Libri dalla terra straniera: “Silence is My Mother Tongue” di Sulaiman Addonia

Silence is My Mother Tongue è il secondo romanzo non ancora tradotto in italiano di Sulaiman Addonia, di cui invece si trova in traduzione il primo libro, La Conseguenza dell’Amore (Sperling & Kupfer, 2009). Specifico, onde evitare evitare ambiguità che potrebbero nascere facendo qualche ricerca, che quest’ultimo libro non ha alcun legame con il bellissimo film di Sorrentino del 2004, Le Conseguenze dell’Amore.

Sulaiman Addonia nasce in Eritrea, dove trascorre appena la prima e turbolenta fase della sua vita, rimane orfano di padre all’età di due anni e fugge in un campo profughi in Sudan in seguito al massacro sul confine di Um-Hajar del 1976. Dopo aver vissuto per qualche anno insieme alla madre e al fratello nella capitale sudanese di Khartoum, si trasferisce da adolescente in Arabia Saudita e, successivamente, arriva a Londra con lo status di rifugiato. Qui prosegue gli studi e si laurea in Scienze dello Sviluppo presso l’università SOAS. Attualmente risiede in Belgio, mentre suo fratello Saleh è cittadino britannico, residente a Londra, e ha scritto una raccolta di storie intitolata Lei è un Altro Paese (Casagrande Editore, 2018). La relazione fra la scrittura dei due fratelli Addonia è interessante e condivido in fondo a questo articolo uno spezzone del Babel Festival del 2016 che vede entrambi in conversazione: partendo da un nucleo comune -ovvero dalle esperienze vissute, dalla migrazione e la ricerca di una terra di appartenenza-, prendono poi direzioni diverse dal punto di vista interpretativo ed espressivo.

I lettori italiani che viaggiano attraverso le lingue leggeranno Silence is My Mother Tongue in inglese per apprezzarne non solo la trama, ma anche per i curiosi intrecci linguistici che ci riportano fra le pagine della storia (post-)coloniale dell’Italia e delle terre d’oltremare, in particolare dell’AOI, come ci si riferiva all’Africa Orientale Italiana in un non troppo lontano passato. La maggior parte dei personaggi del libro provengono proprio da quel nucleo geografico, in particolare dall’Eritrea, pertanto non ci si sorprende se  talvolta compaiono parole o brevi frase italiane nel testo, rammentandoci quanto, sia pur affievolita sotto vari aspetti, l’influenza del nostro Paese sia ancora oggi marcante. D’altronde le strade, i palazzi, le statue e le scuole italiane sono ancora lì, visibili e funzionali. Il libro non parla del colonialismo, ma le conseguenze storiche e le implicazioni degli eventi politico-sociali sono così evidenti da suscitare un discorso più ambio e spingere i più  curiosi alla ricerca.

Il romanzo si svolge in tempi più recenti,  la colonizzazione è stata smantellata da decenni ma L’Eritrea si trova nel mezzo del sanguinoso trentennio di guerra contro l’Etiopia per la conquista dell’indipendenza che non raggiungerà prima del 1991. Siamo evidentemente negli anni ottanta ed è chiaro quanto in questo lavoro l’autore attinga dalla propria storia, tenendosi però ben distante dal genere auto-biografico.

Il primo capitolo forse contiene l’essenza dell’intero romanzo, l’inizio e la fine che si fondono insieme, scritto in una prosa poetica che contribuisce a dare al testo un’ambiguità voluta. Il narratore è temporaneamente Jamal, arrivato nel campo profughi dopo essere stato sradicato da Asmara e aver lasciato forzatamente un buon impiego nel Cinema Impero, vestigio del colonialismo italiano. Si delineano già i personaggi e la storia, ma non si riesce bene a distinguere fra cosa sia immaginario o reale. Si parla di un processo che forse non avverrà mai (Saba’s Trial), e la giovane donna protagonista, Saba, appare indossando un abito nero che lascia ben visibili le sue gambe bruciate, segno di una vecchia violenza subita. Poi Saba scompare ed è come se non fosse mai esistita realmente, un personaggio fittizio venuto fuori da una storia immaginata.

La storia di Saba è fatta di apparizioni e riapparizioni. Ed ecco che per un istante su quello schermo non esisteva più nulla. Neppure il campo. Saba era un’invenzione e il campo un’illusione. Poi i vapori asfissianti provenienti dallo sfondo, proprio dietro di lei, mi riportavano alla realtà. Il tanfo umido dei tetti di paglia, il cattivo odore delle pareti di fango impastato con sterco, del terreno aperto che fungeva da latrina comune dove così tante volte io e Saba c’eravamo incrociati.

Dal secondo capitolo in poi tutto diventa più definito e nitido: Jamal diventa un personaggio e a lui si sostituisce un narratore esterno ed onnisciente che racconta gli episodi di un campo profughi sperduto in un punto imprecisato del Sudan. Qui confluiscono popolazioni in fuga dal conflitto Etiopia-Eritrea in corso nel tempo attuale del racconto. Tuttavia, la specificità dei luoghi, dei personaggi e del tempo in questo romanzo non ha troppa importanza, il campo potrebbe trovarsi ovunque. La verità è che, una volta varcata la soglia dove finisce l’umanità, dove il male compie atrocemente le sue azioni, il tempo e lo spazio non hanno più importanza; il passato sembra appartenere ad un’altra vita, il futuro fa fatica a comparire all’orizzonte e, cosa più rilevante, il presente non ha senso.  Sono milioni di individui che si ritrovano ad obbedire alle leggi perfide di un potere invisibile, che piantano i propri sogni e speranze in un luogo lontano dalla propria casa.

Forse l’elemento che ho apprezzato di più è proprio la prospettiva interna del racconto, non impattata dal narratore esterno che sembra pur parlare direttamente dal campo, grazie alla quale si annulla ogni possibile discorso di subordinazione: i profughi e il campo sono i veri ed indiscutibili protagonisti; semmai gli altri sono i lettori, che dovranno necessariamente attraversare quella frontiera che li separa, e i pochi stranieri che controllano a distanza di sicurezza l’amministrazione del campo.

Saba è la giovane eroina del romanzo che all’inizio della narrazione arriva nel campo con la madre e il fratello, a bordo di una camionetta guidata da uno sconosciuto autista di cui si conosce soltanto il nome:

Tahir spense il motore. Il silenzio rendeva quel posto ancora più sperduto e isolato di come Saba se l’era immaginato. Guardò in alto. Non c’era nessun aereo di guerra, ma solo la luna sospesa nel cielo che le fece ricordare un anello d’oro che sua nonna portava al naso.

Accanto a Saba c’è il suo metaforico alter-ego, suo fratello Hagos muto fin dalla nascita ma estremamente comunicativo nei confronti della sorella. Mi è sembrato che l’autore abbia utilizzato i personaggi come espedienti per poter raffigurare due variazioni dello stesso carattere, la duplicità della medesima persona. Persino la loro sessualità sembra curiosamente sovrapporsi: Saba è troppo mascolina per essere una donna, mentre Hagos possiede una bellezza impreziosita da una sinuosità femminile che gli occhi altrui apprezzano. I ruoli dei due giovani talvolta si scambiano, l’uno percepisce con i sensi dell’altro. Prima dell’arrivo nel campo, in quella che sembra essere una vita precedente, Saba aveva persino preso il posto da studente di Hagos, essendo stato quest’ultimo ritirato forzatamente a causa del suo handicap. Così Saba aveva scoperto una passione per lo studio e per la ricerca del sapere, che è la chiave della libertà, focus della storia.

Gli inasprimenti della guerra però hanno sconvolto i piani e rimescolato le carte sul tavolo da gioco per i profughi del campo, fra i tanti incontriamo alcuni giovani volti: Zarha vive con la nonna e riceve i nastri registrati che le invia la madre a distanza, quest’ultima militante presso il fronte di liberazione dell’Eritrea; Samhiya, proveniente da un alto rango sociale, rimane una ragazza di città con i suoi vezzi e la mania delle unghie sempre smaltate; una giovane prostituta continua a prestare servizio ma riesce ad accoglie Saba nelle sue braccia con grande sensibilità.

L’autore ha riservato maggiore rilevanza ai personaggi femminili, oggettivamente predominanti, presentando vari ruoli -la madre, la moglie, la combattente per la libertà, la lavoratrice- , che non possono essere intrappolati in stereotipi sociali e ruoli predefiniti. La libertà di essere, di esistere e di scegliere appare il tema fondamentale presente in ogni singola pagina.

Un giorno Jamal presenta agli abitanti del campo il primo cinema rudimentale costruito con una scatola e delle sagome di personaggi intagliati nel cartone:

Ero proprio io ad incoraggiare tutti i presenti del pubblico a lasciare da parte le paure quando attraversavano quello schermo. Anziché rivivere le storie drammatiche del campo, li spingevo a raccontare i loro sogni affinché persino in questo posto abbandonato potessero usare l’immaginazione. Una volta entrati nel recinto del mio cinema, smettevano di essere dei rifugiati condannati all’esilio e potevano dire e fare tutto ciò che desideravano. Ed io li incoraggiavo ad essere dei personaggi di un film creato in un paese libero lontano da qui.

Dosando gli elementi con un certo equilibrio, l’autore è riuscito a incorporare temi diversi, oltre a quanto specificato poc’anzi: l’emigrazione, la diversità, la subordinazione della donna, il neocolonialismo, l’identità e il conflitto.

Babel Festival 2016 I Saleh Addonia e Sulaiman Addonia from BabelFestival on Vimeo.

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