Una dedica per Lucia Sallustio

Nel 2009 ritornavo malvolentieri in un istituto di scuola superiore per completare un tirocinio formativo pre-laurea, ma non sapevo ancora che la vita mi aveva riservato un incontro molto speciale. Lucia Sallustio al tempo era l’insegnante di lingua e letteratura inglese che avrei affiancato per alcune decine di ore, che mi avrebbe svelato il lato bello dell’insegnamento e che mi avrebbe lasciato parlare di letteratura post-coloniale alle sue giovanissime studentesse – poiché, sì, in quella classe erano tutte donne. Successivamente ci perdemmo di vista per alcuni anni, fino a quando non venni a conoscenza di un romanzo di fresca pubblicazione che portava la sua firma, L’Equilibrio Imperfetto. Scovai il suo blog nel web, recuperai il suo indirizzo di posta elettronica e le scrissi, sperando che si ricordasse ancora di me. Erano passati quasi 8 anni dal tirocinio formativo che ci aveva fatto incontrare, ma lei aveva un’ottima memoria. Fu così che ci ritrovammo ma, ahimè, per troppo poco tempo; io vivevo ormai all’estero e le occasioni per ritagliarci del tempo a chiacchierare faccia a faccia furono poche ma preziose e indelebili. Nel dicembre del 2019, poco prima di Natale, avevo un’email pronta da inviare a Lucia, non le scrivevo da un bel po’ né avevo ricevuto sue notizie, ma l’articolo di un giornale locale mi gettò addosso la cruda e nuda notizia della sua morte in seguito ad una dannata malattia. Fui assalita da un senso di sgomento, ebbi un nodo alla gola e un breve momento di smarrimento: pensai soltanto che dovevo inviarle quell’email, che avrei dovuto trovare il modo di comunicare con lei e farle giungere i miei saluti, ma come? Intanto osservavo il suo viso sorridente in una foto e dentro di me si andava formando un altro piccolo solco nella storia dei miei ricordi. Poi cancellai l’email e chiusi il portatile.

Ci ho messo del tempo per scrivere questo piccolo racconto qui di seguito, ma alla fine è venuto fuori tutto d’un getto, forse perché anche io ho avuto bisogno di elaborare a mio modo questo lutto. L’ho voluto ambientare in un momento in cui non ci saremmo comunque potute incontrare, anche se lei fosse stata ancora qui, poiché nell’aprile del 2020 molti paesi erano ancora chiusi nella quarantena per contenere la diffusione del Covid-19, e mi è venuto spontaneo far terminare la piccola composizione con due parole che riprendono il titolo di uno dei suoi racconti, Nell’Abbraccio del Mare. Della Prof. Lucia, così la chiamavo io, conserverò per sempre l’insegnamento della sua inesauribile energia, la voglia di progettare ed imparare, i suoi libri, e naturalmente quella profonda ed indecifrabile sensibilità che ci legava e che si manifestava anche nella passione per le lingue straniere, per la letteratura e per le storie.

***

Disordini temporali

Rigiro la tazzina fra le mani e, nell’attesa, prendo un biscotto al burro e cioccolato dal piattino. Mi accorgo del considerevole ritardo ma, anziché preoccuparmi di contattarti per sincerarmi che tutto sia apposto e che il nostro incontro non sia rimandato, comincio a dubitare di me stessa. Vengo assalita dal dubbio di aver sbagliato completamente il momento ed il luogo, e che forse non sei tu ad essere in ritardo bensì io ad essere confusa. Porto il cellulare fuori dalla tasca, abilito i dati per connettermi alla rete ed apro rapidamente l’applicazione per controllare la cartella della posta elettronica. Ricerco rapidamente il tuo nome, col l’indice leggermente tremante e la mano sinistra sudata. Leggo l’ultimo messaggio che mi hai inviato, lo stesso che ho letto questa mattina e per il quale mi sono organizzata in modo da lasciarmi il pomeriggio completamente libero:
«Ti aspetto al bar accanto al panificio, quello con i tavolini e le sedie bianche. Così potrò parcheggiare la macchina nello spiazzale di fronte».

Il bar è decisamente quello giusto, non ce ne sono altri in questa zona, ma la data del messaggio non fa altro che confermare le mie incongruenti contraddizioni: aprile 2018. Due anni fa. Dunque, sono certa di essere nel posto giusto, d’altronde lo stesso in cui ci siamo incontrate in passato, ma adesso ho la conferma di trovarmi nel tempo sbagliato. Un brivido freddo mi corre lungo la schiena leggermente umida, lo percepisco dalla camicetta leggermente appiccicata sulla pelle. Siamo in aprile ma qui fa caldo e sembra di essere già in piena estate.

Evidentemente ho fatto un illogico ed imbarazzante errore di interpretazione temporale, devo aver sovrapposto accidentalmente il passato con il presente dimenticando qualche frammento del mezzo; ho ripreso un episodio già avvenuto e l’ho fatto avvenire nuovamente nella sua totale impossibilità. Mi alzo senza curarmi dei biscotti rimasti nel piattino, pago il conto alla cassa e vado via.
Prendo a camminare lungo il marciapiede stretto ed irregolare che fiancheggia questa strada ancora avvolta dalla quiete della siesta pomeridiana. Ad un certo punto faccio un balzo per evitare di inciampare in un fosso. Ed ecco che nella mia mente cominciano a scorrere, una dopo l’altra ed in rapida successione, le immagini che la mia memoria ha conservato di te. È una cosa che mi succede sempre, fin da bambina, e non so spiegare il perché. Quando qualcuno a me caro scompare, cominciano a scorrere in folle rapidità le immagini ed i ricordi che ho di questa persona. Devo distrarmi, fare qualcosa, compiere un gesto anche banale che distolga la mia attenzione, altrimenti rischio di impazzire e di rimanermene così per ore, forse per giorni, a guardare il rapido svolgersi di un film montato alla rinfusa. Mi arriva perfino un profumo, un gesto e poi un suono, una risata e poi una parola. Una parola sussurrata che mi fa leggermente strizzare gli occhi, perché è così vicino da agitare i miei capelli vicino all’orecchio e farmi percepire un formicolio.

L’ultima volta mi avevi raccomandato di non lasciarti. Mi è rimasto in mente, perché avresti potuto semplicemente utilizzare un’espressione più comune e convenzionale, qualcosa come “fatti sentire!” o “teniamoci in contatto!”; invece mi dicesti proprio così: «Ti raccomando, adesso non lasciarmi». Tuttavia, sei stata tu ad andartene via e so perfettamente che non è stata una tua voluta scelta. Devi averci creduto fino all’ultimo istante, sapevi che avresti dovuto resistere per portare a termine i tuoi mille progetti, alcuni imminenti ed altri a lungo termine, per prenderti cura dei tuoi figli e dei tuoi studenti; devi esserti aggrappata fino a farti male alle dita, sporcandoti le unghie, sentendo un dolore alle braccia e nel petto.

Sei stata tu a lasciarci, a lasciarmi, ma lo hai fatto silenziosamente uscendo dalla porta di dietro e in punta di piedi, non hai voluto disturbare ed io non mi sono accorta di nulla. Hai forse lasciato di proposito che io perdessi la cognizione del tempo, troppo impegnata com’ero a gestire gli imprevisti della mia vita? Ed intanto non mi rendevo conto che il tempo corrodeva e correva anche per altri, e per alcuni addirittura giungeva ad esaurimento.

Mi accorgo di aver percorso un paio di chilometri di strada e di essere arrivata fin giù al mare, perché nella nostra città basta così poco per ritrovarsi a camminare vicino questo specchio opaco di acqua salata tinto dal blu e dal grigio, costantemente cangianti e mescolati a seconda del colore cielo, delle nuvole e dell’umore dei pesci, increspati dalla spuma biancastra.

Visto che ormai sono arrivata fin qui, decido di sedermi sulla scalinata, chiudo gli occhi e finalmente rimetto apposto quel frammento di tempo che oggi ho perduto e che deve avermi mandato nella confusione più totale.

Mantengo chiusi gli occhi. Eccoci, di nuovo noi, sedute al tavolo ampio del tuo salotto, davanti a due tazzine di porcellana, ma adesso almeno ho la piena coscienza che si tratta della ricostruzione di un ricordo avvenuto parecchio tempo prima e che si sta semplicemente ripetendo nella mia mente. L’unica nota anacronistica è che stai leggendo il breve racconto che io un giorno ti avrei dedicato, ma che ora – o meglio, nell’istante in cui si sta svolgendo il mio ricordo- non è ancora stato né scritto né pensato. Sollevi la testa, ti togli gli occhiali, mi guardi e sorridi con la bocca chiusa ma lo sguardo aperto e materno. Non dici nulla, muovi il petto in un sospiro e dalla tua bocca esce appena un suono di approvazione, o forse si tratta di una conferma. È il primo e l’unico mio racconto che leggi, di solito ero io che leggevo le tue storie e le interpretavo a modo mio. Eri tu che mi davi consigli ed io che condividevo i miei pensieri. Te lo ricordi quel libricino che avevo tradotto quasi per svago e che mi avevi consigliato di inviare ad un editore? È rimasto lì nel cassetto, ad impolverarsi di buoni propositi e programmi futuri non realizzati.

Faccio appena in tempo a notare che i tuoi occhi sono lucidi quando i miei si spalancano completamente, scacciando via il ricordo e riportandomi repentinamente alla realtà, al mio oggi, al presente che sto vivendo e che per te non ha più importanza. Mi tolgo gli occhiali da sole, raccolgo col un dito la tua lacrima che scende dal mio occhio, la faccio cadere senza neppure guardarla, e mi lascio avvolgere dall’abbraccio del mare.

Lucia Sallustio sul web:

Su WordPress, Su Dols.

Altri miei articoli:

Menzioni sul mio blog

Dal VecchioCircolo16 

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