“Ama il Tuo Sogno” #YvanSagnet

Grazie alla mia amica libraia, la quale mi ha svelato che che erano rimaste ancora delle copie autografate, mi sono ritrovata a cominciare la lettura del libro con la seguente frase:

«Promuovere la cultura in questo momento particolare è fondamentale».
 Yvan Sagnet

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La suddetta amica mi ha anche detto che l’autore è stato il direttore artistico dell’edizione 2016 del festival della letteratura cittadino Storie Italiane, benché non viva attualmente in zona.
Ama il tuo sogno (Fandango editore, 2012) è la storia vera di una ribellione, il resoconto fatto lucidamente a posteriori di un piano di sovversione e di uno sciopero organizzato per denunciare il sopruso dei lavoratori in Italia. Questo libro mi ha fatto conoscere e sviscerare un aspetto sottaciuto della mia terra, portando in superficie il volto un sistema che si conosce solo parzialmente, di cui è sconveniente parlarne troppo e fare troppi approfondimenti, gettando luce su uno degli aspetti dell’attuale condizione dei migranti.
Il titolo mi aveva inizialmente tratto in inganno, non so neppure io il perché, dandomi l’impressione che si trattasse di una semplice storia di successo, una di quelle in cui si ribaltano le condizioni del più “debole” o del “subordinato” e, dopo una meritata rivincita, si finisce generalmente per vivere tutti più felici e contenti. In verità, non avevo in mente i versi della Canzone di Ezra Pound che sono qui presi in prestito.

Love thou thy dream
All base love scorning,
Love thou the wind
And here take warning
That dreams alone can truly be,
For ’tis in dream I come to thee.

img_0410Nato nel 1985 e cresciuto in Camerun, Yvan arriva in Italia con una borsa di studio che gli permette di frequentare la facoltà di ingegneria presso il Politecnico di Torino. La scelta del luogo di trasferimento è, nel suo caso, il risultato di un sogno nato dalla passione per il calcio sin dall’infanzia e coltivata con cura nel corso degli anni attraverso lo studio della lingua, della cultura e della storia del Paese. Dell’infanzia e del contesto iniziale della sua vita Yvan ne parla ampiamente nella prima parte del libro e si tratta di un preambolo importante.
Tuttavia, come spesso avviene, i sogni finiscono con l’essere idealizzati fino ad un punto tale da continuare ad alimentarsi di mere fantasie e da infrangersi appena si incontrano faccia a faccia con la realtà.
Così, benché arrivato con una certa conoscenza del territorio, all’indomani del trasferimento Yvan scopre che nel suo paese dei sogni non tutto brilla come si era immaginato: al freddo del nord non ci si abitua facilmente, la lingua straniera rappresenta spesso una barriera difficile da buttare completamente giù, nei paesi “ricchi” la vita non è poi così semplice come sembra vista da altrove.
Comincia a sfaldarsi il “mito del nord”, dove tutto è più bello e tutti sono migliori, dove il “sistema” funziona sempre meglio rispetto a qualche chilometro più a sud. L'”Europa” per gli “africani” è costruita spesso su falsi stereotipi, ideologie convenzionali e rappresentazioni deformate. Analogamente, per gli “europeil’Africa è il concetto di un’approssimazione e di una semplificazione. In molti casi prevale la tendenza secondo cui la comprensione dell’altro debba richiedere il minimo sforzo per potersi realizzare.

Alle prime difficoltà tuttavia Yvan si adatta di conseguenza, in fondo sa bene che si tratta del prezzo da pagare quando, per scelta o per costrizione, ci si ritrova a vivere in una terra straniera.
La situazione precipita quando, a causa di un esame non superato, Yvan perde la possibilità di rinnovare la sua borsa di studio e diventa impellente il bisogno di trovare una fonte di reddito. Comincia a cercare lavoro in uno dei momenti neri della crisi economica italiana: la chiusura delle fabbriche sembra seguire l’effetto domino e le assunzioni sono calate a picco. In questi anni molti di noi italiani si sono incontrati all’estero, in qualche posto dell’Europa e persino fuori da questa, e si sono ritrovati a parlare dei problemi del proprio Paese visto a distanza, guardando la forma dello stivale proiettato all’estero e dall’estero, a discutere su  speranze e su un futuro senza contorno.
Nel frattempo, un amico convince Yvan ad andare in Puglia per unirsi alla raccolta stagionale dei pomodori e racimolare un po’ di soldi, ammonendolo fin dall’inizio che dovrà adattarsi a condizioni parecchio ostili.

Mi disse di dimenticare la casa dello studente e prepararmi a qualcosa che assomigliava all’inferno in terra.

Yvan, non potendo permettersi di fare troppo lo schizzinoso, finisce dall’altro capo del paese senza averlo realmente programmato, spinto dalla necessità e con le spalle appesantite da tante responsabilità.
Arrivato a Nardò dopo un lungo viaggio, Yvan raggiunge Boncuri e il centro di accoglienza per i lavoratori stagionali situato nell’aperta campagna isolata dal centro urbano. Sin dall’inizio si sente un pesce fuori dall’acqua: la diversità delle condizioni, delle culture e dei gruppi etnici non lo legano a nessuno, l’unico collante è il bisogno disperato di lavoro.
L’impiego lavorativo promesso si rivela una disgustosa trappola per soddisfare delle richieste dall’alto: i braccianti non godono di alcun diritto, non esistono contratti di impiego (lavoro nero, naturalmente), la misera paga ammonta a 3,50 euro per ogni cassone di pomodori riempito (circa tre quintali ciascuno) detrarre 5,00 euro giornalieri per i trasporti e ben 3,00 euro per un panino a pranzo. Un’assurdità. Dunque, perché lavorare e sottomettersi a questo sistema che non porta alcun beneficio?

Quella corruzione che Yvan conosceva già molto bene in Camerun assume qui una forma diversa, un’altra Africa, un’altra Italia, un’altro colore; la povertà l’aveva ben conosciuta e vista nel suo paese, invece per lui la violazione della dignità umana è una dolorosa scoperta.
Boncuri purtroppo non è un caso isolato in Italia, piuttosto di tratta di uno dei prodotti di un sistema di schiavitù post-moderna che coinvolge migranti e autoctoni. Perché nessuno si ribella? Perché c’è chi guarda questo spettacolo penoso e continua a tenere rigorosamente la bocca chiusa? Quali sono i perfidi interessi e chi sono i beneficiari di questo vergognoso sistema?

A ripensarci adesso credo che in quei giorni di raccolta, prima che cominciasse lo sciopero, fossi entrato nell’ottica alienata di chi è abituato a lavorare in questo modo da sempre. È sorprendente quanto poco tempo ci voglia; è sorprendente come l’essere per la sopravvivenza di piegarsi a umano sia in grado qualsiasi condizione di vita.

La lettura del racconto di Yvan è incalzante, nitida, la consequenzialità dei fatti è lineare; arriva persino la scintilla che fa traboccare il vaso, a cui seguono l’evolversi dello sciopero,di cui egli si ritrova ad essere il principale leader, nonché i successivi fallimenti e successi. Fra mille sensi di colpa e contraddizioni, Yvan deve fare i conti con le conseguenze delle sue azioni, nel bene e nel male.

Non sono certo l’unico, ma ho vissuto l’Africa degli africani, l’Italia degli italiani, ho vissuto la condizione sottomessa che accomuna tutti gli sfruttati a Boncuri. Soprattutto ho vissuto il prima linea lo sciopero.
So che non è servito a cambiare davvero le cose: ma la strada era giusta, ne sono convito, e penso sia necessario a lavorare in questo senso. Boncuri non può e non deve restare un caso isolato; nessun lavoratore, per quanto straniero, deve più accettare meno di quello che gli spetta.

Lo stile della scrittura asciutto e senza smerlettature rende questo libricino un lucido diario stilato dopo gli eventi, una cronaca che riesce a toccare tematiche importanti: la giustizia – che è spesso il motore dell’emigrazione-, l’alterità, il dialogo interculturale, la società contemporanea e la politica.
Naturalmente, oltre alle denunce e a gettare luce su un argomento scomodo e taciuto, Yvan non dimentica di scrivere anche di quella parte più bella dell’Italia, rappresentata dalle persone di cuore, dalle associazioni Onlus e dai sindacati, benché non sia questo il fine di questo libro.

Avendo letto questo libro mentre il 2016 volgeva al termine, mi sono resa conto di come e quanto la storia di Boncuri sia andata avanti nella realtà; nel frattempo Yvan Sagnet ha ricevuto il meritato titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana, essendosi distinto per il suo indubbio impegno sociale sul territorio. Eppure, il bilancio della situazione a distanza di qualche anno non sembra essere così positivo. Mi vengono in mente alcuni nomi di braccianti deceduti sul lavoro, sia italiani che stranieri , recenti fatti di cronaca nera.
Ama il Tuo Sogno è solo parzialmente un racconto di successo, ha appena un accenno di lieto fine, ma racconta una delle storie ancora in pieno svolgimento, un frammento dell’epoca contemporanea raccontata da un rappresentante della generazione anni ottanta. L’Italia per Yvan non è ancora un posto sicuro e pacifico.

Da piccoli ci chiedevano cosa volessimo fare da grandi, quali fossero i nostri sogni; poi, da adulti abbiamo imparato a metterli da parte, a lasciarceli calpestare, finendo col credere fermamente che fossero solo delle fantasie per bambini. Ci hanno rimproverato di aver fatto delle scelte sciocche, insensate, inseguendo utopie e sogni fatti d’aria; forse non abbiamo capito il senso del tempo, quello che ci era stato lasciato e quello che ci volevano dire. Ama il Tuo Sogno è un frammento della nostra epoca, una voce contro, un invito al cambiamento dello status quo; se c’è qualcosa che non funziona l’unico modo per cambiarla è evitare di seguire il percorso già calpestato troppe volte da altri, nonostante ci continuino a dire che sia l’unica via possibile.

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4 thoughts on ““Ama il Tuo Sogno” #YvanSagnet

  1. Mi ritengo uno storico prestato al giornalismo, ho 62 anni e credo profondamente che si debba e possa ripartire dalla cultura che, però, deve essere fruibile dal numero più vasto di persone.
    🙂

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