Voci di expat, “Tutti Schiavi in Portogallo” di Andrea D’Angelo

Ho trovato il libro di cui sto per scrivere per caso, attraverso Twitter, un social media che considero un’ottima risorsa per tenersi aggiornati sulle varie novità, pubblicazioni o eventi di arte o cultura. Certo, il rischio di Twitter è il bombardamento delle informazioni, persino quaranta o oltre tweets in arrivo in un paio di minuti, ma credo che quello che interessi riesca in qualche modo ad arrivare.

schiavi-3Nato sul blog Penelope A Pretesto, forse uno di quegli esperimenti di scrittura che partono dagli spazi virtuali per poi realizzarsi nella realtà, il romanzo Tutti Schiavi in Portogallo (Ofelia editrice, 2018) è il secondo lavoro pubblicato dal napoletano Andrea D’Angelo, classe 88, emigrato in Germania e poi trasferitosi a Lisbona dove attualmente risiede.
Ho acquistato il libro in forma digitale per una questione di comodità e l’ho letto tutto d’un fiato; è pur vero che non si tratta di un libro voluminoso ma è ben scritto, molto scorrevole e non lascia spazio al tedio. È un tipo di proposta letteraria forse diversa da quelle che sono abituata generalmente prediligere, e questo talvolta può nascondere un rischio o una piacevole sorpresa, a seconda dei casi. Sono certa che ciò che mi ha tenuta legata fin dalle pagine siano state sia la protagonista, Marta, che la sua storia, entrambe così diverse da me ma che a tratti ho percepito talmente vicine al punto di avere quasi un senso di inquietudine.

Da qualche anno Marta vive a Lisbona e si è dovuta costruire un’esistenza, come tutti quelli che emigrano, fatta di alcune scelte obbligatorie e di altre forzate, qualche bel riconoscimento e parecchie rinunce. Le pesa sicuramente l’aver accantonato il sogno di diventare una creativa stilista nonché  la lontananza dalla famiglia e dagli amici veri, cose che le fanno ricordare di come il preziosissimo tempo passi inesorabilmente e le cose non facciano altro che cambiare: i genitori non saranno sempre lì ad accogliere i nostri infiniti ritorni e le distanze allenteranno a poco a poco dei legami che un tempo sembravano saldi.

A Marta Lisbona piaceva. Le sembrava che le risate vecchie a Lisbona fossero ancora nuove e che il frastuono della contemporaneità fosse un brusio lontano.

Nell’azienda multinazionale per cui lavora come rappresentante del call centre Marta ha un nuovo nome che in qualche modo sembra protendersi anche nella vita non professionale: MRTPGN80-27, è un codice fra tanti che fanno parte di un sistema governato da un potere invisibile e superiore.

Come in tutte le sedi delle affollate multinazionali della comunicazione, le finestre erano sempre chiuse. Se si provava a chiederne il perché, la risposta era lapidaria: policy!

Fin dalle prime pagine del libro è inevitabile non poter riconoscersi o, in base all’identità del lettore, riconoscere affettivamente una generazione di individui impigliati nella rete della migrazione, generalmente più forzata che di libero arbitrio, delle multinazionali che offrono opportunità lavorative mentre tutto il mondo della piccola economia sembra offuscarsi e talvolta svanire nel nulla, di un sistema burocratico opprimente in modo quasi kafkiano.

Si tratta di persone che possiedono un variabile fattore di incertezza, alienazione, nostalgia, saudade, solitudine e inquietudine, a seconda della situazione personale e della propria storia; sono andati in altri paesi, posto lontani dalla loro casa, per cercare lavoro e hanno finito col trovarsi alla ricerca di ben altro, qualcosa di non ben definito.
Sebbene io voglia rimanere alla larga dall’interpretazione dell’unica storia, credo che ci siano almeno un paio di punti possibilmente condivisibili almeno da una piccola moltitudine e che valga la pena leggere questo libro almeno per sentire e per conoscere una delle voci possibili.

Si riescono a percepire quelle mille parole che si sovrappongono, dialoghi sentiti o rubati che vengono da più o meno lontano e portano diversi tipi di esperienze, visioni, sensibilità:

“Qui ho un lavoro decente, però…”

“Un paio di mesi e poi cambio…”

“Mi do un termine e poi parto per…”, questo o quell’altro posto.

Marta, come tanti, si è ritrovata a convivere con perfetti estranei, conseguenza di un budget ristretto e delle ricerche di un alloggio in terra straniera su dei siti internet perfettamente anonimi:

Il problema forse non era la comunicazione, ma il fatto che avesse evidentemente a che fare con degli stronzi.

La costretta condivisione della casa con estranei- che qui voglio chiamare lar, in portoghese, per rimanere in tema e per prenderne il senso affettivo del luogo attorno al quale ci si raccoglie con i propri cari- indica proprio la rottura dello spazio personale e della propria dimensione.

Marta vive fra la realtà e il sogno, fra quello che è e quello che vorrebbe; si innamora platonicamente di una guida turistica che lei chiama João, perché è uno dei nomi più comuni e perché, in verità, potrebbe essere chiunque.

Confesso che per un paio di pagine ho temuto che questo breve romanzo si potesse trasformare in un uno di quei racconti rosa con cui non vado d’accordo: Marta conosce un americano in un bar, Josh, entrambi hanno forse alzato un po’ troppo il gomito, così finiscono col chiacchierare e andare a letto insieme; l’indomani lui la segue in aeroporto ed entrambi vanno a visitare i suoi familiari nel paesino del sud in cui tutto sembra essere rimasto invariato. In verità, il romanzo non prende la piega che avrei temuto e la storia d’amore fra i due rimane sul ciglio di una strada, a causa di vari problemi e complicazioni.

Capture

Tuttavia, il romanzo comincia proprio nel momento in cui qualcosa sta per cambiare nella vita di  Marta: l’incertezza, la confusione, un turbinio di pensieri, la sensazione di essersi persa lungo un cammino indefinito, la frammentazione del suo essere in mille eteronimi dall’essenza pessoaniana, la spingono a ricercare sé stessa per le strade di Lisbona, guidata da indizi e sensazioni.

Nella zona quasi invisibile di un Cafè-libreria, una stanzetta ad un piano superiore alla quale vi si accede attraverso una scaletta, Marta incontra Marco, un personaggio improbabile che si occupa di donare nuova vita a degli oggetti rotti e di trasformarli in oggetti impossibili: un calcolatore del tempo interiore, un segnalatore del ripetersi degli amori irrealizzabili, un misuratore del peso dell’anima.

Così come i loro nomi sembrano sovrapporsi per l’iniziale e per lo stesso numero di lettere che li compongono, immediatamente Marta si lega molto a Marco per qualcosa che non è chiaro fin da subito, specie perché dell’anziano signore non sappiamo quasi nulla: sono entrambi italiani, solo che lui è molto più anziano di lei e nella capitale lusitana ci vive da una vita.

Marta si riflette in Marco e lui, per risposta, le parla con un affetto puro, dimostrando di conoscere troppo bene i dolori, le pulsioni della sua anima, quasi come se potesse leggere chiaramente quello che ha dentro. Come se lui fosse lei, o almeno un’altra parte di lei.

Inoltre, in sogno le appare il curioso personaggio del Dottor Martins, il quale pure condivide la radice del suo nome, che le fa da guida attraverso lo spazio metafisico e il tempo, la invita alla pace con sé stessa per trovare il vero equilibrio:

Quella notte le era apparso di nuovo in sogno. A Cabo da Roca, il punto più ad ovest d’Europa, col vento che dall’oceano  soffiava forte, le indicava la rotta per l’America, così distante che sembrava non esistere. Forse il segreto da svelare non era altro che una condizione umana che fino a quel momento non era riuscita a vedere. Era partita in Portogallo alla ricerca di una via d’uscita da un labirinto che la costringeva in una piccola città del sud Italia, ma ora si trovava a districarsi in un dedalo di vincoli che si era imposta da sola.

Intendendo troppo bene il suo malessere, Marco le suggerisce di incontrare una psicologa, ma non una qualunque, bensì la indirizza verso una persona che con certezza potrà aiutarla a guarire, a cercare e trovare le risposte dentro di sé.

Marta non fa obiezioni, di Marco si fida ciecamente; si reca in un palazzo ristrutturato del quartiere Intendente per incontrare colei che sarebbe diventata la sua nuova consulente spirituale. Un’altra coincidenza salta all’occhio del lettore: la psicologa è una sua omonima, conterranea e un po’ troppo simile a lei sotto vari aspetti. La Marta-psicologa sembra essere la parte razionale della Marta-paziente, ha persino uno studio sistemato in modo da rappresentare visivamente ordine e funzionalità, e riesce a portare a galla i pensieri dell’inconscio, tornando indietro nel tempo e analizzando con lucidità e sapienza. Marta comincia un dialogo con la Marta-psicologa che sembra piuttosto essere un lungo monologo fatto di botta e risposta, di scoperte e di comprensioni intime.

Tuttavia, per guarire completamente Marta dovrà sbattere violentemente la testa contro una parete infrangibile, dovrà comprendere di cosa è fatta l’esistenza e diventare in grado di scegliere, prendere in mano i pezzi della sua vita e decidere dove vuole andare.

In questo caso il viaggio in Portogallo è in realtà più un viaggio in una dimensione personale trasversale, tanto che del paese e del luogo c’è ben poco, persino i portoghesi stessi compaiono solo marginalmente. Certo, si confrontano molto brevemente e in modo accennato due paesi dell’Europa del sud, Italia e Portogallo: il primo un paese fermo e senza futuro, il secondo rassegnato nel suo torpore e nella sua perenne lentezza, nello stesso tempo simili e profondamente diversi.

 

Altre letture:

L’autore sul suo blog

Intervista all’autore sul blog Sosteniamo Pereira

 

 

4 thoughts on “Voci di expat, “Tutti Schiavi in Portogallo” di Andrea D’Angelo

  1. Pingback: Translature | penelope a pretesto

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