“Il Fischiatore” di Ondjaki

Arrivò ad ottobre, nello stesso momento in cui arrivarono le piogge lunghe e silenziose del villaggio. I capelli gli pendevano lungo i lati incavati del viso, aveva i vestiti completamente inzuppati e grondanti, gli occhi semi-aperti dinanzi a tale prodigio: era una pioggia che bagnava come tutte le altre, ma aveva il dono di non far rumore mentre cadeva. Ebbe l’impressione di trovarsi avvolto da una fitta nebbia, e si mise a bocca aperta. Assaporò l’acqua, la sua bagnata consistenza, e andò a sedersi sotto il portale della chiesa. Una pioggia così non l’aveva mai vista. […]

Era solito piovere, ma ad ottobre – come si fa a dimenticare le piogge d’ottobre?- veniva giù quella pioggia sconvolgentemente silenziosa. Talmente sottile che era bella da vedere; che se non avesse bagnato, nessuno avrebbe pensato che fosse pioggia; talmente lenta che la si poteva accompagnare con gli occhi mentre cadeva.

Penso che O Assobiador sia il libro più enigmatico e fantastico di Ondjaki presente fra le mie letture. Infatti, mentre la maggior parte dei suoi racconti brevi e romanzi riescono a rimanere fortemente ancorati alla realtà, ai fatti storici e alle questioni sociali, persino quando l’immaginazione del narratore fluttua fra i molteplici spazi metafisici del proprio intelletto, in questo libro quasi nulla sembra essere troppo reale. Nulla, a parte i sentimenti umani che vi si racchiudono.

Un breve romanzo oppure un lungo racconto, fruibile attraverso una scrittura che riesce a bilanciare e mescolare i toni, a variare fra il piano della poesia in prosa e quello del realismo fantastico, con un tocco di buon humour tipico del parlare -o meglio, dello scrivere- diretto e vivace di Ondjaki.

Lo faccio di proposito, conservo  il termine assobiador in luogo del fischiatore, perché mi pare che la parola in lingua originale racchiuda foneticamente meglio quella dolcezza che si ritroverà nel racconto, eliminando il graffio velare del nostro fischio.

La storia si svolge in un calmo e quasi improbabile villaggio popolato da molti asini e pochi individui; tuttavia, questi ultimi non sono così pochi, a giudicare dalla folla che ogni due anni si presenta puntualmente per la tradizionale festa do burro (festa dell’asinello).
Un giorno giunge nel villaggio uno straniero e si presenta agli abitanti semplicemente attraverso la melodia incantatrice del suo assobio (o fischio)  perturbante. Più che di un semplice fischio, si tratta piuttosto di una melodia soffiata nel vento, un’armonia musicale prodotta dall’apparato vocale di questo individuo misterioso di cui si ignora la provenienza e la storia personale. Si sa solamente che riesce a fischiare in un modo meravigliosamente prodigioso, tanto da sembrare il destinatario di un dono divino o magico a cui nessuno, animali compresi, può rimanere impassibile.

Mentre lo straniero-assobiador si avvicina e si dirige verso l’unica chiesa locale, una delle prime tappe della sua visita, il villaggio si dispiega davanti agli occhi del lettore, insieme ai suoi personaggi, che mi sembrano tutti legati da un certo filo conduttore, e gli asinelli, non di inferiore importanza, che camminano in gran numero per le strade senza nome, fieri e tranquilli.

Incontriamo KaLua, il primo che si reca dal parroco per chiedere a chi appartenga l’assobio magico e perturbante giunto da poco nel villaggio, mentre nel borgo si spargono le voci e la gente comincia ad interrogarsi sulla moralità dell’accaduto che ha rotto la quiete: è realmente lecito e permesso fischiare in una chiesa dove il rispetto divino è sacro? Curioso personaggio, KaLua va in giro portandosi insieme almeno un rotolo di carta igienica, poiché ama defecare all’aria aperta quando gli si presenta il bisogno; nel suo nome porta un residuo di Angola (kaluanda è infatti un abitante della capitale), i lettori lo sanno perché Ondjaki ci ha abituati al portoghese angolano, solo che in questo libro di Luanda non c’è apparentemente nulla- e magari solo in apparenza-, benché essa sia ricorrentemente la protagonista principale e imponente della scrittura dell’autore.

Dissoxi, una giovane e bella fanciulla le cui origini sono pure completamente sconosciute, è una figura dai contorni indefiniti, quasi una creatura marina che farebbe pensare ad una sirena sulle rive del lago, unico specchio d’acqua del villaggio. La giovane donna accumula sale in abbondanza e poi lo sparge in giro, colleziona conchiglie, raccoglie tristezza, in tal modo tenta costantemente di ricostruire la presenza del mare lontano la cui mancanza le causa un acuto dolore. Se nella letteratura occidentale Dissoxi si sarebbe con molta probabilità raffigurata nella donna-angelo bianca dai colori chiari, qui ella è scura, con dei lunghi capelli neri e perfettamente angelica. È colei che vede il mondo con la sensibilità e la raffinatezza dell’arte, ed è forse in questa figura evanescente che con molte probabilità si può reincarnare lo stesso autore nello spazio fittizio della narrazione.

Nonostante la maggior parte degli abitanti sia già in età avanzata,  nel villaggio non si celebra nessun funerale da molto tempo, persino la morte pare calma e non ha intenzione di scomodarsi. DonaRebenta, un’anziana molto vecchia dall’età incalcolabile, sembra aggrapparsi con vigore alla vita mentre continua a ricevere ripetutamente l’estrema unzione del parroco. Nel frattempo KoTimbalo, custode del cimitero, è rimasto senza lavoro dopo la sepoltura di sua moglie avvenuta circa tre anni addietro. Per fortuna c’è la compagnia di DonaMamâ ad allietare le sue giornate impregnate da un senso di costante tristezza.

Ogniqualvolta lo straniero comincia a fischiare una qualunque melodia, avviene qualcosa di straordinariamente potente e prodigioso: la magia della musica risveglia i sentimenti  dimenticati, desta gli impulsi più profondi e intimi, smuove una paralisi che era quasi senza speranza, fa sognare persino chi aveva smesso di farlo da troppo tempo. Forse è proprio la magia del fischiatore a richiamare al villaggio d’origine KeMunuMunu, un commesso-viaggiatore inquieto, solitario e nostalgico.

Potrebbe trattarsi di un sogno, di una visione, di un’immagine scaturita da un fecondo momento di sfrenata fantasia, oppure di una specie di allucinazione poetica. In fondo, nella figura letteraria dell’assobiador si racchiudono molteplici significati e piani diversi di interpretazioni: la malinconica solitudine dell’essere, il senso della distanza, il bisogno di un cambiamento, la forza liberatrice della musica e dell’arte in generale. Ed ecco che proprio qui ritorna persino Luanda, che però potrebbe essere anche un qualsiasi altro posto del mondo, a cui va il messaggio di grande speranza, di rivoluzione e “un grido di dolore e amore”. 

Benché può darsi che il mese di ottobre abbia richiamato alla mia mente questo libro, in realtà si tratta di una lettura molto meno recente che non ho “immortalato” prima su queste pagine di blog nonostante le varie bozze. La mia scrittura rimaneva in sospeso, ripetutamente, poiché c’era un problema di fondo: evidentemente cercavo invano di racchiudere all’interno di una frase o di un gruppo di parole la mia possibile interpretazione. Forse perché ogni volta che riprendo il libro in mano e ne rileggo qualche pagina, o anche solo qualche paragrafo, ne traggo qualcosa di diverso e, al contempo, perdo una piccola parte di quello che avevo compreso in passato. Evitando di classificare, delimitare, semplificare, probabilmente è caso di lasciare il testo faccia il suo lavoro in piena libertà, che le parole cambino di significato e che assumano di volta in volta la sfumatura più adeguata. È il caso, evidentemente, che anche la lettura si lasci incantare dalle note della musica lontana che non si sente nell’immediato, ma che le parole tentano di ricostruire.

La pubblicazione de O Assobiador risale al 2002, ma il libro è stato lanciato in Italia nel 2005 con il titolo Il Fischiatore nella traduzione di Vincenzo Barca.

7 thoughts on ““Il Fischiatore” di Ondjaki

    • Mi fa tanto, tanto piacere! Spero che la traduzione abbia mantenuto la magia dell’Assobiador (a meno che tu non l’abbia acquistato in lingua originale). Buona lettura e sono curiosa di sentire il tuo parere ! 🙂

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      • Una lettura particolare, difficile incasellarla in un unico genere letterario. Evanescente, sospesa, a tratti fiaba che diventa sensuale, in buona parte musicale e onirica. Inafferrabile come una melodia che non si riesce a ricordare appieno, come un sogno dal quale ci si sveglia troppo presto. Credo lo rileggerò presto, mi ha lasciato davvero buone sensazioni. Grazie per il tuo consiglio 🙂

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