Libri dalla terra straniera: “Quantas Madrugadas Tem a Noite” di Ondjaki

madrugada

I libri raccontano storie ispirate o tratte dalla realtà, fittizie, modificate, manipolate, reinterpretare. A volte i libri ci portano in mondi lontani o immaginari, altre volte ci fanno aprire gli occhi sulla realtà e ci spiegano cose che prima ignoravamo.

La prima storia a proposito della quale voglio scrivere è quella di cui anche noi siamo protagonisti, nel ruolo di lettori (o di ascoltatori), insieme ad un narratore (contador de histórias).  Immaginiamo di essere  improvvisamente catapultati in un altro luogo e di ritrovarci a camminare per le strade di una città di cui non conosciamo nulla. Poi, dopo aver camminato per un po’, scopriamo che questa città si chiama Luanda; può darsi che abbiamo visto il suo nome scritto su qualche cartello o insegna, oppure che ci sarà giunto il sussurro di qualche passante. È il termine di una giornata e, nonostante sembra che il sole sia tramontato già da un pezzo, l’aria è ancora calda. Così, decidiamo di entrare in un bar situato lungo una delle strade principali già illuminate da qualche lampione. Mentre ci stiamo per sedere al bancone, un individuo si avvicina e attacca bottone, mal articolando la seguente frase:

Sai che significa non sentire il cuore e sentire il cuore, tutt’un battito unico, il sangue leggero nel petto e le lacrime pulite che scorrono?

Ed ecco che con un onomatopea (tutt’un… tutum), che simula un colpo di tamburo oppure il battito del cuore, comincia a pulsare di vita la storia in cui ci ritroviamo involontariamente immersi e che, di lì a poco, si popolerà di una miriade di altri personaggi e di altre storie. È evidente che il curioso personaggio che abbiamo incontrato, il narratore, non si sia avvicinato senza secondi fini. Non ci chiede del denaro, non è un mendicante. Egli chiede di essere patrocinado (come ci dice nella sua lingua), ovvero che gli si paghi da bere fino a calmare la sua sete e, in cambio, ci racconterà delle storie. Però, il patrocínio implica che ci sia qualcosa di alcolico, pertanto servirà della birra fresca (tanta), e occorrerà del tempo (tanto), forse ci vorrà tutta la notte.  La verità è che, per quanto possa essere strano ed enigmatico, l’incontro col narratore è capitato in un momento perfetto, infatti egli è proprio la persona di cui abbiamo bisogno: qualcuno che ci guidi fra le strade di una città sconosciuta, di cui non ne conosciamo la storia passata, né quella presente, dove ci sentiamo perfetti stranieri e la gente usa delle variazioni di una lingua che non riusciamo ad intendere perfettamente. Sappiamo implicitamente che la richiesta di patrocínio da parte del narratore non è altro che una scusa bella è buona: la verità è che egli ha un disperato bisogno di parlare e di raccontare, così come noi, d’altra parte, abbiamo bisogno di ascoltare. Pertanto, la sua implacabile sete non è altro che una metafora del bisogno di far sentire la propria voce e narrare alcune delle storie che si affollano confusamente nella sua mente.
Così cominciano a susseguirsi le parole che costruiscono storie, e tanti bicchieri di birra, e quest’ultima cosa sì che la capiamo, poiché nella variazione linguistica del portoghese di Luanda la parola birra si dice come in italiano, e non cerveja, come direbbero i tugas (i portoghesi). Si andrà avanti così per tutta la notte, fino al sopraggiungere dell’aurora (madrugada).

Dunque, si passa alla seconda storia, ovvero quella principale che si narra nel libro Quantas Madrugadas Tem a Noite, che è quella della morte di Adolfo Tuto (il cui nome, se pronunciato rapidamente e senza pausa, suona già infausto, AdofoTuto), ma anche delle sue due donne, dei suoi amici, di una signora che gestisce un allevamento di api al posto dell’ape regina che ha precedentemente ammazzato e del suo cane maestoso, chiamato per l’appunto Cane (Cão), che si è impossessato di una metà della casa e lì regna minaccioso e indisturbato.

La morte improvvisa di AdolfoTuto scatena una serie di reazioni a catena che danno origine ad altre vicende intrecciate. Innanzitutto, i medici dell’ospedale locale, dove è stato portato il corpo senza vita di Adolfo, richiedono il permesso di un familiare per effettuare l’autopsia al fine di determinare l’effettiva causa del decesso. Data l’assenza di parenti di sangue, si crea un vivace battibecco fra le due donne: DonaDivina, precedentemente moglie del defunto, e Kibebucha, amante e amata, ciascuna rivendica che sia riconosciuto dalla Legge il proprio stato di vedovanza. Intanto, gli amici più stretti della buonanima, ovvero il nano Burkina e l’insegnante albino Jaí, dopo una serie di peripezie per le strade di Luanda ritrovano il corpo del deceduto che era stato rimosso furtivamente dall’ospedale per un atto di ripicca.
La storia della morte di AdolfoTuto finisce col diventare una questione di Stato quando persino le autorità della Legge si trovano coinvolte ad organizzare un processo per decidere chi, fra le due donne in causa, possa assumere legalmente il titolo di ‘vedova’ (non che ci sia di mezzo alcuna eredità!).

DSC02350In questo clima di turbamento generale, il corpo di AdolfoTuto non riesce a riposare in pace e ad avere un degno funerale, al contrario, si ritrova  ad essere trasportato da una parte all’altra della città ed a presenziare regolarmente nel tribunale locale durante le varie fasi del processo in atto. Di tanto in tanto sul cadavere viene accuratamente spalmato un unguento prodotto artigianalmente dalla famosa padrona delle api, conosciuta come KotaDasAbelhas, con l’intento di ritardare la putrefazione e, in tal modo, esso continua a spandere un profumo inebriante ed intenso di miele per ogni angolo e per tutte le strade della città in cui viene fatto passare.

La sfortunata vicenda di AdolfoTuto procede e si srotola in mille altre storie, coinvolgendo la popolazione di Luanda e percuotendo l’intera città, finché la narrazione si trasforma quasi in una sorta di Commedia dell’Arte italiana, ma di matrice e di stile puramente angolani. In certi momenti, a narrazione inoltrata, AdolfoTuto sembra quasi diventare un fantoccio trasportato in una processione carnevalesca. Assieme a lui sfilano le maschere, ovvero dei personaggi definiti da caratteristiche grottesche, che si esibiscono in modo talvolta buffonesco ed istrionico su un palco chiamato Luanda: ecco l’altra faccia della città che l’autore (e questa volta credo non sia solo il narratore a parlare) vuole far conoscere al suo pubblico di lettori.
In tutta questa confusione (o kazukuta, per utilizzare  il termine in lingua locale kimbundu), persino la natura ha deciso di far parte della narrazione e ritagliarsi un ruolo rilevante sotto forma di pioggia. Infatti, a partire dal giorno della morte di AdolfoTuto comincia a cedere giù una pioggia scrosciante che mette Luanda sottosopra e viene dichiarato lo stato di allerta meteorologica. Una sorta di calamità naturale tormenta la città e i suoi abitanti, facendo da sfondo alle vicende di AdolfoTuto, che cesserà solo quando, in seguito ad una seconda scomparsa, verrà nuovamente ritrovato il corpo del defunto con un surreale colpo di scena finale.

Poiché la letteratura angolana è strettamente collegata alla storia del Paese, non ho potuto fare a meno di collegare l’associazione pioggia/personaggio/narrazione ad un avvenimento abbastanza recente. Non so se la ripresa del tema dei personaggi che controllano i fenomeni naturali sia un’analogia voluta, oppure se si tratti solo di una mia associazione mentale. Ad ogni modo, faccio riferimento alla storia della guerra militare interna e sanguinosa che dilaniò l’Angola negli anni 1992-2002, fra due dei partiti che avevano partecipato all’Indipendenza del Paese un paio di decenni prima. Questa guerra colpì relativamente poco la capitale ma  causò, come tutte le guerre,  immenso dolore, morte, distruzione e migrazione verso l’Europa e altri luoghi. I due partiti protagonisti in questione furono il MPLA (socialista e appoggiato dai sovietici) e l’UNITA (anticomunista e appoggiata dagli USA), con Jonas Savimbi a capo di quest’ultimo, un politico e dittatore. Naturalmente questa è un’altra storia, ma c’è un episodio relativo all’ultima fase della guerriglia che vide Savimbi, ricercato dalle truppe avverse, come un abile fuggitivo che nessuno riusciva a catturare. Era la stagione delle piogge in Angola, eppure, stranamente, le precipitazioni ritardavano a venir giù, cosa che giocò per un certo tempo a favore di Savimbi: il maltempo avrebbe certamente rallentato e ostacolato i suoi spostamenti furtivi. Secondo un detto popolare Savimbi era riuscito a controllare il tempo meteorologico, cosa che si aggiungeva alla sua abilità di trasformarsi in pietra o in un uccello, a seconda delle necessità, per sfuggire dalle grinfie del nemico. Il 22 Febbraio del 2002 Savimbi morì in combattimento e trenta minuti dopo cominciò a piovere a dirotto: si inaugurò finalmente una ritardata stagione delle piogge.

Ritornando al racconto dopo questo piccolissimo excursus storico, parola dopo parola e birra dopo birra, mentre noi ci sentiamo finalmente sempre più a nostro agio poiché abbiamo ormai familiarizzato con la lingua e il modo di parlare del narratore, quest’ultimo è sempre più ubriaco (lui si definirebbe mamado,oppure tibado) e la sua narrazione perde progressivamente coerenza, fino ad arrivare all’ultimo capitolo in cui, a detta dello stesso, verranno narrate delle storie la cui veridicità potrà essere messa fortemente in discussione. La narrazione prende progressivamente la forma di uno stream of consciousness, ovvero un flusso di pensieri sempre più disinibito e fuori dal controllo della razionalità. Eppure, in tutto questo delirio alimentato anche dai fumi dell’alcol, il narratore continuerà fino alla fine a stupirci, pronunciando delle frasi sparse che sembrano inaspettatamente essere di una lucidità superiore alla norma, seppur sempre articolate in modo un po’ confuso:

Di tanto in tanto, mi ritorna un pensiero: cammino, perso nel mondo, nell’immensità di un’aurora profonda […]. Come ti ho detto, te lo spiego: è nell’oscurità che gli occhi brillano di più; la lucciola attende la notte per essere sé stessa; è nell’acqua che il pesce rimane asciutto, fuori dall’acqua esso trasuda morte; e potrei continuare così, amica mia*, ma ti dico solo una cosa: è di notte che smetto di vergognarmi di essere me stesso, che apro la gabbia dell’immaginazione e riesco ad essere quello che sono nel profondo del mio cuore: un narratore. Non invento quasi nulla, piuttosto trasformo il materiale per forgiarlo come ritengo più utile. Non è forse vero che l’artista immerge le mani nell’argilla per trasformarla in altro? Allo stesso modo, io immergo il mio cuore nell’alcol per costruire dei castelli di sabbia che metterò in cima alle mie storie… le aurore sono il mio specchio. Quante aurore ci sono in una notte? Tu riesci a contarle? Io no. Riesco solo a prenderle, così come le vedo e le sento.

*Nel testo originale è al maschile (da muadiê=ragazzo, uomo) ma, in questo caso, chi ascoltava ero proprio io.

 

auroreQuantas Madrugadas tem a Noite è un romanzo di Ondjaki del 2004, di cui è stata pubblicata nel 2006 da Edizioni Lavoro una versione tradotta in italiano da Vincenzo Barca con il titolo Le Aurore della Notte.  Non so quale sarebbe stata la mia reazione da lettrice se questo fosse stato il primo libro dell’autore e non posso fare ipotesi a posteriori. Probabilmente avrei avuto bisogno di sospendere il libro e di riprenderlo, semmai, in un secondo momento. Forse avrei avuto molta difficoltà ad addentrarmi nello spirito giusto della lettura. Certo, il libro è abbastanza complesso, soprattutto per chi non parla portoghese come prima lingua e per chi non vive la quotidianità dell’idioma nelle sue continue alterazioni. Tuttavia, così non è stato. Ho ignorato la difficoltà iniziale, nonostante l’abbia decisamente percepita, e ho deciso di fidarmi del narratore e passare la notte con lui a cercare di contare le aurore. Però, al contrario di lui, sono rimasta sobria per ascoltare quello che aveva da dirmi.

Perché leggere il libro? Perché è un libro divertente, ironico e che riesce anche a scuotere la mente del lettore; per conoscere uno dei volti di una città, Luanda, e della sua gente che sembra tanto amare l’arte dell’inventare storie. Inventare non è sinonimo di raccontare bugie o mentire e per ingannare chi ascolta. Inventare storie significa instaurare delle connessioni profondamente umane, utilizzare l’impulso creativo della mente.

Perché non leggere il libro? Non raccomanderei la lettura del libro in lingua originale se non si è disposti a liberarsi della norma ortografica e ad avventurarsi in un divertente e istruttivo viaggio linguistico e narrativo. Sempre in merito al testo in lingua originale, non lo consiglierei forse come primo libro dell’autore poiché credo abbia bisogno essere introdotto al lettore con un’adeguata presentazione al suo stile di scrittura.

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