“Cittadina di Seconda Classe” di Buchi Emecheta

Premessa

La lunghezza, e ancor più la forma, di questo articolo probabilmente allontaneranno il lettore qui di passaggio. In effetti, non credo sia una recensione volta a esporre concisamente il contenuto del libro, aggiungendo una prospettiva critica. Mi ero proposta di scrivere delle note per fissare la mia lettura, ma mi sono ritrovata impigliata in ragionamenti un po’ più ingarbugliati. In verità, niente di nuovo.

Diversamente, se avessi avuto un tempo ed uno spazio limitati, avrei potuto provare a sintetizzare nel modo seguente:

“Cittadina di Seconda Classe”, di Buchi Emecheta. Il libro narra la storia di una donna definibile parecchio anticonvenzionale per i suoi tempi, che ha scelto di lottare fermamente per quello in cui credeva anziché accettare ciò che le era stato dato e rispettare le regole imposte. Attraverso la narrazione fatta in prima persona dalla protagonista onnisciente il lettore ha modo di entrare a contatto con la sua visione critica femminista, attraverso la quale si denuncia la subalternità della donna e si celebra l’indipendenza, il rispetto del proprio corpo, dell’individualità e della diversità.

Forse, benché ci siano circostanze ed eventi che si interferiscono con la nostra esistenza – che a tratti la rallentano, oppure la velocizzano o la sgretolano in mille pezzi -,  l’essere umano ne possiede una piccola parte di cui è artefice e ha potenzialmente le armi giuste per decidere, agire, creare e cambiare.
E tutto potrebbe finire qui.

 

 ****

 

Nonostante sia considerata una delle icone della letteratura nigeriana contemporanea, apprezzata negli ambienti anglofoni e premiata da importanti riconoscimenti letterari, Buchi Emecheta ad oggi non sembra aver avuto un grande eco in Italia e ho l’impressione che non compaia facilmente fra i  nomi della letteratura straniera. Sicuramente la mancanza di traduzioni ne spiega il motivo.  Mentre gli anglofoni – e gli anglofili- possono permettersi di scegliere fra un elenco di titoli, i lettori di lingua italiana ne hanno a disposizione ben pochi.

DSC04050Qui ho deciso di partire dal primo libro di Buchi Emecheta che mi è capitato fra le mani, e che ho voluto leggere appositamente senza alcuna nota introduttiva né biografica, quasi per evitare ogni preconcetto. A volte mi capita di avvicinarmi così ad autori che non conosco.

Cittadina di Seconda Classe è un libro che racconta le vicende della vita di una giovane donna, Adah, in un periodo compreso fra la sua infanzia e l’età adulta, passando attraverso avversità, avventure e sventure, le varie fasi della maturazione e l’esperienza della maternità.

buchi itaAdah nasce in una famiglia Ibo di un piccolo villaggio nigeriano e mostra fin da piccola una spiccata inclinazione per lo studio che non si concilia affatto con le scarsissime possibilità economiche che la circondano. Il fatto di nascere donna è già di per sé un enorme svantaggio in un contesto rurale-patriarcale; la sua famiglia aveva aspettato con ansia un figlio maschio e si ritrova ad accoglie Adah con deludente rassegnazione e senza alcuna celebrazione.

“So she was insignificant”, sono parole che continueranno a risuonare attraverso le varie fasi del racconto.

Ben presto Adah si presenta come una bambina forte e testarda, si impunta per quello che non sembra essere un semplice capriccio bensì una necessità, ovvero lo studio e l’apprendimento. I suoi genitori avevano pensato di garantire l’educazione solo all’unico figlio maschio minore, però si ritrovano quasi davanti a giochi fatti: Adah scappa di casa per seguire le lezioni della scuola locale, un insegnante prende a cuore la questione e si impegna a lottare a favore dell’educazione della bambina. Il tempo scorre velocemente fra le prime decine di pagine finché – dopo tanto lavoro, qualche bugia detta a fin di bene e qualche spicciolo trafugato fra i pochissimi risparmi- Adah vince una borsa di studio completa che le permette di completare gli studi in un buon college privato.

buchiA seguito dell’improvvisa e prematura morte del padre la famiglia si sgretola e la madre si risposa più per una questione convenzionale piuttosto che per sentimenti nei confronti del nuovo marito, figura che rimane ai margini della narrazione.

Nel frattempo per Adah si comincia a programmare un matrimonio nella prima parte dell’adolescenza, cosa che lei accoglie inaspettatamente con gioia poiché in ciò riesce a scorgere un’occasione per lasciare la casa di famiglia in cui non è più felice. Troppo inesperta e ancora poco lungimirante, non si preoccupa neppure del fatto di poter presto diventare “proprietà” della famiglia del futuro marito e si illude di andare nella giusta direzione per diventare una giovane donna indipendente; d’altronde non è una sprovveduta, dalla sua parte ha l’intelligenza e degli alti progetti.

Essendo una delle poche ragazze qualificate del posto, Adah è una sposa impegnativa, il giusto pretendente deve permettersi di poter pagare il valore di una moglie istruita. Ad un certo punto Francis incrocia il suo cammino e sembra essere la persona perfetta al momento giusto: giovanissimo come lei, studia per poter diventare un  buon commercialista. Di conseguenza, Adah si permette di congedare senza rimpianto gli attempati pretendenti che le si affollavano attorno e si fidanza ufficialmente con Francis. Poco tempo dopo si svolge un matrimonio atipico e senza festeggiamenti, anche questo è un avvenimento che non merita troppo scalpore.

Dopo la scuola Adah trova un ottimo lavoro nella biblioteca dell’ambasciata americana che le assicura un salario di gran lunga superiore rispetto alla media locale. Insieme al giovane sposo parla di progetti per un futuro imminente, suggerisce persino un possibile trasferimento nel Regno Unito, una destinazione estremamente ambita in cui, già da un paio di decenni prima, molti connazionali erano emigrati e avevano trovato fortuna.

Subito dopo matrimonio la giovane famiglia cresce rapidamente, due gravidanze ravvicinate e due figli, un maschio e una femmina, rendono Adah una madre giovanissima.

La famiglia acquisita decide che per Francis è giunto il momento di partire per l’Inghilterra e lavorare per costruire il successo; i piani sono chiari: Adah sarebbe rimasta nel villaggio per continuare a lavorare, occuparsi dei figli e finanziare a distanza l’educazione del marito.

In Nigeria Francis non accenna nemmeno a cimentarsi nella ricercare un lavoro di alcun tipo, sa bene che non riuscirebbe a guadagnare più di Adah e non è disposto per nessun motivo ad accettare la superiorità economica della moglie.

Arriva ben presto il momento della partenza, ma la separazione fra i due  giovani non occupa troppo spazio nel romanzo. Dato che te il passa velocemente e Francis non sembra neppure avvicinarsi al termine degli studi, Adah decide di partire con i due figli piccoli e ricongiungere la famiglia.

Lo sfondo cambia, si inaugura una nuova parte del romanzo e, come succede nella maggior dei casi, non ci si sorprende della delusione dell’emigrazione: il nuovo paese ha poco a che fare con l’unica storia che Adah aveva conosciuto in precedenza, ovvero quella del successo e di un cielo senza nuvole. L’accoglienza è pessima:

Liverpool was grey, smoky and looked uninhabited by humans.

Le cose peggiorano quando i giovanissimi stranieri, madre e figlioletti, arrivano nella capitale, dove Francis li conduce nella sua nuova vita europea d’oltremanica: una misera stanza con un solo materasso da condividere e il minimo per poter mangiare.

Così l’ambiente della narrazione cambia, si passa dalla terra coloniale caratterizzata dalla massiccia presenza del potere straniero -si pensi ai colonizzatori inglesi e l’incalzante presenza degli americani – allo spazio ibrido post-coloniale.

Distanziandosi drasticamente con la prima parte del romanzo, comincia un’interessantissima narrazione all’interno dell’area urbana-metropolitana che costruisce una prigione attorno all’individuo. È certo che Londra ha molto in comune con la metropoli di oggi, benché le dinamiche si siano modificate con il passare del tempo e si siano aggiunte nuove componenti.

Qui siamo alla fine degli anni Sessanta del XX secolo e Londra si presenta come la metropoli di un ex-impero coloniale che raccoglie le sue briciole sparse per il mondo. L’immigrazione massiccia dalle ex-colonie è già cominciata da un pezzo, la metropoli post-industriale si sta rimodellando,  la sua superficie si allarga a vista d’occhio, le periferie vengono inglobate e i quartieri si allontanano e si richiudono di sé stessi. Dall’altra parte il tessuto sociale si sgretola, si creano dei conflitti culturali incolmabili, aumenta la paura e il sospetto nei confronti dell’altro, ognuno si richiude nel proprio individualismo, l’unico spazio apparentemente – e falsamente- sicuro e privo di minacce.

Vi si potrebbe dare quasi facilmente un’interpretazione frankensteiniana  della metropoli: essa è una creatura sfuggita al controllo dell’uomo ed è diventata un mostro dalle fauci trancianti. Londra non offre a tutti le stesse opportunità e ha già esaurito lo spazio a disposizione, facendo così lievitare i costi da sostenere. Ci si ritrova continuamente a ricorrere qualcosa di cui si perdono le tracce, uno spazio diventa disumano e alienante. Si inaspriscono i rapporti sociali poiché tutti si ritrovano trascinati in un vortice rapidissimo; in ogni momento c’è il rischio che venga catapultato fuori chi non corre, chi deve fermarsi anche solo per un attimo, chi non ha i mezzi per farlo, chi inciampa in un ostacolo, chi riceve uno strattone da un nemico sempre prossimo.

Adah è relativamente fortunata nella sua miseria, infatti riesce a non passare attraverso un’umile e sottopagata gavetta, venendo assunta come personale amministrativo nella biblioteca pubblica di Finchley Road e l’inizio del suo impiego è persino segnato da uno di quei rari giorni inglesi soleggiati in cui la città sembra diversa e ci si accorge dell’erba verde e dei fiori.

Nonostante i rapporti fra marito e moglie si siano inaspriti e Francis non nasconda le sue relazioni extraconiugali che Adah trova persino accettabili, la famiglia continua a crescere. Soltanto dopo la terza gravidanza, le cui complicazioni le costano quasi la vita, Adah decide di ricorrere a metodi contraccettivi per evitare di mettere ancora più a repentaglio le condizioni già terribilmente precarie della famiglia. Lei è l’unica lavoratrice, ci sono troppe bocche da sfamare e Francis non solo non accenna a collaborare, ma continua persino a fallire un esame dopo l’altro, allontanando progressivamente la prospettiva del successo che l’aveva spinto a lasciare la patria.

Adah si ritrova da sola in una clinica a considerare una materia che non conosce minimamente, e sceglie il mezzo più semplice che non richiede il permesso del marito per evitare un’ulteriore gravidanza. Tuttavia, Francis scopre il piano segreto che Adah nasconde, si infuria, la picchia di santa ragione e, come se l’umiliazione non fosse abbastanza, la denigra verbalmente davanti alla presenza dei vicini di casa mentre il corpo di lei sanguina per la violenza subita.

Quella di Adah è una storia dura e a tratti persino angosciante; la narrazione si snoda su molteplici strati, portando vari temi in superficie. Attraverso la sua storia Adah trova il pretesto per parlare di argomenti scomodi e controversi, soprattutto per una donna dei suoi tempi: la violenza contro le donne, il razzismo, le forme della cultura subalterna.

Col passare del tempo, Adah sembra per certi versi accettare la condizione di declassamento nella quale viene continuamente spinta: è consapevole che non troverà una sistemazione soddisfacente, si infiamma la nostalgia della sua casa del villaggio, un ricordo sempre più bello e lontano.

Il romanzo si può leggere attraverso chiavi di interpretazioni diverse, prediligendo l’una o l’altra angolazione, volendo insistere sull’uno o l’altro punto.  Tuttavia, per quanto riesca a fornire un ventaglio di temi interessanti, temo che questo libro possa facilmente finire nelle mani sbagliate, quelle di chi vuole leggervi nient’altro che un’unica storia, che in verità qui non è affatto presente. Naturalmente non è mia intenzione additare la superficialità dell’uno o l’altro lettore, credo semplicemente che questo romanzo abbia bisogno di un supporto alla lettura. D’altronde Adah stessa all’inizio della storia non esita a definire Francis il come “tipico africano” (africano fino al midollo), e poi prosegue denunciando il suo atteggiamento maschilista e parassita che lo rende un marito-padrone e che, quando gli pare e piace, prende possesso del corpo della moglie come se fosse un terreno spianato per piantare il proprio seme. Dunque, è questo lo stereotipo africano che Adah aveva fin dall’inizio additato? Sta forse cercando di denunciare una cultura retrograda di stampo africano (generalizzando un po’ eccessivamente), nigeriano, oppure è sua intenzione semplicemente denunciare i soprusi di suo marito?

Inoltre, a parte l’eccezione di una figura passeggera, la presenza degli altri nigeriani in Inghilterra non sembra essere riscattare un alto livello di civiltà; si pensi alla discutibile figura di Mr Noble, che pur li accoglie in un momento di grandi difficoltà e affittando loro una stanza della sua casa.

È pur vero però che, dall’altra parte, che Adah non fa preferenze, anche le figure delle altre etnie che compaiono, o che vengono appena abbozzate, non si distinguono certo per la loro superiorità. Se c’è un’idea di sottomissione, questa deriva da questioni di potere – l’uomo che denigra la donna, il bianco che discrimina il nero-, ma la verità è che nessuno primeggia sull’altro. Tuttavia, in termini di relazioni sociali, nessuno è realmente superiore all’altro, tutti si presentano dal loro lato peggiore.

 I pochi inglesi che compaiono vivono in case fatiscenti e non sembrano preoccuparsene, hanno atteggiamenti apertamente razzisti e non se ne vergognano. C’è la figura della donna bianca che chiude la porta in faccia ad Adah con uno spietato disgusto, rifiutandosi di affittare la camera libera della sua casa ad una nera.

D’altra parte, non sembra esserci nessun tipo di integrazione culturale, gli immigrati della metropoli rimangono stranieri, indipendentemente dalla durata della loro permanenza.

Il problema che questo libro pone è, a mio avviso, il rischio di cadere nella trappola della single story che, come ho scritto poc’anzi, qui non vuole esserci. Nello spazio narrativo, metaforicamente simile ad un’immensa metropoli, converge una moltitudine di storie, le rappresentazioni e gli stereotipi di un frammento del mondo, si diramano in mille terminazioni nervose che spesso si tendono per reazioni inaspettate e inspiegabili.

Quando ho finito di leggere il libro, tempo addietro, ho cominciato a formulare nella mia mente delle interpretazioni da lettrice, privilegiando la metafora del corpo femminile in relazione alla terra da colonizzare.

buchi-emechetaSolo al termine della lettura ho appreso che Cittadina di Seconda Classe è un romanzo principalmente autobiografico, ed ecco che attraverso la scrittura Buchi Emecheta è riuscita a far conoscere ai lettori la sua intima storia mascherata da finzione: una scrittrice all’avanguardia, interessante e sovversiva, decisa che la vita ha persino reso spigolosa e complessa.

Nella vita reale, Buchi ha avuto il coraggio di separarsi dal giovane marito a soli ventidue anni, con ben cinque figli a carico che ha rifiutato categoricamente di dare in adozione; è rimasta nella capitale inglese e ha inaugurato un percorso in salita fatto di riprese e di riscatti. Ha ripreso a studiare, per quanto non fosse una scelta semplice, è diventata una scrittrice e una fervida femminista militante in campo accademico, membro ufficiale di English Pen. Attraverso qualche lettura e un po’ di ricerca è possibile vedere quello che questa semplice donna ha lasciato dopo la sua morte, avvenuta nel gennaio del 2017. Inoltre, uno dei suoi figli, Sylvester Onwordi, ha  deciso di diventare promotore della memoria e di far fruttare l’eredità della madre a beneficio di una letteratura umana, di resistenza culturale e di dialogo (BEF ), da cui molti ne possono trarre vantaggio.

Il finale (ancor più da non leggere, per evitare delle anticipazioni indesiderate)

Non starò qui a sciorinare la fine del romanzo, anche perché credo che una conclusione vera e propria non ci sia. Ho avuto l’impressione che il romanzo si chiudesse nel mezzo degli eventi. Si ha quasi la certezza che a questo possa seguire un altro libro, e poi ancora un altro. Buchi Emecheta ha messo tanto della sua vita personale nella sua scrittura. C’è chi afferma che i grandi artisti diventano tali solo se sono disposti a gettare la propria anima su dei fogli bianchi o delle tele intatte; poi, la fantasia è un misto di colori che servono per abbellire la realtà o per nascondere alcune delle sue facce. Il genio è quell’artista in grado di andare persino oltre, di creare opere d’arte universali in cui ogni individuo riesce a riconoscersi, anche se solo in un piccolissimo pezzo di un puzzle.

Quando il romanzo si sta per avviare alla conclusione, la protagonista, Adah, decide di impugnare una penna e mettere nero su bianco le sue storie inventate – e sognate – di vita felice. Adah scrive quello che desidererebbe vivere, storie d’amore perfette e profonde, vite semplici ed agiate, atmosfere amene mentre la realtà che la circonda continua a gettarla nello sconforto.

Quando Francis brucia e riduce in cenere il suo primo manoscritto Adah riceve un violento scossone, è come se uno dei suoi figli le fosse stato brutalmente sottratto, si tratta pur sempre di una sua completa creazione, partorita con tanta dedizione e altrettanto lavoro. Eppure, in quel gesto crudele c’è qualcosa che la forza ad andare oltre, a superare l’ostacolo, sembra che la perdita sia arrivata in un momento opportuno. C’era qualcosa di estremamente immaturo nella prima fase della sua scrittura e forse Adah non se ne sarebbe mai accorta se non fosse andato letteralmente in fumo il suo primo lavoro.

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