“Non Lasciamoli Soli”, un libro da leggere e da far leggere

«Noi siamo un solo pianeta, una sola umanità. Quali che siano gli ostacoli, e quale che sia la loro apparente enormità, la coscienza reciproca e la fusione di orizzonti rimangono la via maestra per arrivare alla convivenza pacifica e vantaggiosa per tutti, collaborativa e solidale. Non ci sono alternative praticabili. La «crisi migratoria»  ci rivela l’attuale stato del mondo, il destino che abbiamo in comune.»
Stranieri, Zygmunt Bauman

‘E infine, si sa che sono qui di passaggio, e fra qualche settimana non ne rimarrà che un pugno di cenere in qualche campo non lontano, e su un registro un numero di matricola spuntato. Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella memoria di nessuno.»
Se Questo è un Uomo, Primo Levi

***

Si dà il caso che io abbia letto questo libro di freschissima pubblicazione durante alcune giornate di un’estate insolitamente assolata e lunga per il nord Europa, investito da una di quelle ondate di caldo che si registrano una tantum nel corso di qualche decennio. Pertanto mentre leggevo riuscivo a percepire in qualche modo il caldo del deserto che si sta ampliando a macchia d’olio e il caldo delle fiamme che stanno inghiottendo qualsiasi cosa.

Questa volta non si tratta di un tema poco discusso. Anzi, se ne parla eccome: i media propongono costantemente informazioni e immagini inerenti alla questione dei migranti africani che sta affliggendo non solo direttamente l’Italia ma anche un’entità europea fondamentalmente in crisi con i suoi diversi Paesi. In verità, sull’argomento se ne parla talmente tanto che quest’ultimo finisce sulle bocche di tutti e in qualsiasi luogo, persino in modo poco appropriato: se ne discute al bar, al supermercato, a tavola durante ora di cena mentre si guardano le notizie in TV, in una ritrovo fra amici. Evidentemente si è finiti persino col ritenere che tutti, ma proprio tutti, hanno il diritto – e soprattutto la competenza- non solo di valutare, ma anche di esprimere delle opinioni estremamente accurate a riguardo. Perciò si discute liberamente sull’aspetto della giustizia, se sia “corretto” o sbagliato “accogliere” o “respingere”, sui diritti degli stranieri e quant’altro.

Tuttavia, in queste conversazioni e valutazioni il più delle volte manca qualcosa di importante, c’è una lacuna, qualcosa che forse non riesce ad arrivare all’opinione pubblica o non passa adeguatamente attraverso  i mezzi di comunicazione; forse si tratta di qualcosa di più complesso da comprendere e da cui si tende a stare un po’ distanti.

Non lasciamoli soli è un libro fondamentale dalle mille voci che raccoglie le storie e le testimonianze di giornalisti, medici, legali, operatori delle ONG, volontari, autorità locali e soprattutto quelle dei sopravvissuti e delle vittime che con estrema fatica hanno parlato ed esteriorizzato la propria esperienza. Mi sentirei di consigliare la lettura di questo libro a chiunque, anzi, sarebbe opportuno divulgare le sue pagine in giro, sui blog, nelle scuole e nei gruppi di lettura.soli

Il libro parte da un’affermazione netta e oggettiva che riassumo così: i naufraghi, i migranti, i dibattiti politici sull’accoglienza (e sul respingimento), i migliaia di morti e tutto quello che orbita attorno non sono altro che la piccolissima punta visibile di un enorme iceberg contro il quale quasi l’umanità sta andando a sbattere drammaticamente. Nella realtà si finisce col concentrarsi sui danni dell’immigrazione massiccia, sul futuro del nostro paese, sui problemi economici e sociali, il che è anche legittimo. Ma se si provasse a guardare il problema dall’altra prospettiva e ci si concentrasse sul presente e sul futuro dei paesi in via di sviluppo?

Esiste purtroppo un paradosso: l’umanità capace di commuoversi davanti all’immagine del corpo di un bambino denutrito e senza vita che viene recuperato dal mare ma che, nello stesso tempo, riesce ad arginare o a coprire una tragedia dalla portata ben più grande. Quel corpicino è una sola storia dietro la quale si celano un’infinità di storie diverse fatte di sofferenza, potere e sottomissione, responsabilità condivise e interessi politici-economici.
Benché le nostre storie personali potrebbero non identificarsi né incontrare quelle presentate in questo libro, quanto possiamo considerarci effettivamente dei soggetti estranei al problema e quanto invece la nostra dimensione, le vicende del nostro Paese, si intrecciano con quelle degli altri?

Francesco Viviano e Alessandra Ziniti, autori del libro ed entrambi giornalisti della Repubblica, non hanno fatto alcuno sconto ai lettori che qui si ritrovano a leggere delle pagine impregnate di storie e di testimonianze crude, che scuotono, spaccano, lacerano.

Chi sono gli “africani” che vediamo sui media e quelli che vivono nella nostra comunità?
In linea generale l’“africano”, specie se ha la pelle nera, ha fondamentalmente solo un paio di rappresentazioni dominanti che passano e che vengono diffuse attraverso i media e la comunicazione, ovvero:

  1. migrante clandestino che arriva in Europa senza documenti legali a bordo di un barcone;
  2. una presenza “fastidiosa” che si personifica in coloro che sono fermi agli angoli delle strade e dei supermercati a chiedere l’elemosina.

È così tangibile questa realtà che proprio negli ultimi giorni si stanno propagando episodi di razzismo, violenza e disprezzo nei confronti dei membri della comunità dalla pelle nera. Certo, una categoria troppo generica e insensata. Mettiamo anche il caso che non siano gli episodi di razzismo ad essere numericamente aumentati, ma che se ne stia semplicemente parlando di più: questo contribuirebbe ad aumentare il sentimento di chiusura e a formare un determinato tipo di atteggiamento nei confronti dell’alterità, con il rischio che si inneschi una sorta di reazione a catena.

Lungi dall’essere un libro esaustivo, si passano in rassegna alcune delle tappe principali della storia degli ultimi anni, molto utili soprattutto per chi si fosse perso qualche passaggio importante: dalle varie operazioni nel Mediterraneo, il progetto Mare Nostrum sorto all’indomani del grande naufragio di Lampedusa dal 2013 e rimasto in azione fino al 2015, i numerosi soccorsi, il laboratorio dei respingimenti in mare disposti dalle autorità, il Regolamento di Dublino e molto altro.

Con la chiusura ufficiale dell’operazione Mare Nostrum e la regolamentazione del Vaticano del 2017, quest’ultima volta a imporre un codice di autoregolamentazione delle navi umanitarie, si è ristretto ulteriormente il campo d’azione umanitario, mentre la precedenza è stata data all’approccio “aiutiamoli a casa loro”. Le ONG sono state allontanate con la motivazione di costituire addirittura il pull factor, ovvero un fattore di attrazione per gommoni e barconi pieni di profughi, cosa che è stata ampiamente smentita dai dati accuratamente riportati e il registro dell’aumento degli sbarchi (in effetti nessuno dei migranti si imbarca con la certezza di essere portato in salvo, trattandosi di una fuga dalla morte):

Alla fine, in mare, sono rimasti in tre: SOS Mediterranée con la nave Aquarius e a bordo il team medico di Medici Senza Frontiere, gli spagnoli della Proactiva Open Arms e i tedeschi di Sea Watch.

Bisogna fare qualche passo indietro e approdare sulle coste della Libia per poi addentrarsi nella terraferma e andare sempre più in fondo. Non tutti i ben 54 stati del continente africano sono in guerra, dunque concordiamo che non tutti scappano dai bombardamenti. Riprendo l’osservazione di Roberto Ammatuna, sindaco e primario del pronto soccorso dell’ospedale di Pozzallo afferma:

Chi fugge dall’Africa muore anche di fame, adesso, non solo per le bombe. Non capisco la distinzione tra immigrati che vengono da paesi in guerra e immigrati da quelli dove c’è una situazione economica che è drammatica.

I profughi sono pertanto fuorilegge, assassini, ladri o “brava gente”? Cosa c’è dietro questa loro fuga disperata? Generalizzare non porta mai a nulla, la risposta non può essere precisa. Poiché ci troviamo davanti allo spostamento di milioni di persone e intere popolazioni, è chiaro che ci saranno un po’ tutti, buoni e cattivi. Nello stesso modo i problemi che scatenano l’esodo sono di vario tipo e va tenuto in conto il tasso enorme di povertà, il livello di sottosviluppo e i contrasti.

Dunque, la gente è in fuga dai villaggi colpiti da incombente desertificazione, dalla fame e dalla povertà, dalla guerra, dalle dittature; la gente cerca una speranza di vita in un posto possibile, la sopravvivenza è il motore dell’emigrazione.
Inoltre, tenuto in considerazione le problematiche di partenza, se si emigra da paesi in cui mancano le basi di una società dotata di uno sviluppo organizzato, se mancano adeguati sistemi statali e giuridici che proteggano la sicurezza e l’identità dei cittadini nonché il riconoscimento dei loro diritti e doveri, l’emigrazione (e l’immigrazione) diventa una questione molto complessa. Ed ecco che arrivano in Europa milioni di individui senza documenti, senza nulla: se un’identità non ce l’avevano nemmeno prima di partire ora sembra impossibile acquisirne una.

Nelle complesse reti territoriali, chi fugge attraversa le frontiere, sale a bordo di camionette che li trasporta dei moderni lager e, prima ancora di rendersene conto, entra a far parte del traffico umano e della tortura.  In Libia, in particolare, i più potenti hanno costruito una vera e propria rete di enormi guadagni e profitti. Nei lager si pratica la tortura, si fanno le telefonate ai parenti con le grida strazianti e le richieste di soldi per estorsione, poi c’è la schiavitù dei giorni nostri (molto simile a quella del passato), la fuga o la morte.

Per alcuni, esasperati dalle torture e dalla disperazione, c’è l’opzione di passare dall’altra parte, diventare ufficiali servitori del sistema infernale- dietro il quale c’è sempre un piano elaborato- e trasformarsi in aguzzini, agenti della tortura, oppure occultatori di cadaveri:

Ahmed è stato scelto per fare il becchino, per riempire quelle enormi fosse comuni che si nascondono sotto le dune di sabbia del deserto africano, sotto qualsiasi tipo di discarica vicino alle spiagge da cui partono i gommoni, o al limitare delle periferie, dove i trafficanti di uomini tengono reclusa la loro merce umana in attesa di spillare da loro più soldi possibile. Che sia il denaro estorto alle famiglie d’origine, ridotte sul lastrico pur di non sentire le urla strazianti dei loro cari costretti a telefonare proprio mentre subiscono ogni tipo di tortura, o che siano le poche centinaia di euro che i “signorotti” locali sono disposti a pagare al mercato degli uomini per comprare braccia forti da impegnare al loro servizio.

A loro volta i sopravvissuti riescono a racimolare del denaro, o lo chiedono in prestito, per comprarsi un biglietto a bordo di un vecchio barcone o su un gommone dal fondo consunto e partono portandosi addosso il peso della morte annunciata e della speranza. Non conoscono il destino che li attenderà in Europa, se riusciranno mai a raggiungerla, non sanno se assaporeranno la libertà o se finiranno imprigionati in altre reti di sfruttamento, se saranno schiavi del caporalato o vittime di soprusi.

Sahel è stato venduto come schiavo a buon mercato e ha servito a lungo tempo dei padroni, Samir e Abbas che sono sfuggiti alla carneficina di Darfur con il loro sogno italiano e finiti nel traffico illegale umano, donne e bambini sono in fuga dalle  dalle dittature militari dell’Etiopia e dell’Eritrea, bambini che hanno perso i genitori e scappano dall’inferno siriano, e poi c’è Segen:

Morto di fame. Nel 2018. Morto di stenti, finito, stroncato da un anno e mezzo di torture e schiavitù in una prigione libica. Uno schiaffo talmente forte e violento del terzo millennio che la prefettura di Ragusa ha sentito il bisogno di divulgare una nota stampa per affermare che il giovane eritreo è stato ucciso da una “progressa malattia grave allo stato terminale”. Troppo forte evidentemente la vergogna delle istituzioni europee per ammettere quella sconvolgente verità […].

Maryam, originaria della Nigeria, è una vittima della violenza e la sua storia di intreccia con quelle delle tante donne che hanno viaggiato a bordo di un barcone appesantite dalla gravidanza. Lei voleva fare il medico e invece quel viaggio carico del sogno della libertà ha fatto di lei una delle migliaia di baby prostitute vendute per pochi spiccioli dagli schiavisti libici. Ora Maryam vive in Germania con il figlio che ama nonostante sia il frutto di una delle numerose violenze da lei subite.

Lo scopo del libro si delinea moto chiaramente fin dall’introduzione, ovvero gettare luce su alcuni punti basilari da cui dovrebbe venir fuori un approccio al problema dell’emigrazione:

[…]rivoluzionare l’approccio all’accoglienza, innanzitutto a casa nostra e poi in sede europea, potenziare e coordinare le politiche di cooperazione e sviluppo, chiedere la presa in carico, da parte della comunità internazionale, di tutti i campi profughi africani, al fine di proteggere le persone là dove, come in Libia, i diritti umani vengono crudelmente violati.

Si tratta di un cambiamento possibile? Naturalmente è più facile nascondersi dietro la solita storia di utopia e andare avanti. Ma per quanto si cercherà di andare realmente avanti, per quanto si metteranno lucchetti alle frontiere, per quanto si continuerà a manifestare il disprezzo e a respingere gli stranieri, continuerà inesorabilmente la disperata avanzata degli “invisibili” del nostro mondo, e le loro voci urleranno dal deserto, dal mare e dalle spiagge. Urleranno nel vento e nelle mareggiate. Continueranno a farsi sentire persino coloro che il Mediterraneo ha ad un certo punto silenziosamente inghiottito insieme alle loro infinite storie, liberandoli dall’inferno e talvolta dando loro una sepoltura più dignitosa rispetto a quella che avrebbero avuto sulla terraferma.

Nella rotta dalla Libia soltanto negli ultimi due anni circa novemila persone hanno perso la vita e molte altre, impossibili da contare, non sono state neppure riportate.
E così la storia continua.

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8 thoughts on ““Non Lasciamoli Soli”, un libro da leggere e da far leggere

  1. un articolo che tocca un problema che tendiamo a mettere in sordina o sotto il tappetto come per la polvere. Un libro che merita di essere letto e comprato, anche se dubito riuscirà a smuovere le anime egoiste che albergano in noi.
    Grazie a te per avercelo suggerito.

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