Di pandemia e dell’illusione di un futuro che non ci sarà

A proposito di Julian Fuks, scrittore contemporaneo brasiliano di cui ho condiviso qualcosa proprio ieri, ripropongo oggi un suo articolo sulla pandemia e sul pericolo del collasso del sistema temporale. In realtà, non condivido ogni singolo punto dell’autore, avendo trovato alcuni tratti un po’ generalizzati e non avendo empatizzato troppo con certi passaggi. Sono punti di vista. Tuttavia, ho trovato interessante la riflessione sul tempo e sul rischio del collasso di quest’ultimo. D’altronde la pandemia ha portato, anche se non tutti, ad una indubbia paralisi indotta, per altri ha fermato completamente il tempo senza alcun rimedio. Ma prima o poi le cose cominceranno a procedere, come prima o magari più rapidamente ancora di prima, perché le strade vuote, i negozi chiusi e le pause lunghe non sono compatibili con l’attuale sistema sociale, economico e politico. Due mesi dopo, tre mesi dopo, chissà quanto tempo dopo, il tempo è trascorso comunque, senza aspettarci, e tutto sarà come prima, meglio oppure – è il rischio- peggio di prima. Qualcosa dipenderà da noi.

L’articolo originale lo si può trovare qui.

Stiamo vivendo il tempo dei collassi. Le notizie che ci giungono da ogni parte parlano di collassi multipli: di organi interni, di sistemi sanitari, di famiglie, di aziende, della ragione, di cariche presidenziali. E uno fra tutti quelli presenti in questo momento, forse il più discreto benché si manifesti sotto vari aspetti e siano in molti a condividerlo, è il collasso del proprio tempo.

Parlo con amici, parenti e sconosciuti, mi mandano video comici e malinconici: isolato in quarantena, il tempo si è affievolito e stenta a fare il proprio lavoro. Le ore si ripetono, tutte uguali, indifferenti, rivelandosi nella loro completa inutilità, utili soltanto a far spazio alla lista delle nostre tragedie. Alle notizie interminabilmente tristi si aggiungono l’impotenza, la paura, la noia, lo sconforto, così il presente si gonfia fino a offuscare il passato più vicino, mentre copre la vista intera sul futuro.

Questa non è la prima volta in cui il tempo si manifesta nella sua inconsistenza, nella sua soggettività, nella sua inferiorità rispetto alle leggi dell’incertezza. In effetti, sulla relatività del tempo la tanto attaccata scienza si era già preoccupata di offrirci delle formule convincenti. Tuttavia, in situazioni critiche, è ragionevole affermare che tale imprecisione si aggrava, che gli orologi e e i calendari diventano ancora più inutili, arbitrari ed infami.

Il tedesco W. G. Sebald ha dedicato quasi tutto il suo lavoro letterario, nonché una delle più opere influenti della nostra epoca, alla comprensione delle sfumature relative al trauma storico.  Attraverso le parole di Austerlitz, il suo personaggio più emblematico, ci parla del tempo, che “non avanza in modo costante, bensì si muove disegnando piccoli vortici”,  marcando “momenti di stagnazione ed interruzioni” e che “per qualche motivo ha preso questa o quell’altra direzione”. Affetto  dal trauma  fin dall’infanzia, Austerlitz talvolta si illude nella speranza che il tempo non passi, affinché nulla diventi realmente passato e non sia alcuna verità in ciò che la Storia racconta.

Ritrovandoci dunque immersi all’interno di un possibile trauma, in questo caso collettivo e diffuso, non è facile decifrare il significato della paralisi temporale in cui siamo coinvolti. Tuttavia, nel nostro caso non è il passato ad essere rinnegato, anzi, la maggior parte di noi rievocano con una certa nostalgia i mesi, le settimane e i giorni  che hanno preceduto il presente così atipico. Quelli erano i giorni della libertà e dell’innocenza, quando uscivamo in strada, facevamo festa, abbracciavamo gli amici, ignoravamo le misure di contenimento che di lì a poco avrebbero cautelato molte vite. Ora, invece, viviamo l’assenza di questo passato, come se questo avesse preso le distanze ed ormai non ci appartenesse più.

“I morti sono fuori dal tempo, i moribondi ed i malati nei letti delle loro case o degli ospedali, ma la cosa non interessa soltanto loro, poiché un po’ di infelicità personale è sufficiente per privarci completamente del passato e del futuro”, afferma Austerlitz. Noi, nel nostro tempo, ci accorgiamo che basta appena la prossimità del dolore e dell’infelicità, o che questi assumano una dimensione più ampia e sociale, per far collassare l’intero sistema temporale.

Il futuro è quello che incute più timore, o che genera il maggior sconforto. Si sta diffondendo dappertutto il detto che il mondo sia cambiato per sempre e che non saremo più gli stessi. Ma in quest’affermazione, il futuro è limitato, non va oltre i prossimi mesi, il prossimo anno, escludendo la possibilità di anni al plurale o tanto meno decenni a venire. Non riuscendo a vedere l’orizzonte, la paralisi del tempo diventa generale, pandemica. Tanti di noi continuano a cancellare progetti, diventano insensate le cose da fare, le feste da organizzare, inutili persino le lezioni da seguire e futili i libri da scrivere.

Contro l’intera paralisi, fra le tante azioni da compiere che il presente esige, probabilmente non è da sottovalutare la lotta contro il collasso del tempo. O meglio, la lotta contro l’illusione che il tempo non esista più, che il passato abbia smesso di appartenere a noi e che il futuro sia crollato o non non ci sarà. È importante non lasciarci accecare dall’oscurità del presente: l’orizzonte del tempo è vasto e, necessariamente, ci stiamo dirigendo verso quella direzione. Tutti i progetti, le cose da fare e i libri avranno, prima o poi, il loro momento.

D’altronde il tempo, secondo Borges, non è altro che una successione, un’incontenibile catena di eventi. Mentre tutti dormiamo, battiamo le mani o ascoltiamo degli inerti e sciocchi comunicati, il silenzioso fiume del tempo continua a scorrere lungo le strade, per le piazze, per le campagne, nello spazio, continua a scorrere fra gli astri del cielo. È vicino il giorno in cui le brutte notizie si diraderanno e potremo raccontare altre storie. È vicino il giorno in cui ci sveglieremo e ci accorgeremo che il presente è diventato il passato, ed il futuro è proprio lì ad aspettarci.

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