24 Aprile, 101 anni dopo il Genocidio armeno

Avanti, distruggete l’Armenia. Vediamo se ci riuscirete. Mandateli nel deserto senza pane e senz’acqua. Distruggete le loro case e le loro chiese. Poi vedrete se non rideranno, canteranno, pregheranno ancora. Perché quando due o tre di loro s’incontreranno da qualche parte nel mondo, vedrete se non creeranno una nuova Armenia.
William Saroyan

 

Cento e uno anni dopo, un anno di distanza dall’articolo del centenario.

In un estratto di un’intervista fatta da Enzo Pace, Rimozione di un genocidio: la memoria lunga del popolo armeno, Antonia Arslan traccia alcuni punti basilari della storia del paese:

[…] l’Armenia ha perduto la sua indipendenza con la caduta del regno della Grande Armenia nell’XI secolo: dalla grandiosa capitale del regno, la città di Ani, conquistata nel 1045, le rovine imponenti ancora si possono ammirare nell’estremo Oriente anatolico, non lontano dalla città di Kars. L’ultima piccola realtà statuale indipendente fu il regno di Cilicia, fiorente nella zona di Antiochia davanti a Cipro, la cui storia finì definitivamente nel 1375, con la caduta della capitale Sis. Da allora il popolo armeno è stato per secoli una delle minoranze riconosciute (i famosi millet) all’interno dell’impero ottomano. Tuttavia, questa lunga eclissi (e la tragedia dei massacri del “sultano rosso” Adbul Hamid II nel 1894-1896 e del genocidio del 1915-1922) non lo annienta: nel XX secolo troviamo, dopo la Grande Guerra, l’effimera repubblica indipendente del 1918-1921, poi inglobata nell’Unione Sovietica, ma soprattutto è importantissimo il fatto che dal 1991 esista di nuovo un’Armenia indipendente, uno Stato in cui gli armeni possano riconoscersi e ritrovarsi.

antonia_arslan_xAntonia Arslan è nata a Padova nel 1938 da una famiglia originaria dell’Armenia; laureata in archeologia, ha insegnato letteratura moderna e contemporanea all’Univesità di Padova. Benché abbia scritto alcuni interessanti saggi accademici, la scrittura non è stata la sua attività principale, ma nel 2004 ha pubblicato il suo primo romanzo, La Masseria delle Allodole, un esperimento letterario ben riuscito a cui hanno fatto seguito altri romanzi.  Il punto di partenza della narrativa di Antonia Arslan sono i ricordi di bambina e le storie  raccontate dalle zie e dagli zii lontani che l’hanno aiutata a ricostruire i pezzi della della sua famiglia forzatamente divisa e lacerata dagli eventi della Storia. Nonostante la pubblicazione del libro risalga ormai ad oltre un decennio fa, solo recentemente mi sono ritrovata a sfogliare La Masseria delle Allodole in libreria e su questo libro è caduta la scelta per le mie letture di Pasqua.

Il romanzo si inaugura con un racconto d’infanzia di cui lei stessa, la piccola Antonia, è la protagonista, la festeggiata nel giorno dedicato al suo Santo omonimo; si tratta di uno di quegli episodi che i bambini imprimono nella memoria per il sentimento di gioia, per il profumo inebriante dei dolci e per i colori che accompagnano certi avvenimenti. I ricordi d’infanzia di Antonia sono tutti in Italia, la sua terra di nascita, benché si svolgano su un territorio di confine e di incrocio fra culture diverse. Ed ecco che subito appare al suo fianco la zia Henriette che la tiene per mano, una figura che rimanda inevitabilmente ad alcune pagine di storia del primo Novecento che qualcuno ha tentato di strappare:

Zia Henriette era una sopravvissuta al genocidio del 1915. Creatura della diaspora, non aveva più una lingua madre. Parlava molte lingue, compresa la sua, l’armeno, in modo legnoso, innaturale: come una straniera. In tutte faceva patetici sbagli, e non volle mai raccontare la storia della sua sopravvivenza. Aveva dimenticato anche la sua età (in Italia, quando sbarcò, era così minuta e patita che le tolsero due o tre anni). Ma ogni sera, a casa nostra, veniva a cena portando vassoi di biscotti alla moda austriaca, enormi vasi di yogurt fatto in casa, paklavà colmo di noci e di miele: e la sua presenza riempiva la casa di memorie oscure.

Dopo il primo capitolo di apertura si fa un salto indietro nel tempo e si ritrova una Henriette del 1915, una bambina nella casa dei genitori Shushanig e Sempad. Quest’ultimo è il fratellastro di Yerwant (nonno di Antonia Arslan) che, al contrario degli altri fratelli,  è rimasto nel paese nativo e ha conseguentemente le redini del capofamiglia dopo la morte del vecchio padre Hamparzum .

Il paese è animato dai festeggiamenti pasquali, e anche questo per Henriette e per gli altri bambini rimarrà un ricordo di festosa allegria; persino gli adulti riescono temporaneamente a mettere da parte i problemi. Shushanig e le giovani cognate, le zie Veron e Azniv, si dilettano preparando manicaretti in cucina e distraggono i bambini. Tuttavia, poco dopo la celebrazione della Pasqua l’aria si appesantisce tanto che non si riesce più ad ignorare una situazione politica già tesa da tempo. Ci si ricorda che nel cuore dell’Europa la guerra si spande: c’è chi già fiuta l’odore di sangue umano, c’è chi ha delle visioni annebbiate di una tragedia annunciata, un sentore di cadaveri che si decompongono nelle strade; nonostante ciò, nessuno può immaginare la reale grandezza della strage che attende l’intero popolo armeno. Yerwant, che vive già in Italia, comincia ad incontrare alcune difficoltà nel mettersi in contatto col la sua famiglia armena; oltre alla distanza, anche la guerra divide ora i due Paesi:

È scoppiata la guerra in Europa (Agosto 1914). L’angoscia balcanica colpisce di nuovo. L’impero di allinea con le Potenze centrali, Germania e Austria-Ungheria.

61ik6jrO4GL._SX324_BO1,204,203,200_Mentre la corda si tende sempre di più aumentando pericolosamente la tensione, la famiglia Arslanyan decide di rifugiarsi nella Masseria delle Allodole, la casa di campagna di loro proprietà. E proprio mentre tutti si apprestano a preparare un succulento banchetto, quasi per esorcizzare il clima di generale apprensione e negatività, ecco che si compie una delle prime stragi che si espanderanno sul territorio. La masseria si macchia del sangue degli uomini della famiglia Arslanyan, diventa testimone delle loro teste sgozzate e dei coltelli infilzati nei loro corpi senza colpa. La folle tragedia si consuma in un batter d’occhio e un devastante silenzio ricade sulle superstiti, ammutolite e incapaci di reagire all’orrore di cui sono dirette testimoni. Sono tutte donne e bambine, fatta eccezione per il piccolo Nubar, che di proposito avevano vestito con una gonnella da femminuccia. Altri massacri si compiono anche altrove, uno dopo l’altro: nelle case, nelle fabbriche e per le strade dei paesi. Come mai le donne non vengono uccise ricevendo lo stesso trattamento degli uomini? Forse, in una minima misura, perché i carnefici rivedono nelle donne i volti e i corpi delle loro madri, generatrici e custodi della vita. Non per questo però risparmiano loro alcuna atrocità. Infatti, le donne di illudono solo per poche ore di essere sopravvissute alla tragedia e nel frattempo raccolgono i propri averi e i gioielli accumulati in casa, ma ben presto scoprono che l’orrifico progetto, accuratamente pianificato, riserba loro` la parte più macabra e perversa: donne, anziani e bambini, cacciati dalla propria terra e costretti ad allontanarsi, danno inizio alla macabra carovana della deportazione, mentre altri si impadroniscono delle loro case e dei loro averi. La destinazione della carovana è Aleppo, in Syria, un posto dove non si ammazzano gli armeni, che al lettore di oggi risuona come uno scenario di orrore. Durante il cammino gli anziani si perdono o si abbandonano sul suolo, incapaci di andare avanti, e nessuno torna indietro per perderli; le donne si concedono agli zaptié sperando di strappare loro qualcosa di commestibile per i bambini; qualcuno scambia qualche moneta o pietra preziosa per un favore o una qualche concessione di poco conto. Gli armeni si consumano in questa penosa carovana, gli ufficiali del governo assistono eseguendo gli ordini dall’alto, alla gente è vietato severamente prestare alcun soccorso: è meglio far finta di nulla, anche se tutto (o quasi) si svolge alla luce del giorno e davanti agli occhi della gente.

Nella grande piana ai piedi dei primi contrafforti del Tauro confluiscono stremati i resti delle carovane. Di quanti, di quante biancheggiano ormai le ossa sui sentieri, quanti gonfi cadaveri sono trasportati dall’Eufrate, quanti bambini, quante ragazze sono scomparsi. […] È luglio, chissà. Nessuno tiene più il conto dei giorni.

Così anche i lettori finiscono con l’unirsi inevitabilmente al corteo dei morti in vita che avanza: vittime dei genocidi, delle stragi, dei bombardamenti, dei folli conflitti; rifugiati che lasciano la propria terra non per scelta, ma perché l’alternativa è la morte certa; vittime di guerre di cui i certi Potenti sono coscienti responsabili. Tutti, indistintamente, uniamo le nostre mani con quelle scarne e sanguinanti delle vittime, camminiamo con i piedi vicino ai loro, neri e lividi, incrostati dalla terra e dal sangue.In verità, tutti noi, indistintamente, siamo vittime di un progetto molto più grande di noi, a capo del quale non c’è Dio né gli spiriti ancestrali dell’Universo, bensì il Male, il Potere e il Denaro

 

Il libro si leggerebbe tutto d’un fiato, grazie alla bella e ricercata prosa di Antonia Arslan, se non fosse per la necessità di fare delle pause, di tanto in tanto, perché è necessario prendere fiato e distogliere lo sguardo dalle pagine  per non rimanere intrappolati pericolosamente nel tessuto dell’orrore della reale Storia narrata. Tuttavia, La Masseria delle Allodone merita di essere inserito nella lista dei libri da leggere. Di questo libro esiste anche una versione cinematografica del 2007 di Paolo and Vittorio Taviani.

 

 

 

 

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8 thoughts on “24 Aprile, 101 anni dopo il Genocidio armeno

  1. Un genocidio rimosso dalla coscienza di tutti più per non dispiacere ai turchi che per la memoria corta che ci ritroviamo. Ricordo il libro ma non l’ho mai letto. Che sia la volta buona?

    O.T grazie per il suggerimento de Il segreto degli Annwyn, letto e commentato sul blog della Giovannoni.

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  4. Grazie! Lo leggerò senz’altro, forse ho anche visto il film, ma non è la stessa cosa. Bisogna “entrare” nella storia con tutta l’anima e, come scrivi, bisogna prendere delle pause.I libri, come dico io, che insegnano qualcosa, che lasciano il segno, sono i libri che prediligo.A presto.

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