Libri dalla terra straniera, “Code Name: Butterfly” di Ahlam Bsharat

Poco tempo fa la scrittrice palestinese Ahlam Bsharat ha fatto un tour letterario in Inghilterra per promuovere il suo libro tradotto in lingua inglese da Nancy Roberts e pubblicato nel 2016 dalla casa editrice Neem Tree con il titolo Code Name: Butterfly. Accolto positivamente dalla critica, il libro si è classificato fra i finalisti del Palestine Book Award 2017.

Al momento non è disponibile una traduzione in italiano di questo libro, ma ho deciso di includerlo fra le mie letture commentate, sia perché per tradizione questo blog si muove –seppure ad intermittenza e con vari inceppi– attraverso gli spazi della letteratura internazionale e la sfera del multilingua, sia perché penso valga davvero la pena dare un contributo (in questo caso minimo) alla diffusione di parole ricche di significato.

ahlam

Presentazione del libro presso RISC (Reading, UK), foto dal web.

Ho pensato di cominciare con una piccola introduzione dedicata all’autrice, per presentarla così come l’ho conosciuta io, ovvero attraverso i social media e gli appunti presi durante uno di quei meravigliosi incontri fra autore e lettori che capitano raramente e che sono occasioni speciali. In secondo luogo, ho deciso di scrivere qualche commento sul libro, perché benché sia etichettato nella categoria della letteratura per ragazzi, credo possa raggiungere un pubblico ben più ampio; ne tradurrò liberamente qualche paragrafo dalla versione inglese per portare qui le parole dell’autrice.

 

***

 

 

Ahlam Bsharat è una scrittrice di lingua araba, nasce nel 1975 e cresce piccolo villaggio di Tamoon, situato in una valle circondata dalle montagne del nord della Palestina. La sua è una numerosa famiglia di lavoratori in cui la vita è scandita dai faticosi ritmi della coltivazione, del raccolto e dall’alternarsi delle stagioni. Persino i bambini alternano le attività scolastiche con il lavoro fisico e amano addormentarsi cullati dalle favole che spesso devono inventarsi loro stessi per il proprio diletto, poiché i libri non sono di facile reperibilità e capita che gli adulti siano troppo stanchi o indaffarati per dispensare attenzioni.

Forse proprio questo particolare contesto, di certo non fatto di opulenza e di tranquillità, spinge Ahlam a maturare ben presto una decisione importante, quella che un giorno avrebbe fatto della propria immaginazione lo strumento di un lavoro vero e proprio e che sarebbe diventata una scrittrice. Oppure, chissà che non sia stata neppure una decisione vera e propria, è probabile che sia andata semplicemente così, secondo un naturale processo delle cose. Qualcuno deve averla pure ammonita – evidentemente senza successo–, consigliandole di concentrarsi piuttosto su mestieri considerati tradizionalmente più adatti alle donne, ma lei va dritta per la sua strada e insegue il sogno della bambina che custodirà per sempre dentro di sé.

Ahlam è una testimone di pagine importanti della storia del suo paese: è giovanissima quando scoppia la prima Intifada – la rivolta organizzata contro Israele per la liberazione e il riconoscimento della Palestina–, vive da adulta la seconda Intifada, passando per le varie fasi di un conflitto geograficamente circoscritto ma di interesse mondiale. In verità, già la prima Intifada affonda le radici su un terreno pieno di conflitti e bisognerebbe andare indietro nel tempo per capire almeno almeno in parte cosa c’è dietro lo scontro fra Israele-Palestina e quanto sia stato impastato dalle mani degli stati stranieri. Fra i fatti più rilevanti c’è sicuramente la caduta dell’Impero Ottomano, l’inclusione della Palestina sotto il mandato britannico (1922-1948), la seconda Guerra Mondiale e la successiva spartizione del territorio ad opera dell’Onu; nel 1948 scoppia la strage della Nakba in cui oltre settecentomila palestinesi sono espulsi dai villaggi e lo stato di Israele dichiara l’indipendenza (inizio della guerra arabo-israeliana).

Ahlam vive oggi nel villaggio di Ramallah, si è dedicata all’insegnamento e lavora presso il Ministero della Cultura locale. Scrive libri per dialogare direttamente con un pubblico che ha ben individuato: si tratta di giovanissimi lettori, principalmente bambini e adolescenti che vivono in una terra lacerata da guerra, dal conflitto e dalle contraddizioni, che magari si immaginano di riuscire a scavare una galleria fra le montagne per riuscire ad arrivare altrove, di raggiungere altri posti, altre parole.

C’è un proverbio africano, che credo di aver letto per la prima volta quando ero adolescente – non ricordo più dove– e che mi si è immediatamente inciso nella mente, il quale dice che “Quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata”. Mi sembra sia un po’ questo il fulcro dei grandi conflitti mondiali e credo che i lettori di Ahlam siano proprio i fili più verdi e freschi di quest’erba.

La sua scrittura cerca di centrare e ribaltare alcuni punti, fra cui:

  • La speranza, un valore che i palestinesi hanno perso ormai da troppo tempo, anche se qualcuno cerca di affermare il contrario, ma che le nuove generazioni devono in qualche modo recuperare;
  • La normalizzazione della guerra, che costituisce un problema enorme, una trappola per chi non conosce altra realtà all’infuori di quella, in un luogo in cui la libertà è un sogno che si tramanda di generazione in generazione, dove in concetto di sicurezza sociale è appeso ad un filo sottile e spesso cade giù, facendosi pesantemente male, per poi ritornare a mettersi nuovamente in bilico.

Ahlam percepisce il suo status di scrittrice in uno spazio solitario, poiché non ha molti colleghi che si dedicano alle letteratura per ragazzi. All’interno di un panorama letterario nazionale già di per sé molto complesso, in cui si accavallano molteplici difficoltà legate alla mancanza di libertà di espressione e alla censura, la maggior parte degli artisti tende ad aggregarsi su un unico fronte. In effetti, sebbene oggi la letteratura palestinese abbia acquistato un profilo ben definito e attirato su di sé l’attenzione degli ambienti accademici, essa mantiene un carattere principalmente politico e sociale, gli scrittori raccontano la Storia, ne denunciano i soprusi, si schierano inevitabilmente dalla parte di qualcuno.

Al contrario, Ahlam ha deciso di rimanere quanto più possibile lontana da quest’area di conflitto letterario e di continuare a scavare fino in fondo per ritrovare un’umanità possibile e reale, nonché di colmare un vuoto educativo lasciato da un sistema estremamente tradizionalista che sembra essere rimasto pressoché invariato nel corso di decenni. Ciononostante, non è sempre facile seguire questa direzione poiché si finisce per andare verso una contraddizione: quanto può essere lasciata da parte quella situazione politica che sembra essere inestricabilmente legata alla vita degli esseri umani?

Per certi versi mi sembra che la scrittura di Ahlam sia anche un mezzo per perpetuare un dialogo interiore con sé stessa nella continua ricerca che ruota attorno ad uno dei temi principali su cui sta lavorando sin dall’inizio, forse fin dai tempi della sua infanzia: l’identità.

Code Name: Buttefly è interamente narrato in prima persona dalla giovanissima protagonista, di cui il nome proprio non viene neppure accennato ma che conosciamo attraverso il soprannome che lei stessa ha scelto: Butterfly ( فراشة, farfalla). Ho voluto leggere la mancanza del nome come un espediente utile affinché in Buttefly vi si riconosca una moltitudine di giovani che sono proprio come farfalle, crescono nei loro bozzoli nutrendosi di domande e un giorno si libereranno nell’aria spiegando delle bellissime ali colorate e andranno ovunque vorranno.

Esattamente come l’autrice, la protagonista è costantemente impegnata nella ricerca del perché di ogni cosa, predilige le domande rispetto alle risposte che nessuno sa o può dare, tanto che ad un certo punto decide di nasconderle tutte insieme in un piccolo scrigno segreto che custodisce in un posto non ben definito, forse un luogo immaginario dentro di sé.

Il libro è scritto con una comicità particolare, sottile, sdrammatizza in modo naturale dei fatti di una certa serietà, ma sono sicura che la percezione dipenda molto dal lettore e dal suo background culturale di partenza. Poiché il libro è indirizzato ad un pubblico giovane, la struttura narrativa gode di una certa leggerezza, sebbene sia inevitabilmente attraversata da un’ombra nera velata.

Nella mia testa pensavo che nessuna di loro sarebbe mai potuta diventare mia suocera. La suocera che immaginavo io non assomigliava a nessuna delle donne del villaggio, forse sarebbe venuta da altrove, da una terra diversa dalla nostra.

Un tempo sognavo di lasciare la Palestina, ma non l’ho mai detto ad alta voce. Sapevo che nessuno poteva comprendere cosa significasse per me avere un sogno! Sarei stata derisa. O almeno questo era quello che pensavo. Di sicuro non ne avrei parlato con mia sorella Tala, perché avrebbe spifferato tutto alla mamma e alle compagne di classe. Tala lo avrebbe detto l’indomani mattina a chiunque avesse incontrato per strada mentre andava a scuola.

Non volevo parlarne neppure con Mays, perché mi avrebbe fatto la ramanzina dicendo che era sbagliato pensare di abbandonare la Palestina, o “la terra del patto sacro” come la chiamava lei. Così decisi di non condividere il mio sogno con nessuno. Lo nascosi in un posto sicuro, un posto di cui presto ti parlerò.

La voce limpida della protagonista narra dei fatti di vita quotidiana, si formano attorno a lei una miriade di personaggi, familiari e amici, che popolano un micro-spazio regionale. Ci sono le risate incontrollate nei momenti meno opportuni, i battibecchi con gli adulti, le punzecchiate fra fratelli e sorelle, le discussioni con i coetanei e i primi complessi adolescenziali, le prime incomprensioni e l’attesa infinita di un corpo che non si sviluppa quanto si desidera.

Tuttavia, i bambini palestinesi vivono un continuo conflitto fra una realtà troppo dura e l’immaginazione, si domandano perché alcuni dei loro genitori lavorano per i nemici,  perché alcuni sono in carcere (e quale crimine hanno commesso?), entrano prematuramente in contatto con una morte innaturale, e chi sono i martiri della liberazione? A differenza di altri, i bambini palestinesi non aspettano necessariamente con ansia l’arrivo delle vacanze estive:

Quando mi resi conto che stavano per cominciare le vacanze estive mi assalì una strana malinconia. Sapevo che dopo la chiusura delle scuole non sarebbe stato facile uscire di casa, se non in qualche rara occasione e non senza aver ottenuto il permesso ufficiale di mio padre. In questo periodo dell’anno anche Zaynab diventava molto triste. Mi capitava di sentirla piangere di notte; a volte la sentivo singhiozzare da sotto le coperte, con dei suoni deboli e sommessi.

Mentre si scorrono le pagine del libro il tempo passa velocemente, l’estate giunge al termine e qualcosa muta; ci si accorge che la protagonista è cambiata, un po’ troppo rapidamente, così come d’altronde capita ai bambini della Palestina che si ritrovano adulti da un giorno all’altro.

Il cambiamento della narratrice lo si evince dal modo in cui riflette sui fatti, da come si auto-educa; ha ormai imparato a domare l’irrefrenabile risata di cui gli adulti non sono sempre capaci. Avviene un episodio tragico, nel contempo qualcosa di non troppo insolito per gli abitanti del villaggio, un altro nome si aggiunge alla lista dei martiri della libertà e questa volta si tratta di uno dei giovanissimi.

Leggendo il libro ci si rende realmente conto di come la scrittrice si rivolga direttamente al prescelto pubblico di lettori che conosce molto bene e da cui sa di essere compresa, non si preoccupa di universalizzare il proprio linguaggio né di raggiungere luoghi distanti. Un giovane lettore occidentale, ad esempio, avrebbe bisogno di spiegazioni in merito a certi termini e certi episodi narrati, in effetti la stessa edizione inglese include un piccolo dizionario in appendice. Eppure, proprio questa caratteristica fa emergere Ahlam Bsharat come una voce letteraria interessante, originale, locale e la si apprezza per questo.

Farfalla, vola sull’acqua come fanno i gabbiani. Anch’io vorrei tanto avere un mare da sorvolare. La Palestina un tempo ne aveva due – il Mar Mediterraneo e il Mar Morto – ma entrambi sono stati rubati. Aveva persino un lago chiamato Tiberiade, ma anch’esso è stato rubato.

Ecco, una lacrima.

Farfalla, vola in alto come un aeroplano. La mia terra non è come gli altri paesi del mondo, qui non ci sono aeroplani né aeroporti. La mia terra ha solo barriere, punti di controllo e deviazioni.

Un’altra lacrima…

[…]

Farfalla, dimmi quando io e te saremo unite in un unico corpo, quando andremo a spargere i sogni nell’aria e piantare le domande lassù in cima alla montagna, così vi potranno crescere anemoni rossi, papaveri e timo selvaggio?

Incertezza…

Farfalla, vieni ad addormentarti nel mio petto, così anche io potrò addormentarmi con te. Ti prometto che un giorno nasceremo insieme… ma adesso ho sonno.

La speranza esiste!

palestina

Disegno dell’artista Alessia Pelonzi.

Questo libro un significato ancora più un grande letto alla fine di quest’anno, quando i territori occupati della Palestina ritornano sotto i riflettori dei media a seguito di pericolose affermazioni sulle decisioni future del Paese. Si sono riaperte delle proteste e abbiamo visto i giovani scendere giù per le strade, urlando, mentre venivano imprigionati e incatenati. Questo libro è per chi, come la protagonista, vuole cercare la forza nell’immaginazione e ha già creato un mondo in cui non si producono più armi e la pace è l’unica che regna sovrana.

 

 

 

 

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