Sogni Azzurri e sensazioni, un racconto

Premessa
Sonhos Azuis pelas Esquinas è un libricino di recente pubblicazione di Ondjaki (Edizioni Caminho, 2014) che mi sono ritrovata fra le mani durante una visita in libreria. Si tratta di una raccolta di brevi racconti in prosa che sanno di poesia, diviso in quattro parti. Ogni racconto porta il titolo di una città del mondo, dando al lettore l’impressione di movimento, quasi di viaggiare attraverso posti e culture, passando anche per l’Italia, precisamente da Siena. Ma si tratta di viaggi brevissimi che non descrivono luoghi, bensì sensazioni, impressioni di istanti, sogni, visioni fra realtà e immaginazione scaturiti da incontri con posti e persone. Ci sono dialoghi e pensieri interiori ricchi di connotazioni e di significati, ecco perché i racconti risultano simili a poesie.
Non ancora tradotto in italiano, avevo pensato di riportarne qui qualche riga, giusto per immortalare la mia personale sensazione di fine lettura nella mia lingua, come mi piace fare qui su Translature. Ma poi la notte apre la gabbia alle parole e ha permesso che questo si trasformasse in un piccolo esercizio di traduzione notturno. Poco male, è stato un buon esercizio per la mente.

 

 

Tangeri 

Teneva in mano un garofano rinsecchito che i familiari gli sostituivano di settimana in settimana. Aveva gli occhi stanchi e lo sguardo ormai vuoto.
– Lei sa che perché sono qui? Perché aspetto la risposta del mio amore. Anche se, le confesso, non sono più sicuro di ciò che provo. Non me ne starò qui per sempre, e lei lo sa. Ho promesso di rimanere qui fino alla fine. Ma sono già passati diciassette giorni e altrettante notti.
Se qualcuno mi chiedesse cosa penso, direi che quell’uomo ha già smesso di credere nella sua missione. Però mi stuzzica l’idea di sapere chi è la donna dal cuore di ghiaccio che si nasconde dietro la finestra.

Mi chiede una sigaretta. Accende la sigaretta con un fiammifero minuscolo. I suoi gesti sono calmi, le mani immacolate.
Sul volto gli si è disegnato già un filo di barba.
– Che ore sono?
– È tardi – gli dico scherzando e lui non insiste.
Fuma. Guarda il balcone di fronte a noi.
– Da qui a qualche istante le presenterò una persona… la avviso che si tratta di un tipo particolare, molto particolare. Fra poco vedrà- sorride con malizia. – Si tenga pronto.
Poggia il garofano sulla panchina. Batte il dito sulla sigaretta facendo cadere la cenere sempre sullo stesso punto disegnato sul pavimento.
– Ah, l’attesa è finita. Eccola.

Una donna di età matura viene verso la nostra direzione. Procede quasi sospesa a mezz’aria, ha un abito leggero fatto a rete, azzurro, e una stola che le vela il corpo. La sua aurea comunica una piacevole leggerezza e in mano porta una cesta.
Cammina lentamente, per non affrettare le cose.
– Salve… Buonasera a tutti.
– Buonasera – avanzo timidamente.
– Carissima, non c’era bisogno che ti preoccupassi – dice l’uomo facendosi più vicino a me in modo che la donna e il suo vestito si possano accomodare sulla panchina.
– È un piacere, non una preoccupazione – e intanto porta fuori le cose dalla cesta.
Marmellata, sigarette, pane fresco, burro all’aglio, tovaglioli, mezza bottiglia di vino rosso, l’apri-bottiglie, fiammiferi e un pettine argentato.
Nessuno parla. Una luce si accende sul balcone. L’uomo finge di non veder nulla, io mi incuriosisco visibilmente, la donna mostra un certo fastidio tipicamente femminile e quasi irritante. La tenda si muove e si intravede un’ombra. Ma non si vede nessuno.
– Non si vede mai nessuno. È sempre la stessa storia – la donna agita le mani senza un motivo particolare.
– Bene, mangiamo… – l’uomo tira un respiro profondo e comincia a tagliare il pane.
Mangiamo, lentamente. Quel pane è forse il miglior pane esistente in questo mondo. Ma son certo non si tratti di una questione di dose di sale o di temperatura di cottura. Non credo – e qui l’uomo converrà con me – che il nostro piacere derivi dalla cura nella preparazione.
– Non esiste arma più potente della dedizione – sussurro all’uomo quasi in segreto.
– L’amore?
– No, no. La dedizione è molto più  potente dell’amore – ribadisco.
– Se così fosse – dice, lasciando trapelare una nota di tristezza – la donna alla quale dedico il tempo della  mia vita si sarebbe già affacciata a quel balcone per dirmi di sì. O anche per dirmi di no.
– Risponde chi ascolta. Reagisce chi sente, caro mio.
– Anche questo è vero.
Ci versa del vino. Senza che nessuno dica nulla, tutti e tre aspettiamo un segnale dalla luna. Il vento soffia così lentamente da sembrare una melodia piuttosto che una sensazione. Invaso dai primi effluvi dell’alcol, il mio cuore sorride. La mia pelle si distende. La donna fa lo stesso: si mette comoda sulla panchina, rilassa la schiena, si sfila le scarpe. Allarga appena le gambe in un gesto che, se fosse completamente innocente, passerebbe inosservato. L’uomo emette un colpo di tosse.
– Che la notte parli per me – sussurra la donna.
– Dov’è la luna? – interroga l’uomo.

La luce sul balcone scompare. Ma sappiamo che qualcuno deve averla spenta. La porta si discosta leggermente. A muoversi sono solo le tende. Danzano, si incuneano, serpeggiano come lingue di fuoco in un tessuto trasparente. L’uomo sorride e ci versa da bere.
Si alza. Dice che, con permesso, va ad alleggerirsi la vescica.
La donna scivola sulla panchina e mi si avvicina. Mi guarda, sorride, si passa la lingua sulle labbra. Mi sbaglio pensando che mi stia per fare una proposta.
– Sai da quanto tempo è qui quest’uomo?
– Non ne ho idea.
– Da tante notti… saranno settimane ormai. Voglio dirti una cosa…- avvicina la bocca al mio orecchio.
Respira intensamente. La percezione del suo respiro è quasi una provocazione. Emana un odore così piacevole che vien quasi voglia di odorarla tutta. Percepisco di essere sotto l’effetto di un incantesimo della donna.
– La ascolto.
– Io… entro tre giorni gli dirò di sì…
– Dirà di si a chi?
– All’uomo della piazza.
Mi sfiora con la punta più morbida delle sue labbra. Mi fa sentire il suo respiro. Ho il timore che l’uomo ci stia osservando e che questo gli possa dare fastidio. La donna si guarda alle spalle. L’uomo non è ancora tornato. Continua:
– Alzati ora…devi andartene. Non tornare più in questa città – il tono della sua voce si è fatto greve. Un graffio rauco le da una certa autorità. – Vattene e porta con te questo segreto: la donna del balcone sono io.
Odo dei passi. L’uomo sta per ritornare. Prendo in mano il garofano bianco.
– Quante notti dura questo martirio?
La donna non sorride più e non batte neppure ciglio.
– Non è un martirio. È una scelta. Ognuno sopporta il peso dell’attesa che desidera.
– Per quante notti?
– Cinquecento. Ma tu non starai qui a vedere la fine di questa storia.
Le quattro dita della sua mano mi sfiorano il collo, lasciandomi quasi un bruciore tipico di un’ustione elettrica. Con un brivido lascio cadere il garofano.
– Gli dica… dica che gli lascio un abbraccio.
– Gli dirò tutto quello che vuoi ma ora va via. Per la tua salvezza, vai via, cammina e non fermarti finché non vedrai la luna. Addio.

Cammino senza guardarmi indietro. Giro attorno alla piazza e mi infilo in una viuzza più o meno parallela. Non resisto alla curiosità di spiare il balcone da lontano. Ora vedo che le tende non erano altro che l’orlo inferiore dell’abito della donna.
Sospeso nel mio respiro c’è il timore della mia incomprensione. Nessuna logica può spiegare quanto è avvenuto. Per qualche motivo, da quando ho incontrato quella donna obbedisco ciecamente alle sue parole.
Circa due ore dopo mi siedo in un bar della strada. Ordino del vino. Faccio uno sforzo per capire che musica c’è. Una voce roca, un ritmo lento. Non riesco a ricordarmi il secondo nome. Il primo è sicuramente Joaquín. Qualcuno compare alle mie spalle. Mi tocca la spalla, non vi è alcuna sensazione di bruciore. Mi spavento ugualmente.
– Tranquillo, uomo… Voglio solo chiederti se hai da accendere. Hai visto quant’è bella la luna stanotte?
Poi, quasi in silenzio, l’uomo accende la sigaretta, comincia a pizzicare le corde di una chitarra addormentata e mormora una litania in spagnolo:

trepo por tu recuerdo como una enredadera
que no encuentra ventanas donde agarrarse, soy 
esa absurda epidemia que sufren las aceran,
si quieres encontrarme, ya sabes dónde estoy*.

*Mi aggrappo al tuo ricordo come una rampicante
che non trova una finestra su cui appoggiarsi, sono
questa assurda epidemia di cui soffrono pure i marciapiedi,
se vuoi trovarmi, sai già dove sono. (Calle melancolia di Joaquín Sabina)

 

uomo

Scatto di MarianTranslature.

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