“The Translator” di Leila Aboulela, una possibile interpretazione

Riprendo dal punto in cui avevo lasciato, più o meno dallo stesso punto. Ho accumulato letture, pensieri, propositi e parole. Riprendo il filo da un articolo che avevo appena abbozzato al termine di una mia lettura non troppo appassionata di The Translator di Leila Aboulela. Devo tornare indietro con la memoria, per rievocare la narrazione e mettere insieme dei pensieri rielaborati.
Il libro in questione non è ancora stato tradotto in italiano, pertanto potrebbe forse interessare i lettori che amano viaggiare fra le letterature e le parole straniere, d’altronde è di questo si occupa questo blog. Questa però non vuole essere la recensione del libro, ma piuttosto l’esternazione del pensieri lasciati da questo, insieme a spunti di riflessione sui temi dell’immigrazione e del multiculturalismo nella letteratura contemporanea. Non mi preoccuperò lasciare il finale nascosto.

Devo confessare che faccio fatica a scrivere di libri, non perché io abbia smesso di leggerli, ma perché la scrittura del lettore si perde senza esercizio (o almeno la mia) e indugio più  del solito a mettere  insieme un testo decentemente coeso.

Così provo a ripartire da una scrittrice che, credo, ha un profilo letterario molto più pronunciato nella sfera anglofona rispetto a quella italiana. Non ho trovato un’abbondanza di testi  critici sull’autrice; Il lettore sul Nilo e Minareto sono due dei suoi libri disponibili in lingua italiana, ma non li ho né letti né sfogliati in libreria. La scrittrice è stata ospite del festival di letteratura Africa Writes 2018 a Londra, per presentare il lancio della sua nuova raccolta di storie intitolata Elsewhere Home.
Leila Aboulela ha un sangue misto, nasce da padre sudanese e madre egiziana in Sudan dove ha vissuto per una buona parte della sua vita, formandosi presso istituti internazionali con un insegnamento prevalentemente di lingua inglese. Nel paese di nascita si è anche laureata in economia, si  è sposata ha dato alla luce il primo figlio. Il concetto di diversità culturale e multilingua sembra le si addica fin dall’infanzia, ma la sua vita da expat comincia solo quando, nelle vesti di una giovane adulta, decide di trasferirsi temporaneamente a Londra per studiare scienze statistiche. Il progetto originario era quello di ritornare in patria al termine degli studi per proseguire la carriera dell’insegnamento; tuttavia, le carte in tavola si rimescolano per una serie di circostanze e sotto la spinta della difficile situazione lavorativa sudanese, così Leila Aboulela si trasferisce nella Aberdeen scozzese insieme al marito. Nonostante i suoi studi in campo economico, passa alla professione letteraria quando in Scozia decide di aggiungere al sempre esistito bisogno di leggere quello di scrivere. La sua scrittura nasce per esternare dei sentimenti nei riguardi della sua esperienza di migrazione e della mancanza della propria casa. Infatti la si sentirà in diversi contesti utilizzare il termine homesick, che né l’arabo – la sua lingua madre – né l’italiano traducono alla perfezione.

Il suo lavoro di scrittrice si focalizza sulla narrazione della relazione fra Nord e Sud, sulle migrazioni e sulle traduzioni culturali, sulle (de)rappresentazioni dell’identità e degli stereotipi sociali. Una buona parte delle sue riflessioni ruotano attorno alla figura del musulmano nello spazio occidentale, sul complesso dialogo multiculturale e sulla spiritualità dell’Islam che si scontra con una molteplicità di interpretazioni e rappresentazioni.

Ho trascinato la mia lettura di The Translator per quasi tutta la prima metà del libro, nel frattempo ho letto altro; solo successivamente, a lettura ripresa, ho cominciato ad essere spinta dalla curiosità  di sapere la successione degli eventi, fino ad arrivare ad una conclusione che mi ha lasciata con qualche riflessione e perplessità. Ho capito che a trattenere la lettura non era stata la scrittura, piacevole e scorrevole, bensì la mia distanza spirituale dalla protagonista e questo non mi ha permesso di seguire e comprendere tutte le pieghe della narrazione.

Inoltre, il libro non è ricco di avvenimenti, ci sono poche le azioni dal momento che quasi tutto è già avvenuto in un passato non troppo remoto.

Sammar ha qualche piccola ma significativa somiglianza con l’autrice. Ha una storia fatta di molteplici migrazioni: è nata in Inghilterra da genitori migranti sudanesi, ha passato l’infanzia a Khartoum e si è successivamente trasferita in Scozia per seguire la carriera di medico del marito.

The-Translator-By-Leila-AboulelaQuando il libro comincia Sammar è già rimasta prematuramente vedova, lavora come traduttrice di arabo con un contratto a progetto presso un dipartimento dell’Università di Aberdeen, vive una piccola stanza di una modesta palazzina dove alloggiano studenti e altri immigrati, una sorta di punto di transizione. Ormai da tempo la sua vita si trascina in un limbo, è lontana dagli affetti e distante da tutto, con la città di Aberdeen non ha forti legami e conduce una vita segnata dalla routine lavorativa. Poco più di quattro anni prima aveva dovuto riportare in Sudan il corpo senza vita del giovane marito, Tarig, deceduto in seguito ad un incidente automobilistico, e in quell’occasione si era anche separata dal figlioletto che aveva affidato ai familiari paterni.

Dall’altra parte c’è Rae Isles, il polo opposto di Sammar: uomo, britannico, divorziato, non dichiaratamente ateo ma che non pratica alcuna religione. Inoltre è un “orientalista”, studioso e ricercatore delle civiltà islamiche; nei confronti dell’Islam e dell’oriente ha un interesse gnoseologico ed un legame professionale. Ho trovato la sua figura leggermente “standardizzata” per alcuni aspetti, in fondo non si sa un gran che della persona e del suo carattere, intavola discussioni pressoché monotematiche,  è  considerato un rivoluzionario culturale e sullo scaffale del suo studio sono allineati in bella vista dei titoli conosciuti agli appassionati di studi postcolonialismo: How Empire Underdeveloped Africa, The Wretched of the Earth, Religion in the Third World, Culture and Imperialism, Radical Islam, Terrorism in Africa, Muslim Extremism in Egypt.

Nonostante le divergenze, fin dalle prime righe del libro fra i due protagonisti comincia un rapporto di conoscenza che va oltre quello lavorativo, dove l’orientalismo di Rae mi sembra rappresentare un punto di incontro. In effetti Sammar non avrebbe fatto il primo passo verso un uomo così diverso da lei e proprio il suo essere in qualche modo “leggermente più orientale” rispetto agli altri occidentali .

Quando arrivano le festività natalizie le strade ghiacciate di Aberdeen si svuotano, gli studenti e i lavoratori ritornano dalle proprie famiglie. Anche Rae si mette in viaggio per raggiungere la famiglia della sua ex-moglie e stare con sua figlia. Paradossalmente la lontananza riesce finalmente a mettere Rae e Sammar in un contesto diverso da quello lavorativo e li fa avvicinare.

Qui comincia una serie di dialoghi telefonici, di conversazioni, di scambi, si costruisce un sentimento di amore e di rispetto, ma non per questo si colmano le distanze culturali fra i due protagonisti: mentre Rae vive le sue ferie all’occidentale, fra tradizioni e del buon cibo annaffiato da vino, Sammar è sola, digiuna e non ha intenzione di sintonizzarsi per ascoltare il discorso di fine anno della regina come farebbe un inglese medio.

Quando finalmente i protagonisti si ritrovano, Rae si avvicina a Sammar e la bacia ma è proprio qui che vien fuori la pesante verità e l’impossibilità di questo rapporto. Sammar si sente profondamente ferita per il fatto che Rae abbia ignorato il “problema” della sua differenza e sa bene di non poter stare con lui a meno che non diventi musulmano. Qui le frontiere sono chiuse,  il dialogo e la delicata sintonia che si era instaurata nelle scene precedenti si rompe e Rae addirittura manda via Sammar in modo brusco.

Sammar non se lo fa ripetere due volte e dopo poco parte per l’Egitto, come da programma, per svolgere un importante incarico lavorativo a cui lo stesso Rae l’aveva raccomandata. Dopo aver completato gli impegni lavorativi ritorna nella sua Khartoum dove si riconnette alle origini, ritrova i familiari e riprende il rapporto con suo figlio quasi con troppo facilità, come se riuscisse in un lampo a recuperare quel senso di maternità che aveva seppellito sotto il peso del dolore a cui si era abbandonata dopo la morte del marito. Tutto avviene velocemente come se fosse la cosa più naturale possibile, come se tutto dovesse andare proprio in quella maniera. Sono rimasta un po’ sorpresa su come l’autrice sia riuscita comunque a non scrivere nulla del suo Sudan, evidentemente una scelta volontaria quasi per non spostare l’obiettivo centrale di questo romanzo, lasciando trapelare appena una Khartoum accogliente e non cambiata dal tempo.

Anche qui non ci sono molti eventi, Sammar decide di rimanere nella sua terra e invia le lettere di dimissioni  presso l’Università di Aberdeen. Tuttavia, un giorno riceve in una lettera che contiene  un’inaspettata proposta indiretta di matrimonio, scritta da un amico di Rae con l’autorizzazione di quest’ultimo. Rae, ormai convertito all’islamismo e reduce di un percorso di formazione e cambiamento personale, le chiede di sposarsi in un modo estremamente formale e quasi anacronistico, senza neppure averla interpellata direttamente.

Non mi dilungherò nella spiegazione finale della storia che qui giunge al termine, ma penso che qui emergano le mie perplessità sulla quasi improbabilità delle circostanze. Sammar è un personaggio particolare che in tutta la storia rimane composta e in grado di controllare le sue azioni, anche se emotivamente sotto pressione. Riesce a passare dallo stato di apatia causato dal dolore all’elaborazione di questo, facendosi forza su una grande spiritualità. Non si scompone neppure quando la suocera, in preda ad uno sfogo familiare che ha la durata di un soffio, la accusa insensatamente della morte del marito.

Per tutto il tempo del rapporto fra i due protagonisti Sammar non fa altro che cercare di tradurre la sua identità a Rae, e questo processo in atto spiega il titolo del libro, appunto The Translator. Certo, in inglese si perde la sfumatura di un genere che invece sarebbe significativo in italiano, ma la chiave di lettura del titolo non è tanto la traduttrice (Sammar), ma piuttosto la traduzione, questo processo complesso che guida una trama priva di eventi troppo sconvolgenti, eccezion fatta per il finale. Il viaggio finale di Rae in Sudan rappresenta proprio il punto di arrivo finale della traduzione culturale e l’unione dei due protagonisti sancisce un lieto epilogo.

Sammar non ha negoziato quasi nessun compromesso, non sposta la sua identità di un millimetro, al contrario ci tiene a demarcare i confini della sua differenza. Il suo comportamento, il modo in cui parla e pensa, il modo in cui si veste, tutto ciò che fa parte di lei sottolinea la diversità, cosciente dei limiti che questo comporta. Insomma, il dialogo multiculturale sembra essere abbastanza rigido; se Rae non si fosse convertito i due protagonisti sarebbero rimasti separati da un conflitto irrisolvibile.

No, il libro non rientra nella lista dei miei preferiti. Non ho particolarmente apprezzato il tema predominante dell’amore fra un uomo e una donna culturalmente distanti contro la secondarietà di altri strati tematici che avrebbero potuto essere tirati in ballo. Quando alla fine Sammar dice che “se fosse” una donna libera e indipendente non sarebbe ritornata con Rae ad Aberdeen mi sono chiesta se davvero questo personaggio femminile così solido sia volontariamente fermo nelle sue scelte o se non ci siano costrizioni o limiti provenienti da qualcosa di più grande. Oppure sarà forse proprio la presenta dei limiti  e dei confini che fa sentire Sammar realmente libera.

Il prossimo libro di cui scriverò sarà completamente diverso, riprenderò gli appunti di un romanzo che non riuscivo a mettere giù, che mi ha tenuta stretta per oltre settecento pagine trascinandomi con passione per le strade di Istanbul.

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