L’Italia (post)coloniale- Vittorio Bottego e “Il Giuba Esplorato” – parte 1

Contenuti

Contesto storico e note biografiche
Il libro: Viaggi di scoperta nel cuore dell’Africa. Il Giuba esplorato.


Contesto storico e note biografiche

Esistono cimiteri invisibili, dove i corpi non sono mai stati sepolti poiché inghiottiti dalla sabbia dei deserti, dalla terra e dagli abissi. Eppure le storie dei defunti smarriti a volte ritornano fin su in superficie inaspettatamente, oppure continuano a tramandarsi perché nessuno le ha mai completamente sepolte. Almeno una piccola parte della vita di Vittorio Bottego, esploratore italiano dell’Ottocento in Africa Orientale, continua a raccontarsi attraverso le sue stesse parole, anche se il suo corpo si smarrì in quella terra lontana ormai tanto tempo fa, in un territorio marcato dal crocevia di popolazioni, spargimenti di sangue e interessi economici. Una parte della sua esistenza, ma davvero un piccolissimo frammento, lo voglio riproporre in questo spazio.

Vittorio Bottego nacque a Lazzaro Parmense nel 1860 da una famiglia di benestanti proprietari terrieri e da padre medico. Personalità irrequieta fin da giovanissimo, pare fosse diventato persino noto per aver alzato le mani su uno dei suoi insegnanti, lasciò il liceo senza completare gli studi per rispondere a un bollettino militare del 1887: lo Stato cercava di arruolare ben ventimila italiani per una spedizione in Africa Orientale, all’epoca già parzialmente colonizzata.  I giovani del tempo che si avvicinavano alla carriera militare d’oltremare, benché consapevoli dei numerosi sacrifici e rischi, dovevano certamente essere attratti dalla prospettiva del successo e del guadagno, ma anche dal fascino del viaggio nella misteriosa terra straniera da esplorare. Lo scrive lo stesso Bottego:

L’Africa, paese della libertà, dove l’uomo, posto in circostanze anormali di vita, può misurare le proprie e le altrui facoltà, ed impara a conoscer meglio la natura umana.

I giovani di fine ottocento dalle idee più tendenzialmente nazionaliste dovevano essere spinti a partire anche dalla voglia di rivendicare la propria patria che cominciava ad accumulare pesanti sconfitte in terra straniera. In quel momento gli italiani avevano conquistato una presa ben salda in Eritrea, ma in Etiopia e in Somalia la situazione risultava ben più complessa. Il 1887 era cominciato tragicamente con la strage di Dogali, di cui ancora oggi rimane un monumento commemorativo per la morte di oltre quattrocento italiani. Dall’altra parte per l’Etiopia, nonostante la battaglia fece un numero ancora più cospicuo di vittime di giovani africani, Dogali marcava una delle prime importanti vittorie di resistenza contro gli europei.
Bottego sbarcò a Massaua il 13 novembre 1887 e cominciò intelligentemente ad affiancare gli studiosi europei che erano già arrivati precedentemente sul posto, dandosi da fare nel collezionare carte geografiche e facendo ricerche approfondite sul territorio che avrebbero successivamente portato all’elaborazione della sua proposta di spedizione all’interno della Somalia, risalendo lungo il fiume Giuba che nessuno, prima di quel momento, era mai riuscito ad attraversare.
Da tempo gli europei premevano per entrare nella parte più interna dell’Africa orientale, ma le barriere territoriali e la resistenza organizzata degli autoctoni rendevano la regione del Giuba particolarmente ostile ed impenetrabile. Non trattandosi solo di una “sfida” tutta italiana, nel 1865 fu trucidata un’importante spedizione dell’olandese capitanata dal generale Von Der Decken.
Bottego si immerse fin da subito nella vita della colonia africana con fervente passione, osservando acutamente le popolazioni africane con cui entrò in contatto; studiò approfonditamente la flora e la fauna, cominciando ad inviare del materiale in Italia presso Strobel e Del Prato, ovvero esperti scienziati impiegati nei musei accademici di Parma. Questi ultimi in un secondo momento, precisamente nel 1907, avrebbero lavorato all’allestimento del Museo Eritreo dedicato proprio a Vittorio Bottego, che oggi fa parte del Museo di Storia Naturale.
Ritornando ai tempi della narrazione, il 24 gennaio 1891 Bottego era di nuovo in Italia per la presentazione del suo primo valido progetto, che ben si conciliava con il progetto coloniale dei territori più interni non ancora esplorati, ma che non ricevette l’attenzione sperata. Allora Giacomo Doria consigliò spassionatamente al giovane di aspettare tempi migliori, proponendogli invece l’incursione in Dancalia che effettivamente realizzò e di cui rimane oggi un dettagliato resoconto. Dovette darsi un gran da fare Bottego fra l’Africa e l’Italia, fino a quando i tempi furono davvero maturi e la Reale Società Geografica Italiana, re Umberto I e il generale Grixoni approvarono ufficialmente la spedizione del Giuba e i finanziamenti necessari a compierla.

Bottego si informò prima dell’ennesima partenza in merito alla conservazione del materiale che avrebbe raccolto per il museo; Stillman gli cedette persino ottimi strumenti fotografici che l’avrebbero aiutato. Passò a salutare gli anziani genitori, rassegnati e rimasti ormai soli a San Lazzaro Parmense dal momemto che anche l’altro figlio era da tempo emigrato in America. In Italia Bottego si occupò inoltre della raccolta del materiale necessario, fra cui moschetti, munizioni e molto altro, per assicurarsi una buona scorta di salvataggio. Ripartì finalmente per Massaua, dove ritrovò un generale somalo che godeva della sua ammirazione, Uarsama Matan, e allestì la spedizione di uomini di varie etnie locali. Si recò ad Aden, dove c’era il colonnello inglese Stage, e acquistò conterie da vendere durante il tragitto. Completò la preparazione dell’impresa procurandosi scorte di cibo abbondantemente sufficienti per tenersi ben stretti i suoi uomini ed evitare indesiderati abbandoni. Sotto queste circostanze partì nel settembre del 1892 da Berbera, dove sarebbe ritornato circa un anno dopo con 35 uomini in meno rispetto ai 124 della partenza.

Bottego tornò a petto gonfio in italia, fiducioso di ricevere una lauta ricompensa, sperando che gli assegnassero il governo del Benadir in Somalia, cosa che però non avvenne, e si rese conto sulla sua pelle che la carriera militare era più difficile del previsto.

Dopo aver ricevuto una medaglia, che evidentemente non riconosceva adeguatamente i suoi meriti, tornò in Africa per una seconda spedizione del fiume Giuba e Olmo. L’Inizio fu molto positivo, infatti Bottego e i suoi uomini percorsero il fiume Daua e Burgi, passando per un grande un lago che fu chiamato Margherita in onore alla sovrana (per gli autoctoni conosciuto come Abaya o Pagade). Tuttavia, non alo raggiunsero in tempo le notizie dall’Italia e non seppe delle dimissioni forzate di Francesco Crispi in seguito alle enormi complicazioni dei movimenti internazionali sul fronte coloniale.
Inoltre, l’Italia era ormai entrata ufficialmente in guerra contro Menelik II, governatore del Regno d’Etiopia con quale il paese aveva stipulato un patto di protettorato tempo addietro, nel 1889, e che, pur non riconoscendo il dominio ufficiale italiano, lasciava largo spazio a movimenti imperialistici. Nel gennaio del 1985 le truppe di Oreste Baratieri invasero la regione del Tigrè, formalmente integrata nel Regno d’Etiopia ma di fatto sotto il controllo del ras (governatore) Mangascià, ma agli italiani fu sferzato dai locali ribelli il duro colpo di Amba Alagi. Arimondi inviò 2500 uomini capitanati da Toselli che fu successivamente denudato e mutilato.
Nella madrepatria la rapida successione di eventi disastrosi infiammava sempre più intensamente il dibattito in Parlamento, si discuteva in merito al reale senso della costosissima- sotto tutti i fronti- colonizzazione italiana che non tutti avevano voluto fin dall’inizio e si cominciavano a mettere in ballo le pesanti questioni morali del Paese.

Bottego chiaramente ignorava tutto ciò quando arrivò sul lago Rodolfo e si preparò in modo da poter mandare alcuni uomini sulla costa per consegnare ai governatori l’avorio fino ad allora raccolto. Proseguì con gli altri uomini nella regione dell’Etiopia meridionale, lungo l’affluente del Nilo, Sobat. Con un accampamento a Gidami, nel mezzo del territorio nemico e circondato dagli abissini, il 17 marzo del 1897 fu ammazzato, si persero nel nulla il suo corpo e le storie di quella tragica spedizione.

Il libro: Viaggi di Scoperta nel Cuore dell’Africa. Il Giuba Esplorato.

Di questo libro faccio riferimento all’edizione del 2003 dell’editore Greco&Greco, ignara del tipo di revisione che sia stata fatta sul testo originale, non avendo informazioni accurate a riguardo, Viaggi di scoperta nel cuore dell’Africa. Il Giuba esplorato sotto gli auspici della Società geografica italiana. Con 143 incisioni e 4 grandi carte geografiche, del 1895.

Si tratta delle cronache della prima esplorazione portata a buon fine del fiume Giuba, di cui ho scritto nella sezione precedente. Fin dal principio Bottego non ebbe la pretesa di produrre un libro di storia né di letteratura, non ritenendo di avere alcune doti intellettuali o letterarie, d’altronde non era mai stato un uomo di lettere. L’intenzione era quella di riportare fedelmente i fatti e le osservazioni, una specie di diario di viaggio, con l’aggiunta di pagine “tecniche” che riportavano dati meteorologici e precise indicazioni geografiche.
Eppure il suo occhio perspicace e l’acutezza delle osservazioni, uniti ad una certa sensibilità personale che lo supporta nel trovare le parole adatte e di giusta connotazione, rendono questo libro molto interessante dal punto di vista letterario e, a mio avviso, lo differenziano dagli altri registri di viaggio.
Inoltre, gli anni precedenti dedicati alla ricerca scientifica ed etnologica, la vita nella comunità multietnica dell’Eritrea italiana, dovevano aver contribuito significativamente al percorso formativo di Bottego, rendendolo molto diverso dal giovane che era in origine partito dall’Italia.

Piuttosto prenderei con molta cautela la completa accuratezza di una parte del contenuto ed alcuni passaggio, magari depurati da elementi scomodi, imbarazzanti e discutibili. D’altronde Bottego era perfettamente consapevole che il suo “diario” sarebbe finito nelle mani delle autorità, fungendo da documento ufficiale della spedizione, e certamente era sua intenzione tessere un alto profilo di sé stesso. Vi ho trovato dunque qualche merito in più del dovuto e ho letto fra le righe alcune oculate omissioni.
Tuttavia, in generale penso che il tono della narrazione sia abbastanza super partes; da un lato Bottego non esprime chiaramente la sua posizione sulla questione della colonizzazione, evidentemente aggirando eventuali problemi, ma dall’altra parte ho rilevato un attenuato razzismo, sia pur presente, nelle sue parole rispetto ad una buona parte della letteratura dell’epoca coloniale, indicando un certo ibridismo culturale in atto.
Ci sono appena degli indizi che raccontano di come Bottego trattasse i suoi uomini, con la carota e il bastone: chi disobbediva veniva bastonato e poi allontanato. Ma ho avuto l’impressione che il comportamento di Bottego non fosse legato ad una questione di inferiorità della razza, quanto piuttosto all’autorità che egli aveva nelle sue mani in quanto al ruolo che ricopriva e che sfruttava a vantaggio.

Fin dal primo momento, Bottego fece la giusta mossa di allestire un corpo di uomini estremamente multietnico che lo avrebbe avantaggiato nell’attraversare i territori stranieri più ostili e che avrebbe attenuato la brutalità nei confronti degli invasori europei. Così reclutò ufficialmente 124 uomini, fra cui Arabi Massaua, Assaortini, Sudanesi e Beni-Amer, Danakil, Somali, Galla e Zanzibaresi. Alcuni dovevano essere certamente degli interpreti, esperti e ben abituati a fare da intermediari fra gli europei e i locali, ma Bottego li menziona senza scendere troppo nel dettaglio su come avveniva realmente il processo di comunicazione. Il più delle volte sembra erroneamente che fosse sempre lui a parlare in primissima riga con le comunità locali, ma non mi risulta –né viene riportato- che conoscesse fluentemente l’arabo o altre lingue locali.

Il momento della partenza da Berbera nel settembre 1892, mentre gli uomini della spedizione si preparavano, fu inaugurato da Bottego con un commento nei confronti degli stranieri:

Si salutavano con tenerezza, come non mi accadde mai di vedere fra neri; le donne vennero a baciarmi le mani, contendendo per avvicinarsi a raccomandarmi I lor cari, e con che cuore io ricevevo queste calde raccomandazioni!

Per poi aggiungere in un secondo momento:

Eravamo a pochi metri dall’approdo e già l’impressione degli ultimi addii era svanita ne’ miei uomini, mutabili e spensierati come tutti i neri.

Lungo tutto il tragitto Bottego svolse il ruolo di capitano, di scienziato e di osservatore, non abbattendosi nemmeno nei momenti di difficoltà e quando fu preso da quei malesseri che con frequenza colpivano i soldati come conseguenze del clima ostile, delle piogge e dell’acqua malsana.
Eppure non tralasciò di annotare neppure i mucchietti scavati dagli eterocefali, notò le tombe del cimitero dei somali costruite con il legno, poiché il deserto non c’erano pietre; si fermò a guardare gli antilopi che mangiavano, gli elefanti che bevevano dal fiume producendo “il suono di un fascio di verghe d’acciaio vibrate e tutta velocità”; di tanto in tanto riusciva persino godersi l’estasi di un panorama mozzafiato dell’Africa orientale o di un enorme fiume, argomento di sogni e sospiri. Raccolse numerose specie di vertebrati e di pesci che si preoccupò di metterli accuratamente in barattoli pieni di alcohol precedentemente preparati per poterli poi inviare al museo italiano.

Si apprezzano i passaggi più colorati e animati della narrazione, modulati dalla punteggiatura e dalle espressioni, come quando Bottego si soffermava su particolari della vita quotidiana:

Necessità grande maestra! Ho mostrato sempre inettitudine per l’arte culinaria; ma qui ne invento di tutti i colori. Di frumento , macinato grossolanamente con pietre, mescolato a farina di banani , e certe volte a carne tritata, facevo frittelle o polpette gustose.

Ed ancora:

[..] me la cavo bene, merciaio, sarto, calzolaio, armaiolo.

Il percorso porta numerosi incontri con carovane di commercianti e nomadi che scambiavano acqua e avorio con cibo, tessuti e pietre; le popolazioni dei villaggi devastati da nemici vicini bellicosi; individui in fuga da qualcuno o qualcosa e persino alcune donne, una piccola rappresentanza di una realtà fortemente subalterna.
Ma degli incontri umani, della descrizione dei rapporti, dell’osservazione degli usi e dei costumi mi propongo di scrivere in un altro spazio.

Da Milmil a Imi, attraversando l’Ogaden, da Uebi a Uelman, su per l’alto Ganale Gudda per esplorarne l’alto corso nel villaggio Bululta od Hobru, fino al medio Ganale dove comincia la via del ritorno poiché Bottego fiutò il pericolo, il territorio naturale si chiuse quasi a barriera, e capì intelligentemente che le risorse non avrebbero spinto gli uomini ancora troppo oltre.

Ho provato a tracciare il percorso di Bottego su una mappa, ma non ci sono riuscita perché molti luoghi adesso hanno nomi diversi e perché non ho familiarità con il territorio, pertanto rimando all’articolo del blog Italia Postcoloniale, che riporta informazioni storiche più accurate.

5 thoughts on “L’Italia (post)coloniale- Vittorio Bottego e “Il Giuba Esplorato” – parte 1

  1. Pingback: L’Italia (post)coloniale- Vittorio Bottego e il Giuba Esplorato — Translature | O LADO ESCURO DA LUA

  2. Pingback: L’Italia (post)coloniale- Vittorio Bottego e il Giuba Esplorato – Parte II: le donne | Translature

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s