Letture di fine anno: racconti di Natale di Dino Buzzati

«Scrivete che l’intenzione di voler bene agli altri ci sarebbe,
ma che gli altri ci fanno un po’ paura.»
(Tratto dal libro in questione)

 

Nel posto in cui vivo i primi segni precoci del Natale fanno comparsa a fine ottobre, ma si intensificato durante il mese di Novembre in modo da riuscire a raggiungere l’apice entro Dicembre. È sempre così da quello che vedo, un rito di prassi. Le grafiche delle pubblicità sui mille manifesti si tingono dei colori festivi, le strade si addobbano e si illuminano, i negozi si riforniscono di prodotti e dolciumi; su una buona parte del globo terrestre si estende una rete di comunicazione a tema natalizio che si infiltra in vari ambiti e settori. Si ripropongono puntualmente i simboli e gli stereotipi ben noti, semplici ed accessibili, non facendo mancare neppure la bianca neve, per di più finta, di cui molti posti del Nord, un tempo freddi, ne sono stati privati a causa dei cambiamenti climatici .

Ho notato che, almeno qui, il 25 dicembre tutto si ferma, ed è davvero l’unica festa dell’anno in cui questo avviene: i mezzi di trasporto della città interrompono tutti i servizi, i taxi si dileguano, i locali pubblici rimangono chiusi. Il Natale è indubbiamente una festa più particolare delle altre. Naturalmente ci sono delle eccezioni: c’è chi rimane negli uffici di qualche alto edificio per rispondere alle chiamate dei clienti dal resto del mondo, c’è chi lavora da casa come se fosse un giorno normale, ci sono ad esempio i turchi, i libanesi e gli indiani che fanno la parte degli stacanovisti.

Tuttavia, è un dato di fatto, la maggior parte si ferma per davvero. È come se tutto e tutti avessero un gran bisogno di riprendere fiato e, trattandosi dell’unico giorno disponibile dell’intero anno solare, occorre farlo come si deve. Indipendentemente dai princìpi di di religione o di credo, dalla cultura di provenienza, dalle convenzioni e dalle convinzioni, dalle abitudini o dai costumi, in una buona parte del mondo ci si ritrova ogni anno a dover fare i conti con questa paralisi passeggera, o gioiosa occorrenza (dipende dalle prospettive), che si esaurirà inevitabilmente in un men che non si dica. Dunque è inevitabile parlarne, è quasi impossibile scansare i convenevoli e far finta di nulla. Per forza di cose ci si ritrova a pensare, si rifanno vivi i ricordi dell’anno passato in cui è avvenuta più o meno la stessa cosa; ci si ritrova in compagnia dei propri cari o ci si affonda nella solitudine, è un’occasione per ritrovarsi con la gente o si sente ancora più veementemente la mancanza di chi ha lasciato questa terra.

E come rimanere indifferenti a tanta produzione artistica associata al Natale, dal cinema alla letteratura, dalla scultura alla pittura, mischiando gli elementi del sacro con quelli del profano?

panettoneAnche io, affondata per causa di forza maggiore nelle riflessioni festive,  quest’anno mi sono soffermata su un volumetto intitolato Il Panettone non Bastò, a cura di  Lorenzo Viganò che, dopo un saggio critico ed una biografia dell’autore, raccoglie in ordine cronologico un buon numero di testi che Dino Buzzati dedicò al Natale durante la sua attività di giornalista e letterato. Ho letto che Buzzati non era un entusiasta adepto del Natale, eppure non rimaneva esente da momenti di convivialità familiari e scambi di auguri per l’occasione. Nella raccolta di testi Buzzati utilizza questa ricorrenza annuale come spunto e pretesto per riflettere su alcuni punti fermi e, sebbene soprattutto nei primi testi prevalga un punto di vista medio-alto borghese, cerca sempre di portare l’argomento su un piano universale.

Buzzati ha fatto parte di quella generazioni di scrittori profondamente legati alla letteratura e al giornalismo, che hanno intrecciato indissolubilmente i due generi e lavorato assiduamente in ambo i campi.
Fra le pagine di questi racconti brevi e articoli giornalistici si mischiano realismo ed immaginazione, osservazioni e divagazioni, tanto che a volte i fatti di cronaca diventano i principali fuochi tematici, mentre altre volte Buzzati inserisce delle vere e proprie narrazioni fantastiche intrise di humour e pungente sarcasmo. Per citare un esempio, rientra in quest’ultimo gruppo la storia del bue e dell’asinello che, ritrovandosi dopo tanto tempo a chiacchierare fra loro in Paradiso, decidono di usare un lasciapassare speciale per ritornare sulla terra ben millenovecentocinquantanove anni  dopo l’episodio della grotta di Betlemme e scoprono che gli uomini continuano a festeggiare la nascita di Gesù, pur avendo trasformato la ricorrenza in un affannoso lavoro dedito al consumismo:

«Auguri? E a cosa servono?»

«Niente.Assolutamente zero. Ma chissa come, gli uomini adesso ne hanno una mania».

Buzzati, per quanto si tiri dichiaratamente fuori dalla massa, sembra percepire comunque il peso morale del Natale, l’obbligo sociale ad una ripetizione, e proprio attraverso la scrittura tenta di levargli di dosso alcune insignificanti e ipocrite finzioni. Fa dei giochi delle supposizioni e dei contrari, cercando di capire fino a che punto una festività tanto impiantata nella tradizione popolare possa influenzare la società.

Resta infatti aperto un grande enigma: se in questo giorno gli uomini ci trovano tanta gioia a essere buoni, se si sentono così in pace con se stessi, perché non ci danno dentro, perché non perseverano, perché non si abbandonano definitivamente, dopo averne provate le delizie, alle tentazioni del bene? Invece smettono subito. Basta che dal calendario cada il foglietto del 25 dicembre e che compaia il 26, tutto riprende come prima: gli affanni, le facce dure, gli occhi cattivi, l’avidità, le parolacce, gli scatti d’ira, le maledicenze, gli egoismi, le inquietudini.

Buzzati si impegna ad osservare con grande acume il Natale come fenomeno sociale, com strumento politico ed economico, nel quale confluiscono una serie di regole e di codici comportamentali. In un certo senso lo ridicolizza, lo ribalta, lo umilia, lo riduce ad uno scomodo rito; prova a stilare delle informali liste di buon comportamento, una serie di cose da fare e da non fare, in altre parole, una guida di sopravvivenza.

Ma poi, in fin dei conti, non è proprio vero che il Natale si ripropone allo stesso modo di anno in anno, e Buzzati è consapevole e lo smentisce puntualmente nelle sue osservazioni, perché il tempo passa inesorabilmente insieme alla Storia.

La maledetta sfera dell’orologio corre, non c’è potenza dell’universo che la possa fermare e tra pochi minuti suonerà la mezzanotte.

Attraverso la lettura ripercorriamo le pagine di Storia: l’Italia passa attraverso l’esperienza della Seconda Guerra Mondiale, la crisi,  il boom economico e le varie fasi governative, ma nessuno dei testi può definirsi dichiaratamente politico. Ci si illude che il Natale arrivi puntualmente il 25 dicembre per trovare tutto esattamente come era prima, eppure questo non accadrà.

Una volta lo si aspettava come un dolce intermezzo di gioia e bontà. Oggi è una specie di incubo. Anziché riposo e pace dell’animo, massacro di nervi e portafogli.
[…] E ancora una volta si resta  attoniti di fronte alla maestosa idiozia dell’uomo; il quale è riuscito a trasformare in supplizio una delle cose più belle che era stato capace di inventare.

Dunque il Natale stesso diventa una menzogna, l’illusione del ritorno impossibile che nasconde l’insensatezza e impotenza dell’essere, la contraddizione fra la dimensione spirituale e quella materiale, un fantoccio mercificabile. Ed è proprio nel momento in cui la società obbliga a certi comportamenti che si sprofonda in un misero sconforto e in una amara solitudine.

Il 12 aprile 1939 Buzzati si imbarcò a Napoli diretto ad Addis Abeba per rivestire l’importante incarico di inviato di guerra per il Corriere della Sera nel territorio coloniale dell’Africa Orientale Italiana. È curioso notare come, durante il suo primo Natale africano immortalato nella letteratura, Buzzati si apra ad una prospettiva diversa e l’immaginario della sua familiare città – Milano, tema altrettanto caro allo scrittore- si sgretola oltre i confini della terra straniera:

Anche ad Addis Abeba, è vero, ci si sente questa sera un po’ migliori del solito e più disposti a compatire le miserie del prossimo, certamente il Bambino Gesù compirà questa notte una vasta diversione rispetto al suo vecchio itinerario per fare contenti i bimbi di quaggiù, e dovunque non si sentono che saluti augurali.  Pure è una cosa diversa. Buon Natale, si dice,  ma c’è sottintesa una sottile allusione, vagamente amara. Il pensiero non riesce a riposare nella pace di qui ma fugge, attraverso deserti e mari, verso paesi molto lontani ed amati.

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