Riflessioni davanti allo schermo: Mustang (2015)

Premessa

Premetto di non potermi definire né un’appassionata né un’esperta di cinema. Non credo potrei riuscire a passare un’intera giornata a guardare dei film e non mi  capita di avere a fine anno una lunga lista di titoli cinematografici da condividere. Devo essere dell’umore giusto e devo trovare qualcosa per cui valga la pena sacrificare il mio tempo libero che di certo non abbonda ed è principalmente destinato alla letteratura. 
Eppure, quando riesco a trovare quelli giusti per me, mi rendo conto che i film riescono a comportarsi nella mia mente esattamente come si comportano i libri. In fondo, pur cambiando la “forma”, gli elementi sono gli stessi, ci sono le storie, i personaggi, gli intrecci, le immagini e le parole. Questo articolo non ha la pretesa di essere una recensione.

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Mustang è il film di debutto di Deniz Gamze Ergüven, benché secondo me a guardarlo sembrerebbe essere il prodotto di un lavoro un po’ più maturo. È stato doppiato in italiano per il lancio nelle sale cinematografiche del 2015 ed è una coproduzione franco-turca. Se da un lato è stato subito ben accolto dalla critica e acclamato come uno dei migliori film in lingua straniera dell’anno dall’Academy Awards, ha incontrato un certo attrito in Turchia, a causa delle conflittuali tematiche culturali trattate.

Regia e attori

dinizLa regista, Deniz Gamze Ergüven, è nata nel 1978 ad Ankara, ma si è trasferita quando era ancora una bambina in età prescolare in Francia. La sua educazione pertanto si è svolta prevalentemente in Francia, sebbene abbia mantenuto molto della sua identità turca, non avendo mai messo da parte la sua lingua madre, di cui ne elogia la ricchezza espressiva e comunicativa. Ha una formazione accademica letteraria e un master in storia africana completato in Sudafrica.

La maggior parte del casting si è stato selezionato in Turchia e, mentre per i protagonisti adulti principali ˗ la nonna il cui nome non viene mai menzionato e lo zio Erol ˗ la scelta è caduta su attori locali relativamente conosciuti, per i ruoli delle cinque sorelle è stato fatto un lavoro di reclutamento molto accurato e incentrato sull’individuazione delle diverse personalità.

Una storia particolare è quella di Tugba Sunguroglu (Selma, nella foto di sopra è seduta al centro), ovvero la seconda sorella che lascia la casa di famiglia perché data in sposa, che pare sia stata adocchiata dalla regista in un aeroporto mentre la ragazza viaggiava assieme ai genitori. A parte la più giovane, Güneş Şensoy (Lale), che aveva già recitato in un film e potrebbe pertanto dirsi una professionista nonostante la giovane età, le ragazze non avevano alcuna esperienza pregressa nell’ambito cinematografico né in quello teatrale. Per questa ragione prima del film si sono svolti due incontri di formazione, il primo dedicato agli strumenti della recitazione, il secondo focalizzato sulla conoscenza del lato umano in cui le ragazze hanno dimostrato una straordinaria capacità di legarsi e creare complicità.

La trama

Il film di apre con un saluto, o un ipotetico addio, quello di una giovane insegnante alle sue alunne. La donna è in partenza ad Istanbul, ma non ci è dato sapere il motivo del trasferimento, né se si tratta di qualcosa di positivo o negativo. L’obiettivo della telecamera ci fa vedere una città bellissima sul mare, ma si tratta solo di una premessa che ritornerà alla fine per chiudere il ciclo dell’intreccio.

Must2La storia è ambientata in un piccolo villaggio rurale della Turchia contemporanea, le protagoniste sono cinque giovanissime sorelle che si divertono con degli amici all’uscita di scuola, nuotano nel mare in una calda giornata assolata. Nessuna di loro immagina che dei giochi innocenti con amici di ambo i sessi possano suscitare scandalo e vergogna nel vicinato, ignorano che qualcuno possa vedere del marcio nel divertimento. Le ragazze sono allegre e spensierate, benché la loro infanzia sia stata precedentemente macchiata dal lutto della perdita dei genitori; tutte portano lunghi capelli lisci e sciolti, che richiamano lo stile della stessa regista e che sono il simbolo, percepito persino maggiormente da alcune culture, della libertà femminile.  Tutto cambia in un batter d’occhio e la nonna le attende a casa per mettere brutalmente fine alla loro tranquilla esistenza cominciando a dettare le nuove rigide regole.

Must3.jpgLa nonna non ha nome, è un po’ un personaggio simbolico, è colei che esegue gli ordini di un potere superiore di cui lei stessa è succube; la donna asseconda le regole sociali di un vecchio sistema che non accetta alcuna obiezione, si assicura che le cose vadano in una certa maniera, non facendo fuoriuscire nulla dai bordi accuratamente cuciti. A capo della famiglia c’è naturalmente un uomo, uno zio tiranno e conservatore che comanda secondo regole rigidamente scandite da un bigottismo patriarcale che è rimasto pressoché intatto da secoli.
Must8.jpgStrategica e simbolica è la posizione della casa di campagna della famiglia, costruita  su un’altura dalla quale si vede una strada, simbolo di una sofferta via d’uscita per raggiungere la libertà. Dopo la rottura dell’equilibrio iniziale, la casa si trasforma rapidamente in una vera e propria prigione: si innalzano barriere di ferro e si costruiscono protezioni in cemento per evitare che le ragazze possano uscire liberamente alla luce del sole. Le cose degenerano e, dopo un episodio di scatenante ribellione, la nonna capisce che non c’è tempo per lasciare più nulla al caso e passa alla strategia dei matrimoni programmati, cominciando a dare in sposa le nipoti ad una ad una non appena queste raggiungono la pubertà. Segue un ridicolo teatrino di rituali, cerimonie tradizionali in cui si sigillano dei falsi legami basati su insensate convenzioni sociali. Le ragazze sono ritirate forzatamente della scuola, non resta loro che apprendere le regole della casalinga perfetta, incline a soddisfare ogni bisogno e voglia dell’uomo. Le figure femminili adulte nutrono nei confronti delle ragazze sentimenti contrastanti: da una parte comprendono la loro voglia di libertà, dall’altra parte odiano la loro sfrontatezza e sanno che questa sarà la causa delle loro disgrazie.
Must4.jpgSebbene in tutte le giovani ragazze cresca una crescente avversione nei confronti del sistema educativo, la vera rivoluzione pianta le radici nella più giovane, l’eroina della storia e la vera Mustang, inquieta come un cavallo ribelle che nessuno può tenere sotto controllo. Poco prima di rimanere sola con i tiranni nella casa-prigione, Lale trascina la sorella in quella che sarà la resistenza fino all’ultimo sangue per difendere i propri diritti di donne, il proprio corpo e il loro spazio vitale. La casa di famiglia diventa il simbolo di una città assediata, le ragazze devono riuscire a scappare da quei confini e  forse riusciranno a prendere quella strada che le renderà finalmente libere.

Riflessioni 

Nel film c’è un elemento di grande disturbo individuabile in una sorta di anacronismo temporale. Sebbene per un momento si ha l’impressione che gli eventi si stiano svolgendo in un medioevo rurale, lo spettatore sa che la storia è ambientata ai giorni nostri e che il film vuole essere almeno una delle rappresentazione della Turchia del XXI secolo. Il fatto che la storia sia svolga in un piccolo villaggio rurale riesce solo in parte ad attutire i colpi che si percepiscono nell’affrontare un tema così pesante. La verità è che campagna e la città sono quasi due universi distinti, in alcuni paesi la differenza è molto più forte rispetto ad altri, di certo si deve mettere in contro il problema della marginalizzazione e dell’arretratezza delle aree rurali rispetto a quelle urbane. Inoltre, dall’altra parte c’è Istanbul che, per forte contrasto, rappresenta una meta ambita, un luogo che offre opportunità, la parte moderna e all’avanguardia del Paese. Il problema però rimane lì e non lo si può ignorare, forse non si tratta nemmeno propriamente di una arretratezza culturale, bensì di un sistema sociale che esiste e che è repressivo e violento e si manifesta nel mondo prendendo varie forme, non solo in Turchia.

In una delle scene del film si vede la famiglia seduta intorno alla tavola, mentre si sente chiaramente in sottofondo la voce di un politico che parla in un programma televisivo e che detta i codici del comportamento civile delle donne. Fra i vari punti sembrerebbe persino essere vietato ridere “troppo apertamente” ed è sarcastico il tentativo di una delle sorelle maggiori di sollevare il dito medio della mano, quasi per dare una risposta a quelle regole.

 Negli ultimi anni la Turchia è stata messa molto spesso sotto i riflettori dei media e, nonostante la macchia rossa del sangue e della repressione di cui si è sporcata la sua terra e le zone limitrofe, non ha mai perso quel volto splendido che la ricollega alla sua antica e raffinata cultura. Quello che ha contribuito a questo aspetto positivo sono stati in primis i tanti nomi e volti di artisti, intellettuali e attivisti, uomini ma soprattutto donne. La stessa regista del film è un esempio valido, una donna che ha faticosamente dato “alla luce” il suo film quasi mentre partoriva il suo primo figlio, insieme alle altre attrici e agli attori protagonisti di Mustang. Si aggiungono alla lista gli accademici, gli artisti e gli scrittori. Il campo musicale non ha avuto eccezioni, ricordo la sovversiva cantante Pamela Spence che ha contribuito a dare un’immagine di femminilità turca non tradizionale.
Tuttavia, la maggior parte delle volte gli artisti e gli intellettuali turchi sono anche esiliati, condannati o, nel migliore dei asi, sovversivi che hanno dovuto emigrare altrove per poter continuare a fare il proprio mestiere. È una caratteristica che si ritrova da secoli e la questione è preoccupante.

Le giovani donne turche che ho conosciuto non sono tutte uguali, naturalmente; con alcune di loro è meglio non toccare alcuni argomenti tabù, benché siano particolarmente colte. Alcune di loro hanno vissuto importanti fidanzamenti nei quali era vietato uscire in coppia da soli e scambiarsi effusioni davanti a qualcuno, altre invece parlano di esperienze completamente diverse. Forse è proprio la gente che ci parla della terra, dei contrasti e delle contraddizioni, della ricchezza e della povertà. Forse è proprio la gente che ci parla meglio di quanto si ascolta e si legge sui media. Forse è proprio l’arte (la letteratura, la pittura, la cucina, fra le altre) che ci parla del passato, del presente e del futuro di una terra.

In un articolo del The Guardian la scrittrice turca Elif Safak mette in primo piano i vantaggi della democrazia liberale che fa dell’Europa Occidentale un paradiso rispetto a paesi quali Turchia, Venezuela, Pakistan insieme ad altri. È un dato di fatto, benché ci sarebbero punti per contro-argomentare la questione della democrazia liberale e trasformarla in una struttura che fa acqua da tutte le parti. Ma ad oggi è una verità, quello che nella democrazia si nasconde, in altri contesti viene estremizzato: si muore per esprimere la propria opinione, per parlare di ciò di cui qualcuno non vuole si parli, si abusa dell’uso della tortura e delle prigioni.

A mio avviso Mustang colpisce nel segno un problema universale, quello per cui durante delle crisi culturali e politiche il potere utilizza una vecchia strategia, ovvero costruisce una struttura solida datta di un blocco solo a cui non tutti possono accedervi. Vengono innescate delle pericolose dinamiche di definizione e restrizione dei confini, e vengono subito minati i diritti di libertà di opinione, di espressione, i diritti delle donne e della comunità LGBT. È un processo che si ripete, senza fine, persino quando ci si illude di aver imparato qualcosa dal passato.

bst-Istanbul

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2 thoughts on “Riflessioni davanti allo schermo: Mustang (2015)

  1. Marianna ho urgente necessità di rintracciarti. E’ uscito INVITI SUPEFLUI e il 4 novembre è in programma la presentazione ufficiale. Contattami via mail a natale@kessel.it oppure al 335-5750331 e fammi sapere a quale indirizzo posso spedirti il libro.

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