L’Italia (post)coloniale- “La Gola del Diavolo” di Erminia Dell’Oro

Ho deciso di avviare una serie di articoli dedicati alla raccolta di appunti letterari dell’Italia (post)-coloniale, raggruppando ricerche vecchie e nuove, appunti e pensieri. L’intento è quello di arricchire questo blog con uno scorcio di letteratura migrante contemporanea in lingua italiana. Sono alla ricerca di storie di migrazioni con direzioni “verso e da”, di storie di viaggi che intrecciano lingue e culture diverse. Mi terrò leggermente lontana dalla Storia e dalla ricerca in tale ambito, non avendo una formazione adeguata e rischiando di inciampare malamente nella disinformazione, anche se alcuni riferimenti saranno necessari in quanto proprio gli eventi storici, le guerre, le lotte e i riassetti territoriali hanno forgiato i racconti e le narrazioni della gente.

Forse in questo piccolo progetto di ricerca riverso anche una parte della mia identità, la mia esperienza di migrazione, il bisogno di portare in superficie quella multiculturalità italiana che un tempo mi sembrava di trovare predominantemente nelle letterature delle terre straniere.

Note Biografiche

Parto da una scrittrice contemporanea che credo non abbia ancora oggi avuto il rilievo che meriterebbe.  L’autrice non si ritrova in nessuna delle antologie scolastiche di letteratura italiana e non tutti i suoi libri non sono di facile reperibilità. A questo potrebbe aver contribuito anche l’abbondanza dei titoli per la letteratura d’infanzia presenti nella sua bibliografia, cosa che tenderebbe a relegarla in un genere letterario sovente percepito come “minore”.

Erminia Dell’Oro potrebbe inserirsi, insieme ad una minoranza di esponenti, all’interno di un filone di letteratura italiana postcoloniale “di ritorno”, essendo una scrittrice eritrea di nascita e italiana di seconda generazione nonché di adozione. In verità, il bisogno di collocare la letteratura e gli scrittori in determinati canoni è più una questione di convenzione e di abitudine, ma non di reale necessità.

Erminia Dell’Oro nasce ad Asmara nel 1938, nell’Eritrea ancora ufficialmente italiana, muove i primi passi nel turbolento clima di decolonizzazione, a cui seguirà la prima federazione e l’inizio della lunghissima lotta per l’indipendenza contro l’Etiopia. Cresce e viene educata in una piccola italia “dislocata” nella periferia dell’Africa orientale, dove gli europei portano avanti delle politiche di imperialismo ormai da troppo tempo, in un ambiente multiculturale e multietnico estremamente diverso da quello italiano dello stesso periodo. Nell’Asmara italiana si respira un’aria diversa, quella di una cultura coloniale che chi vive nella madrepatria e non ha mai viaggiato nei territori oltre il confine non conosce. La scrittrice visita per la prima volta l’Italia in occasione di un viaggio che compie nel 1958, quando ha quasi vent’anni, in cui attraversa alcune grandi città e visita degli amici di vecchia data, connazionali ed immigrati eritrei. Presto decide di trasferirsi stabilmente a Milano per completare gli studi, nonostante suo padre non sia d’accordo e tenti di farle sentire il richiamo della sua vera e unica patria africana. La scelta di intraprendere la carriera giornalistica è coraggiosa dal momento che, soprattutto per una donna di questo tempo, la strada si prospetta particolarmente tortuosa e complicata. Per lungo tempo lavora nella grande e antica libreria milanese Einaudi, dove ha il privilegio di entrare in contatto con importanti scrittori ed intellettuali. È da sempre un’appassionata lettrice, ma anche la scrittura sembra essere una componente precoce nella sua vita, tanto che ha scritto storie fin da giovanissima e ha pubblicato articoli sul Giornale di Asmara, che tra l’altro mi piacerebbe in qualche modo recuperare. Tuttavia, il suo esordio letterario avviene in una fase un po’ più matura, con la pubblicazione del primo romanzo, Addio Asmara, nel 1988. Dal titolo di lancio e dal contenuto si intuisce la presenza di un legame indissolubile con la sua terra, nonché l’intenzione di spingere nella letteratura di lingua italiana una serie di storie dimenticate dalla ex-periferia coloniale. In effetti, quando Erminia arriva in Italia, in un periodo storico in cui di gente ne arrivava ben poca e la maggioranza emigrava altrove, è una voce straniera e fuori dal coro a tutti gli effetti. Nonostante l’inesistenza della barriera linguistica e di comunicazione, parla un italiano privo accenti regionali, non conosce nessun dialetto, proviene da una terra che quasi nessuno conosce e di cui ne ignorano il vincolo: è chiaro che nella cultura popolare italiana è in atto da tempo un processo di rimozione storica.
Grazie alla sua formazione multiculturale, all’influenza dell’ambiente e agli studi che ha portato avanti nel corso del tempo, Erminia Dell’Oro si presenta oggi come una scrittrice estremamente d’avanguardia. Si è avvicinata studi postcoloniali prima ancora della loro istituzionalizzazione accademica, almeno in Italia, si è dedicata ampiamente alla ricerca giornalistica dei passati reportage in Eritrea, ha letto con grande consapevolezza e coscienza le opere di Angelo del Boca, uno dei ricercatori pionieri degli studi postcoloniali italiani.

Ascoltando oggi la sua voce, attraverso le interviste e i suoi interventi, ci si potrebbe quasi piacevolmente stupire dell’estrema apertura mentale e della freschezza dei ragionamenti che spesso a stento si ritrovano nei più giovani. La scrittrice richiama alla solidarietà e alla conoscenza dell’altro, ad un approccio intelligente nei confronti dell’immigrazione che, come lei stessa sottolinea, ha sempre fatto parte della storia umana. Invita ad abbattere il grande muro mentale che è il più delle volte è un ostacolo più ingombrante delle frontiere politiche e geografiche; lancia un messaggio che dovrebbe arrivare ai potenti, a coloro che hanno nelle mani delle decisioni importanti. 

In uno dei suoi più recenti romanzi, Il Mare Davanti (Pickwick, 2017), la scrittrice coglie la presenza di un personaggio non fittizio bensì reale, un uomo eritreo di nome Ziggy che è suo amico nella realtà, per narrare la storia di migliaia di individui in fuga dalle catastrofi umane (la guerra, le ingiustizie, le dittature) e la dura ricerca della libertà, che è il valore fondamentale negli esseri umani.

La Gola del Diavolo (1999)

Mi sono avvicinata alla scrittrice attraverso un libro non recente, La Gola del Diavolo, che per il suo linguaggio semplice e per la linearità della trama si adatta facilmente anche ad un pubblico di giovani lettori. È un testo che oggi potrebbe essere ben inserito nelle antologie scolastiche di classi che stanno diventando sempre più multietniche.

Prevale sempre il taglio realistico nella scrittura di Dell’Oro, che predilige attingere da storie vere piuttosto che dall’immaginazione. In questo caso la protagonista del romanzo è una bambina estremamente sensibile sulla soglia dell’adolescenza, Lù (abbreviativo di Luna), e che ha molto in comune con l’autrice stessa: anche lei è italiana di seconda generazione, in quanto suo nonno Alberto era emigrato da Lecco ad Asmara decenni prima in cerca di fortuna e qui, per una serie di coincidenze, aveva a incontrato una moglie italiana. Il padre di Lù, primogenito dei sei fratelli nati e cresciuti ad Asmara, aveva preso le redini dell’azienda familiare dopo la prematura morte di Alberto causata da un morso di zanzara. Decide di costruire una famiglia quando, di ritorno da un viaggio di affari in Italia, porta con sé una giovane moglie. Anche la storia familiare di Lù è oscurata dalla morte della sorellina Isabella in seguito ad un improvviso malore, ed è una pesante ombra nera che fa parte della loro quotidianità. 

Per tutta la narrazione ho osservato con attenzione questa città, che non fa da sfondo alla narrazione ma ne è anche protagonista, da un lato così italiana e dall’altro altrettanto estranea, centro di uno spazio ibrido dove si incontrano persone da provenienze diverse (culturali, geografiche e sociali).

Coco, un siciliano scuro vendeva le pizzette sulle vie della scuola. […]

Erano i bianchi a considerarsi padroni nel paese dove, da sempre, abitavano i neri.

La gente con la pelle scura lavora come personale di servizio nelle case dei più ricchi europei bianchi, affolla le strade e i coloratissimi mercati africani insieme ad indiani dell’Est e Senegalesi, ma rimane sempre al margine di una società imperialista, obbedendo inconsapevolmente ad un potere lontano, invisibile ma schiacciante.

C’è persino un punto in cui lo spazio urbano di Asmara si chiude con un cancello invisibile, dove i bianchi non mettono piede, e si  estende il numero infinito di poverissime capanne. La terra non asfaltata di questa periferia è calpestata dai piedi nudi e pieni di polvere dei lavoratori della città – Chidan, Bri, Meret, Ascalù e altri-, che nei giorni liberi dal lavoro ripercorrono la via per visitare i parenti rimasti completamente fuori dal rigoglioso Bosco Fiorito, il secondo nome che gli italiani hanno dato ad Asmara. 

I neri stavano fuori dai quartieri ordinati di Bosco Fiorito, nella miseria, in una realtà che i bianchi non volevano vedere, non per il timore di rimanere turbati, ma per una totale mancanza di interesse. Era un altro mondo.

C’è pure qualche italiano, o discendente italiano, che sembra essere più integrato nel tessuto multiculturale eritreo rispetto ad altri. Ad esempio, Lù è affascinata dal padre del suo amico Sakis perché parla la lingua del posto, che a scuola non insegnano, e si fa arrivare tanti libri dall’Italia che i bambini divorano nelle loro ore di svago. Lù condivide con Sakis l’amore per la lettura e una fervida immaginazione che li fa viaggiare in posti fantastici, ma lui sfortunatamente è troppo malato e, mentre si prepara per un viaggio di cure mediche in Svizzera, le appare in un sogno:

Nel sogno Lù correva nella valle, dietro le verdone. C’era anche la voce si Sakis. A Lù non sembrava strano che di lui ci fosse solo la voce. Lù e la voce di Sakis continuavano a correre. Lasciarono la valle, attraversarono molti paesi. Giunsero all’isola verde e le farfalle si posarono sulle mangrovie. Lù fece un salto, come un volo, con l’acchiappafarfalle teso in avanti.

Quando tornò giù non c’era nessuna farfalla nella rete. Ma qualcosa si muoveva, fra le maglie, qualcosa di indefinibile. Lù provo una sensazione di grande angoscia. Aveva catturato la voce di Sakis che, prigioniera, stava spegnandosi.

Lù e i suoi amici non hanno pregiudizi, non vedono la differenza del colore in termini negativi finché un adulto non la indica loro di proposito; sono immersi nel multiculturalismo di Asmara, sentono e assorbono la polifonia di lingue diverse, conoscono le usanze e le tradizioni, vengono richiamati dal fascino della superstizione e della magia che convivono perfettamente con le diverse religioni. Tuttavia, allo stesso tempo i bambini percepiscono e subiscono a loro modo le disuguaglianze, le disparità, le divisioni sociali ed economiche; hanno ereditato dalle precedenti generazioni la nostalgia della madrepatria che non hanno mai conosciuto ma che viene loro costantemente rappresentata sotto varie forme, sentono sulla pelle il contrasto fra centro e periferia, sognano un posto lontano e un ritorno impossibile. Insomma, Asmara in qualche modo sta stretta persino a loro.

In questa ricerca di un altrove che nemmeno loro sanno spiegare, i bambini sono attratti da un posto attorno al quale orbitano storie e leggende, una depressione del territorio al confine della città che tutti chiamano la gola del diavolo, nel punto di separazione fra i due concetti di civiltà e primitivo. Obai, la vecchia donna eritrea che legge il futuro toccando con le dita le conchiglie del mare, ne parla nel modo seguente:

È un pozzo, un pozzo buio, profondo, non si vede cosa c’è giù. Io penso che in fondo ci sono le storie. […] quelle inventate, raccontate dalla gente.

Quando questa piccola carovana di bambini mette insieme un piano per saltare la scuola in un giorno qualsiasi ed andare alla scoperta della misteriosa gola del diavolo, inconsciamente la mia mente ha trovato una curiosa analogia con i giovani protagonisti di IT di Stephen King, benché si tratti di un genere e di una scrittura completamente diversi da quello del romanzo in questione. Eppure li ho trovati sono così vicini, con le loro paure, con i propri traumi, con le responsabilità che gli adulti involontariamente hanno gettato sulle loro fragili spalle, desiderosi e determinati ad affrontare i mostri.

Man mano che si procede nella narrazione, si capisce che il vero protagonista ed eroe della storia è Aptè, il piccolo eritreo storpio che vive di carità e si trascina per le strade della città con l’ausilio di rudimenti di latta che fungono da stampelle. Aptè proviene dalla periferia dei poveri, lì è nato ed è stato abbandonato al proprio destino, ma di Asmara conosce benissimo le strade, i vicoli, le scorciatoie, i segreti e le storie della gente locale e che viene da altrove. Non va a scuola come i suoi coetanei, osserva i bianchi da una certa distanza, non ha giocattoli, ha un cuore grande e Lù lo considera semplicemente un amico.

Dal momento che non si tratta di una storia di fantasia, Aptè deve necessariamente essere la versione fittizia di un bambino reale, una presenza ben delineata nella mente dell’autrice, nei confronti del quale non c’è pena né compassione. Si intuisce dunque l’intento di Erminia Dell’Oro, si coglie qui la dedica che raggiunge Aptè e gli altri bambini con il rispetto e l’amore che meritano.

Approfondimenti

Intervista di Antonio Luchetti a Erminia dell’Oro.

Erminia Dell’Oro e la gentile signora che ha “davvero offeso l’Italia”, di Cristina Di Pietro.

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