25 Marzo, AntonioTabucchi e i suoi 4 anni di assenza

«Spesso la pittura ha mosso la mia penna» scrive Antonio Tabucchi nell’incipit della sua breve prefazione a Racconti Con Figure (Sellerio Editore 2011), in cui procede menzionando la sua peculiare sensibilità per l’arte figurativa e in cui spiega ciò che ha mosso la composizione di questo bellissimo lavoro letterario. “Un’immagine seguita da un breve racconto”, questa è la struttura del libro, dove ogni segmento che lo compone è un’esperienza di traduzione inter-semiotica  in cui l’immagine di qualcuno provoca la scrittura di Tabucchi che, a sua volta, conduce quell’immagine altrove.
L’arte provoca l’immaginazione dell’osservatore, l’anima si immagina quello che non vede (lo diceva pure Leopardi). La mano dell’artista crea spazi, volumi, linee, orizzonti e figure, mentre l’osservatore capta e va oltre, interpretando a modo suo, ricollegando quegli elementi al suo mondo personale, alla sua esperienza e alla sua percezione.

Fra le pagine del libro spunta ad un certo punto un racconto di una paginetta, intitolato È arrivato il dottor Pereira, la cui l’immagine di apertura è un’opera dell’artista Giancarlo Vitali raffigurante il ritratto di uno dei più famosi personaggi letterari creati dalla penna di Tabucchi. Il lettore si ritrova davanti ad uno scambio artistico a doppio senso, una collaborazione spontanea e naturale.

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Giancarlo Vitali, Ritratto di Pereira, 1996.

Ieri mattina il dottor Pereira è tornato a farmi visita. È arrivato dall’Italia per posta fino a questa via di Lisbona. Ignaro ho aperto la grande busta gialla nel cui interno si trovava un cartone, e l’ho sorpreso seduto a un tavolino del caffè Orquídea mentre beveva la sua limonata. Anche lui mi guardava, sorpreso che io lo guardassi. Si era slacciato la cravatta, alla sedia aveva appeso la giacca dalla cui tasca spuntava il Lisboa, teneva un cucchiaino sospeso in aria come se nell’essersi accorto che lo stavo guardando avesse smesso di girare la limonata. Mi guardava da sopra gli occhialini rotondi, simili ai miei, le sopracciglia inarcate, con l’aria interrogativa di chi chiede «Ma cos’ha da guardare?». Mi è quasi venuta voglia di rispondergli: «Guardi che è lei che mi ha chiamato, legga bene cosa c’è scritto sotto il suo ritratto: A Tabucchi dal dott. Pereira»; ma non l’ho fatto, perché già conoscevo la sua risposta. Ne sarebbe nata una schermaglia ormai abituale:
— Veramente è lei che mi ha chiamato!
— Ma no, ma cosa dice, mi ha chiamato prima lei!
Era sempre stato così, con Pereira: prima di scriverlo e mentre lo andavo scrivendo, soprattutto la sera, prima di dormire, quando le palpebre si abbassano e le voci interne si sentono meglio.
Ma ora era diverso, non era più un’evocazione, un gioco sottile per farlo essere presente, per chiamarlo o per essere chiamato da lui, per parlare affinché si raccontasse, affinché sostenesse con me quello che voleva sostenere. Dall’ex-vocare, cioè dal chiamarlo fuori con la voce, si era passati al con-vocare. Qualcuno aveva convocato il fantasma materializzandolo in un’immagine. E ora l’icona di Pereira stava di fronte ai miei occhi, massiccia, visibile in tutta la sua “pereireità”. E il medium che aveva ottenuto questa convocazione era Giancarlo Vitali.
«Per ora si metta qui, dottor Pereira», gli dissi con il pensiero, «domani le trovo una sistemazione migliore, poi della nostra diatriba avremo tempo di riparlarne. Comunque la ringrazio di essere venuto a casa mia, ero sempre venuto io a casa sua e non l’avevo mai invitata».

Lisbona, ottobre 1997
A. Tabucchi, Racconti con Figure, Sellerio Editorre 2011.

 

 

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