A proposito di Ottobre, il mese nero, e del ‘Black History Month’

Per alcuni paesi il mese di Ottobre, appena sfuggito, è dedicato alla Storia Nera, meglio conosciuto in lingua originale come Black History Month, in cui si celebrano le personalità di spicco appartenenti alle comunità dell’Africa o di origini africane che hanno occupato un ruolo di importanza in vari ambiti e settori, possono essere artisti, politici, scienziati o altro. L’esigenza di questa ricorrenza nasce dal problema della subordinazione a cui le varie etnie del continente africano sono state sottoposte per secoli e dalla quale non riescono a liberarsi completamente in tempi odierni.

Certo, l’aggettivo nero del Black History Month tende a circoscrivere eccessivamente la nota di appartenenza etnica, in realtà il nero non è l’unica sfumatura cromatica, ma ciò è dato dal contesto in cui nasce. Questa ricorrenza affonda le radici negli Stati Uniti degli anni venti del XX  secolo; agli albori si era  individuata una sola settimana dedicata alla celebrazione delle comunità africane in America, fino a quando nel 1970 c’è stata l’istituzionalizzazione ufficiale del Black History Month, fortemente voluto dagli insegnanti e educatori afro-americani.

Nel corso degli anni il mese è stato spostato lungo il calendario e agli USA si sono aggiunti altri paesi quali Canada, Regno Unito, Irlanda e Olanda. Nel Regno Unito si tratta di una ricorrenza ormai molto popolare, se ne parla nelle scuole, nelle aziende e in altri contesti lavorativi; persino nei paesino di contea le piccole entità culturali, se ci sono, organizzano almeno un evento per mettere sotto i riflettori gli artisti del passato o contemporanei della comunità nera e mulatta.

L’Italia è uno di quei tanti paesi in cui il Black History Month non è ufficialmente riconosciuto e  questo, se da una parte potrebbe essere una mancanza, dall’altra parte non credo rappresenti un problema di fondamentale importanza. In effetti, l’iniziativa rischierebbe di avere una rilevanza relativa, aggiungendosi alle varie date religiosamente istituite per mantenere la memoria di certe ricorrenze. Piuttosto credo sia opportuno trovare delle occasioni, e magari spargerle un po’ a caso durante il corso dell’anno, per dedicare l’attenzione ad una storia tradizionalmente subalterna dell’Italia; i motivi individuabili sarebbero molteplici:

  • Il passato coloniale italiano, verso il quale c’è stato un processo di rimozione che ha contribuito al ritardo degli studi postcoloniali italiani;
  • la crescente presenza di afro-italiani nati in Italia da generazioni di immigrati oppure “adottati” dal nostro paese e che ne hanno assimilato perfettamente la lingua e la cultura;
  • L’attuale immigrazione massiccia dal continente africano, i migranti che sbarcano sulle coste del meridione, un fenomeno nei confronti del quale si tendono ad adottare principalmente due atteggiamenti:
    A. la paura, forse la tendenza più diffusa e anche quella che una parte della politica sta pertanto avanti con gran enfasi, non solo in Italia ma anche nel mondo;
    B. un’opportunità per riflettere sulle motivazioni legate a vari fattori, sugli strascichi lasciati dalle strutture coloniali in Africa, sul presente post-coloniale.

A proposito, mi vengono le parole di Alessandro Leogrande dal libro La Frontiera, il quale riprende Fanon per parlare di un argomento di attualità e per sottolineare la continuità con il passato:

Il mondo coloniale è un mondo scisso in due, scriveva Frantz Fanon. Il confine è indicato dalle caserme e dai commissariati di polizia. Ma poi la Storia si è messa in moto. I campi lasciati vuoti dai colonizzatori sono stati occupati dagli ex colonizzati che hanno assimilato le tecniche dei precedenti conquistatori. Spesso le hanno estremizzate, le hanno estese. L’Eritrea non fa eccezione: dapprima l’occupante etiopico, poi i militari del Fronte hanno istituito un nuovo potere spietato.

Come se la Storia fosse davvero un enorme banco da macellaio in cui si finiscono per riprodurre i gesti, i tic mentali, azioni, rituali, già segnati dai vincitori di ieri. Come se ogni liberazione, alla fine, non conducesse ad altro che a impugnare un coltello e a stare dalla solita parte del banco.

Mi è capitato di pensare che se vivessi in Italia e se avessi l’opportunità di lavorare nel campo dell’istruzione e della formazione probabilmente beneficerei del diritto di avere almeno maggior voce in campo. Sarebbe bello applicare e portare avanti una sorta di svecchiamento e attualizzazione dei programmi, dei contenuti e magari inserire, sia pur cominciando con piccole dosi, le storie subordinate degli altri paesi connesse all’Italia. Anche la lingua e la civiltà inglese, di fatto le discipline straniere più diffuse e che fanno parte integrante di molti percorsi scolastici, vedono inevitabilmente la supremazia della Gran Bretagna e degli USA, facendo venir fuori delle immagini a mio avviso abbastanza compromesse e distorte rispetto alla realtà. Si parla più facilmente di British English versus American English, si trattano argomenti e autori della letteratura inglese (per la maggioranza e rigorosamente Made in England) e americana, ma rimangono ancora echi lontanissimi le letterature delle colonie di lingua inglese e la letteratura contemporanea postcoloniale. Eppure gli immensi territori delle colonie, anche se geograficamente periferici, sono stati per secoli i veri motori dei paesi imperialisti occidentali. A questo punto non credo si tratti di difficile reperibilità delle informazioni, dati i mezzi a disposizione, ma piuttosto di scelte di orientamento dettate dalla maggioranza e da tacite imposizioni.

Spostando almeno un po’ l’obiettivo su altro rispetto a quello che tradizionalmente è stato considerato più importante, rispetto alla storia dominante scritta dai vincitori, si riuscirebbero meglio a capire le dinamiche del Mondo contemporaneo, ne verrebbe fuori una rappresentazione reale e attuale dei paesi ex-imperialisti nonché della composizione delle loro popolazioni; si comprenderebbe almeno in parte cosa c’è dietro i fatti in prima linea quali Brexit (cosa ha spinto il voto?), le nuove dittature o i massicci movimenti migratori. In questo modo ne verrebbe fuori una cultura e una letteratura coloured, che non si traduce con di colore, ma con colorato, ovvero dalle molteplici tonalità e sfumature.

Che lo si ammetta o meno, nonostante l’invadente aria di modernità e il lusso delle informazioni fruibili tramite i mezzi di comunicazione, esiste ancora una  storia dominante ampiamente diffusa che pretende di essere completamente vera e, per contro, delle storie minori che a fatica riescono a salire in superficie. Persino tutta la questione linguistica del politicamente corretto su “come ci si debba riferire”  alle comunità afro-italiane costantemente in crescita sul territorio nazionale è una dimostrazione della discriminazione e dei pesanti strascichi del passato.

Sulla scena letteraria italiana, escludendo le traduzioni ma ponendo al centro i testi scritti in lingua, ritroviamo tanti connazionali che scrivono del variegato e confusionario mondo contemporaneo, molti guardano l’Italia da lontano, e poi alcune rappresentanze delle generazione vecchie o nuove di migranti. Del capoverdiano Jorge Canifa Alves ho avuto modo di scrivere qualcosa in passato su Racconti in Altalena, il togolese Kossi Komla-Ebri ha scritto romanzi e racconti che sto cercando di rintracciare, Cheikh Tidiane Gaye ha tradotto in italiano le poesie del cantore della Negritudine, Léopold Sédar Senghor.

Maaza Mengiste invece scrive in inglese, perchè gli Stati Uniti sono la sua seconda terra, ma ha studiato in Italia per ricostruire la storia silenziosa della sua Etiopia tramite le tracce del colonialismo italiano.

Nel frattempo, rubo dal sito dell’Internazionale questo articolo datato ma attualissimo della giornalista e scrittrice Igiaba Scego, arrivata in Italia  dalla Somalia quando era bambina, in cui suggerisce delle letture che parlano del colonialismo italiano.

Mi auguro vivamente di aver menzionato troppi pochi nomi in questo post e che qualcuno possa aggiungerli qui sotto nella sezione commenti in modo da aggiungere contenuti utili da condividere.

2 thoughts on “A proposito di Ottobre, il mese nero, e del ‘Black History Month’

  1. Pingback: Tempo di uccidere – Ennio Flaiano | Translature

  2. non conoscevo che questo mese fosse dedicato alle personalità africane che si sono distinte nel mondo, se non ho capito male.
    Certamente in Italia e in particolare negli ultimi tempi è stato messo il silenziatore su questo.
    Però tu lo hai ricordato.

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