narrazione procede seguendo la memoria di Ngũgĩ e si raccontano le vicende legate all’intera frequentazione della scuola superiore Alliance gestita dal potere coloniale e popolata da vari personaggi, fra cui spicca la figura emblematica e patriarcale del direttore, Edward Carey Francis, rappresentante del potere.
La vita in collegio è marcata da molteplici e profondi contrasti. In primo luogo, c’è la differenza culturale ed economica fra studenti provenienti da una popolazione disomogenea locale. I ragazzi erano soliti passare alcune ore del tempo libero passeggiando in un centro commerciale vicino alla scuola, dove potevano spendere i propri soldi facendo acquisti; Ngũgĩ, dovendo far i conti con le proprie umili origini e la mancanza di denaro, percepisce per la prima volta le differenze economiche della popolazione della sua terra.

L’Alliance è vista quasi come un luogo sacro in cui i giovani possono studiare al fine di redimersi, in futuro, e costruirsi una vita migliore. Se da un lato l’uniforme della scuola rappresenta per Ngũgĩ una sorta di protezione e se la vita in collegio lo tiene distante dagli eventi sconvolgenti che la sua gente sta affrontando, è anche vero che egli vive una profonda scissione interna, uno stato confusionario e forse anche un senso di colpa. Mentre lui studia, la sua famiglia e gli abitanti dell’ex villaggio risentono pesantemente della repressione sempre più schiacciante del governo che, fra mille avversioni, continuano comunque a contrastare, cercando di mantenere la propria identità e mettendo insieme i pezzi per poter costruire una futura indipendenza.
Ngũgĩ è uno studente modello della sua scuola ma continua ad essere profondamente ispirato dalle storie della propria gente e, ogniqualvolta fa ritorno nella nuova casa, non esita a rimboccarsi le maniche, sporcarsi di fango per aiutare i suoi familiari nei lavori quotidiani ed apprezzare l’umile ma gustosa cucina di sua madre. Nello stesso tempo, egli si trova ad essere un allievo di una scuola di controllo britannico ma anche il fratello di un guerrigliero Mau Mau, e spesso si ritrova a pensare su come reagirebbero a questa notizia i suoi professori. Con molta probabilità molti studenti dell’Alliance vivono questa specie di dualismo e può darsi che tutti lo sappiano ma che non si voglia parlare esplicitamente dell’argomento.

Nel corso della narrazione si viene a conoscenza dei fatti politici che stanno radicalmente cambiando il paese e che hanno causato la distruzione della casa di Ngũgĩ.  Il periodo che va dal 1952 al 1960 vede come protagonista della storia del Kenya la lotta tenace dei nazionalisti Mau Mau (i guerriglieri locali) contro il potere coloniale. Il 20 ottobre del 1952 si dichiara ufficialmente lo stato di emergenza e viene arrestato il leader della rivoluzione che sarebbe successivamente diventato il primo presidente del Kenya indipendente, Jomo Keniatta. Lo Stato comincia rapidamente a prendere delle pesanti misure restrittive e di sicurezza per l’accentramento del potere e per il controllo sul territorio, intervenendo politicamente ed economicamente.

Dunque, si scopre come la tragedia iniziale di apertura del libro non è altro che una parte di un grande progetto, per cui molti villaggi erano stati rasi al suolo e gli abitanti trasferiti in circoscrizioni statali dove, ben vigilati dal sistema di sicurezza coloniale, non avrebbero potuto cooperare e supportare i guerriglieri in alcun modo, almeno non senza essere scoperti e puniti.
Persino nel campo dell’educazione scolastica vengono attuati dei cambiamenti che vedono il rafforzamento della matrice britannica e la rimozione di alcune materie che fino a poco prima avevano mantenuto un legame con il territorio locale: l’agricoltura e la raccolta, la produzione del burro e affini. Insomma, la scuola si trasforma in un posto di transizione per preparare gli studenti alle università britanniche ed a percorsi fuori dal paese.

Così Ngũgĩ procede il suo percorso di formazione durante gli anni della narrazione, leggendo i classici della letteratura inglese, imparando a recitare i sonetti e le opere teatrali di Shakespeare in occasione delle attività scolastiche e ricevendo un’indottrinamento e un’educazione religiosa che non riuscirà mai a far completamente propria. Si menziona un testo che egli trova particolarmente suggestivo (e che darà il titolo al libro), La Casa dell’Interprete, che fa parte de Il Pellegrinaggio del Buon Cristiano dello scrittore e predicatore inglese del XVII secolo John Bunyan, in cui si legge:
«Questa sala rappresenta il cuore dell’uomo che non è stato ancora santificato dalla grazia del Vangelo. La polvere rappresenta il peccato originale e tutto ciò che ha contaminato l’uomo. La persona che ha cominciato a spazzare rappresenta la Legge, mentre quella che ha portato l’acqua e l’ha spruzzata rappresenta il Vangelo.»

Le vicende del libro ricoprono l’intero periodo scolastico nell’Alliance High School, dal 1955 al 1959, quando Ngũgĩ, dopo un’esperienza lavorativa post-scolastica come insegnante, viaggia nuovamente verso la sua famiglia da Nairobi a Limuru, portando orgogliosamente con sé il primo stipendio della sua vita e pregustando un piacevole e gioioso incontro. Però, durante l’ennesimo viaggio di ritorno, il mezzo di trasporto pubblico su cui viaggia viene fermato dalle forze dell’ordine e Ngũgĩ, insieme ad altri, viene arrestato e costretto ad un periodo di isolamento ed umiliazione, inizialmente non supportato da alcun motivo. In realtà, in un secondo momento gli viene fornito il motivo della detenzione: si tratta una menzogna che avrebbe dovuto ammettere per passare dalla parte del colpevole. Ngũgĩ si rifiuta fermamente e fa una scelta importantissima per la sua vita, ovvero quella di stare (sempre e incondizionatamente) dalla parte della verità che, se pur non lo aiuterà ad avere una rapida scarcerazione, lo porterà al brillante percorso della sua vita di cui avrò modo di parlare in un’altra occasione.

Perché leggere il libro? Perché racconta una parte di storia che non si trova sui libri scolastici (e difficilmente sui libri accademici), perché parla di storie che pochi hanno raccontato e stanno cercando di divulgare, intrecciando la questione keniota con quella di altri paesi del continente africano (Ghana, il controllo del canale di Suez in Egitto e altro). Perché bisogna sapere che persino oggi ci sono persone detenute in carcere e costretti ad umiliazioni, soprattutto in quei paesi in cui la democrazia è una parola scritta su carta ma è inesistente nella vita di tutti i giorni. 

Perché non leggere il libro? Non lo so, mi viene solo da pensare che questo libro, insieme a quello precedente ( Sogni in tempi di Guerra), potrebbe non essere adatto a chi non ha alcun interesse nelle Storie.

Link correlati:

Intervista a Ngũgĩ wa Thiong’o

Ngũgĩ wa Thiong’o Official Web Site

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