Libri dalla terra straniera: “Buongiorno Compagni!” di Ondjaki

– Mas, António… Tu não achas que cada um deve mandar no seu país? Os portugueses tavam aqui a fazer o quê?

Premessa

Questa volta ho fatto una cosa che faccio raramente, ovvero leggere un libro e contemporaneamente leggerne un altro che è la traduzione del primo. Per i seguaci letterari di Ondjaki questo libro sarà un po’ come fare un viaggio nel passato, in effetti la scrittura risale al 2001. Qui si ritrovano delle scene rielaborate più avanti in altri libri dedicati all’infanzia, come ad esempio in Os da Minha Rua e Nonnadiciannove e il Segreto del Sovietico, nonché alcuni dei personaggi riproposti in vari contesti, fra familiari e amici. Con il passare del tempo l’autore ha naturalmente cambiato la modalità di sviluppo dei temi principali, alcuni dei quali rimangono pur sempre gli stessi, egli ha inserito un numero maggiore di personaggi ed è emigrato in terre lontane, è in parte uscito dalla sua comfort zone, ha sperimentato nuove forme di espressione.

Io ci sono arrivata tardi a questo romanzo, ma c’è un momento in cui noi lettori dobbiamo in qualche modo ritornare all’origine, al punto da cui tutto è cominciato. La traduzione di Lidia Piva (Iacobelli Editore, 2011) mi ha dato l’idea di aver perso il minimo necessario del testo originale, ho apprezzato il modo in cui la voce del narratore-bambino è stata trasposta in italiano, mantenendo il linguaggio semplice e colloquiale. I lettori che di storia angolana conoscono poco o nulla riusciranno comunque a capire il senso della narrazione, sebbene potrebbero rimanere degli spazi vuoti sparsi qua e là che è giusto ci siano, perché da questi nasce la curiosità, la voglia di ricercare. Diversamente, i lettori più esperti vi ritroveranno riferimenti storici e culturali immersi nella finzione.

 ****

 

compagni.jpgBuongiorno Compagni è il romanzo di esordio dello scrittore angolano Ondjaki.
In primo piano c’è la Luanda degli anni ottanta con il regime mono-partitico di José Eduardo dos Santos, c’è un paese immerso nella guerra civile, sofferente per le conseguenze di un colonialismo terminato senza il raggiungimento di una pace interna e senza la definizione dei propri confini territoriali e culturali. L’Angola è al centro di un teso dibattito mondiale in cui le grandi potenze trovano sempre l’occasione per intromettersi più del dovuto al fine soddisfare i propri interessi politici ed economici. Un buon numero di soldati sovietici e cubani sono stati inviati dai rispettivi governi per la lotta a sostegno del comunismo e per evitare che il paese cada sotto la dittatura. In particolare, i cubani si sono inseriti nella società occupando parallelamente professioni in vari settori, fra cui quello medico e dell’educazione, sebbene il loro trasferimento sia temporaneo.

camaradas1.jpgLa voce narrante che parla in prima persona è quella di un bambino, Ndalu, di conseguenza il linguaggio è informale, divertente, semplice, privo di barocchismi e con pochissimi filtri. Ndalu è il nome di nascita e di infanzia di Ondjaki e in questo caso la vita reale è la base su cui si costruisce e si elabora la finzione letteraria. I protagonisti peincipali, Ndalu e i suoi compagni, sono bambini di guerra ˗ non bambini in guerra, dal momento che quest’ultima si svolge fuori dal perimetro della capitale˗, essi apprendono la realtà attraverso i racconti dei grandi, le loro parole, i loro silenzi e lo svolgersi degli eventi. L’immaginazione dei bambini di Luanda è alimentata da tutto quello che li circonda ed è fatta di tante cose ma, a differenza di altri contesti, non mancano mai elementi legati al conflitto, le armi da fuoco, i carri-armati e i combattenti. I bambini assorbono le informazioni, rivolgono domande ai grandi, partecipano ai comizi dei grandi pur ignorando i principi a cui fanno appello i dibattiti aperti, si mettono sull’attenti quando per le strade passa per le strade il presidente religiosamente accompagnato dalle chiassose motociclette della polizia.

Quella di Ndalu è una famiglia multietnica, cosa estremamente comune nel territorio angolano il cui tessuto sociale è il risultato di incroci di popoli e di storie. Quando la zia Edoarda arriva dal Portogallo per trascorrere le vacanze con la famiglia, Ndalu si rende conto della differenza culturale che li separa nonostante il diretto legame di sangue che li unisce. Il Portogallo per molti bambini di Luanda ha qualcosa di immaginario, è forse la rappresentazione più vicina all’Europa, molti di loro hanno una parte della famiglia che abita lì, alcuni di loro vi si trasferiranno in un futuro prossimo. Dallo stupore e dal modo in cui zia Edoarda ignora alcuni modi di fare di Luanda, certi comportamenti della gente locale, Ndalu capisce che vivere in Portogallo dev’essere estremamente diverso che in Angola, eppure non sa bene in che modo.

Luanda è amore e odio, umanità e scelleratezza, qui i palazzi contrastano con i musseques, la ricchezza fa a botte con la povertà, essa è il luogo per eccellenza delle contraddizioni e delle esagerazioni, teatro di personaggi e maschere.

Se da una parte spetta ai bambini il privilegio di credere che le favole siano realtà, è anche vero  e fra una miriade di storie, fra miti e leggende, persino gli adulti hanno finito col credere che il Caixão Vazìo esista davvero, nonostante nessuno lo abbia mai visto e ne abbia documentato la sua presenza. In verità, in Angola esiste davvero una leggenda secondo la quale i ribelli del gruppo Caixão Vazìo sono in allerta e possono irrompere da un momento all’altro nelle scuole per spargere sangue. In un momento storico in cui sicurezza è fra i principali problemi, questa leggenda ha avuto un grande impatto sull’immaginario collettivo.

Un giorno appare una scritta su un muro e qualcuno, non si sa bene chi, annuncia che il fantomatico Caixão Vazìo sta per arrivare. In un men che non si dica si scatena il panico generale e tutti scappano via, la scuola piena di alunni e di professori si svuota, e intanto una delle compagne di classe vicina a Ndalu, Romina, piange perché anche se è ancora piccola sa bene che le donne sono l’obiettivo più facile della violenza.

Tuttavia, nonostante la spensieratezza delle storie narrate, qualcosa a Luanda sta cambiando: l’anno scolastico volge al termine, le strade si muovono quasi come se stessero subendo dei movimenti tellurici, il tempo per gli insegnanti cubani sta scadendo e presto dovranno salutare i loro compagni-alunni per tornarsene in patria, alcuni degli adulti partono e non tutti faranno ritorno, i bambini crescono.

˗ Quando cambiamo scuola, dopo, quando finiamo le superiori allora non ci vedremo più, non vedremo più i nostri compagni.

˗ Ma ce ne saranno altri.

˗ No, Romina, non esistono “altri” compagni… tu lo sai molto bene di cosa sto parlando. […]

˗ Sei triste ˗ disse lei senza sapere se mi doveva abbracciare o no.

˗ Non so, sai, quando cominciano i saluti non finiscono più, mai più.

˗ Ma di che parli?

˗ Di niente, niente, sai cosa dice mia nonna Ro’?

˗ Che dice?

˗ Che quando viviamo i migliori anni della nostra vita non ce ne accorgiamo, ˗ e a quel punto la guardai ˗ ma io penso che non è proprio così.

E a questo punto so perfettamente che il narratore-bambino è diventato il narratore-adulto, che è stato improvvisamente colto da una folata di vento impregnato dall’odore delle partenze e degli addii, e che tutto questo gli ha inevitabilmente portato alla mente i frammenti dell’infanzia, le storie dai mille colori dei bambini. Nelle parole che seguono si riflette la nostalgia di ciò che è passato, la matura consapevolezza che nulla sarà mai uguale a prima:

Io so perfettamente che questi sono i migliori anni della nostra vita, Romina. Queste corse, questi discorsi che facciamo qui nel patio, anche se ognuno inventa la sua versione ˗ e sorrisi.

˗ Ma succederanno sempre più cose, no? ˗ e guardò l’orologio.

˗ Sì, chiaro, succederanno altre cose… ˗ la guardai.

˗ Ma sei triste, eh?

˗ Un poco, solo un poco.

Ci salutammo, ognuno andava verso casa sua, era proprio questo che pensavo, a volte in una piccola cosa si possono trovare le cose grandi della vita, non c’è molto da spiegare, basta guardare.

2 thoughts on “Libri dalla terra straniera: “Buongiorno Compagni!” di Ondjaki

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