“La Linea del Colore” di Igiaba Scego

 

“Hai mai visto il mare, Lafanu?”
“No, signora Manson. Abbiamo il mare a Selenius?”
“Sì, lo abbiamo”.
“Ma la città non odora di mare”.
“La città lo nasconde”
“E perché?” chiese perplessa Lafanu.
“Perché se ne vergogna. Da lì viene il marcio. Un tempo era lì  che venivano fatti sbarcare gli schiavi”.
“Non ho mai visto il mare”.
“È azzurro, ti piacerà. Ma a volte è anche verde, o blu”. 

igiba

Ho quasi cominciato il mio anno di letture proprio con questo romanzo: La Linea del Colore di Igiaba Scego (Bompiani, 2020). Da allora mi sono ritrovata più volte a consigliarlo ad altri lettori – anche se, a dire il vero, non so se abbiano accolto o meno il suggerimento-, perché credo che l’autrice abbia fatto un ottimo lavoro: equilibrato, variegato, riuscendo a inglobare vari temi complessi in una trama scorrevole e relativamente semplice, grazie alla prevalente componente romanzata che smorza i toni formali del romano storico, senza però scendere mai nel banale. Ho apprezzato il grande lavoro di ricerca alla base della scrittura, peraltro evidente, nonché l’energia dell’universo femminile attorno al quale ruotano i fatti presentati in sequenze non necessariamente temporali. Tre figure centrali di donne lontane fra loro dal punto di vista temporale e geografico, ma unite da una linea storica e accomunate dal problema di vivere un mondo non fatto su misura per loro: Lafanu, Leila e Binti, in ordine di apparizione ma anche di rilevanza, quest’ultima data dal peso della narrazione. Tre ritratti di donne protagoniste, ma affiancate anche altri personaggi femminili secondari, che insieme si aiutano a vicenda, volontariamente o inavvertitamente, stringendosi in un’umana solidarietà e comprensione.

Ancora una volta, tre personaggi femminili le cui storie collegano tre continenti -Africa, America e Europa-, talvolta come se non ci fosse l’oceano ed i mari a separarli e, altre volte, facendo i conti con delle barriere impervie e delle frontiere invalicabili. Le loro vite collegano anche tre grandi blocchi storici: colonialismo, post-colonialismo e neo-colonialismo, insieme ai flussi migratori e alle delocalizzazioni di culture che li hanno accompagnati. 

La protagonista principale è Lafanu Brown, la donna del passato ottocentesco, di cui seguiamo quasi l’intera esistenza. Sfugge più volte ad un destino che la vita sembra averle fatalmente imposto nel momento della nascita, non solo cogliendo una serie di occasioni, ma anche mossa da una forza di volontà e determinazione che la definiscono una fervente femminista ante litteram, impegnata certamente nella libertà e nell’indipendenza personale ma che si proietta sulla condizione di un’intera classe sociale. Lo dimostrano ampiamente le sue scelte ed i suoi comportamenti non convenzionali, le sue prese di posizione inaspettate e le strade più impervie che decide di percorrere, il modo in cui forgia il suo destino con le proprie mani. Nata al margine della comunità indio-americana dei Chippewa, da un padre di haitiano da cui eredita la pelle scurissima, si spiana fin da subito la via verso la fuga senza troppi rimorsi o attaccamenti morali; in fondo per lei il villaggio nativo non riserva sorprese. Viene “acquistata” e presa sotto l’ala protettrice di Betsbea McKenzie, un’americana bianca e benestante dallo spirito umanitario con pacati cenni rivoluzionari, la quale cura la sua educazione ed intuisce fin da subito la vena artistica della giovane che, se coltivata e potenziata adeguatamente, potrà divenire il suo strumento di riscatto. Lafanu, ancora giovanissima, subisce una violenza indelebile in un angolo remoto dell’America aspramente segregazionista e razzista; tuttavia, anziché sprofondare nello sconforto e nella rassegnazione di un’inferiorità sancita da regole sociali, coglie l’opportunità e l’aiuto della sua benefattrice per intraprendere una specie di Grand Tour d’oltreoceano, arrivando a Roma per studiare e consegnare la sua vita integralmente all’arte come una forma di esternazione del proprio dolore e di profonda resistenza. La Roma di Lafanu è quella dell’Italia appena post-unitaria, fatta di una popolazione che fatica a costruire la propria identità sotto la stessa bandiera nazionale, cercando di cucire insieme territori che fino a poco tempo prima erano stati entità socio-politiche a sé stanti, con la parte inferiore dello stivale immerso nelle acque del “problema del mezzogiorno”. Nonostante tutte le varie problematiche, l’Italia comincia a muovere i primi passi nelle terre orientali africane d’oltremare per non rimanere indietro rispetto agli altri stati nazionali europei post-moderni.
Infatti, nel 1887 Lafanu è ormai da tempo residente nella capitale, in cui gestisce persino un rinomato atelier da pittrice e ritrattista, quando giunge la tragica notizia che a Dogali, in Etiopia, l’esercito  italiano ha subito una dura sconfitta riportando ben cinquecento vittime. La piazza romana è in tumulto ed è proprio qui, e da quest’immagine così pittoresca da richiamare un dipinto, che ha inizio il romanzo, prima che comincino ad aprirsi sipari scorrevoli su cui scivolano le azioni del romanzo, attraverso flashback e salti temporali di oltre un secolo. 

Lafanu non ha nulla a che vedere con quella lontana guerra coloniale né con l’Etiopia, per giunta in Africa non ha mai messo piede; ma è nera, e il mero colore basta affinché la gente si scagli contro di lei, perché nella sua fisionomia – e soltanto in questa superficiale apparenza- vede il pericolosissimo nemico straniero, direttamente responsabile del sangue versato di centinaia di giovani connazionali innocenti. 

Poi appare Leila, la donna del presente, italiana di nascita e di cultura, figlia di emigrati somali. È una curatrice d’arte e si appassiona alla storia di Lafanu fino ad inseguirla in uno spazio metafisico, come se fosse una sua sorella perduta accidentalmente troppi anni addietro, con la quale sente di essere emotivamente ed affettivamente legata. La va persino a cercare negli archivi delle biblioteche, sui siti internet e fra i documenti ingialliti, ripercorrendo i suoi passi e mettendo insieme i pezzi di un enorme puzzle. In realtà bisogna fare un passo indietro al momento in cui la vita di Leila viene scossa e sconvolta, precisamente tornando all’incontro con l’opera scultorea della fontana dei quattro mori di Marino, vicino Roma, attorno alla quale ancora oggi si svolge annualmente la sagra dell’uva e da cui, proprio per l’occasione, sgorga vino al posto dell’acqua.

marinoGli occhi delle persone vedono e percepiscono i colori in maniera  diversa con  tonalità varianti, persino quando si tratta di un tufo  scolpito raffigurante quattro schiavi mori che sanciscono la sconfitta dei turchi in seguito alla battaglia di Lepanto. Leila è l’unica, almeno in quel contesto, a vedere il colore della sofferenza nei lineamenti dei mori che tanto richiamano i suoi; la celebrazione della vittoria di un popolo diventa così l’esposizione artistica del dolore di un altro popolo. Si è sentito parlare recentemente di iconoclastia, nell’ambito del movimento Black Lives Matter, e di quanto queste imponenti statue che popolano le strade e le piazze delle città del mondo parlino sempre più di un linguaggio, o almeno due, quello di chi domina e quello di chi viene sottomesso.

Era una fontana grigiastra di tufo, che gli abitanti di Marino avevano riempito di uva all’inverosimile. L’uva decorava anche i volti delle quattro statue incatenate alla fontana, che avevano  le mani e le braccia  legate dietro la schiena. Erano prigionieri.
Forse facevano parte del bottino di guerra che il ragazzo dal costume candido, o meglio il personaggio storico che interpretava, si era portato dalla battaglia vinta. Guardai meglio i loro volti. Erano pieni di sofferenza. E fu allora che tremai più forte. I quattro prigionieri, due uomini e due donne a seno nudo, mi assomigliavano. Avevano la pelle nera come la mia, i capelli ricci come i miei. Anzi, le due donne avevano i capelli intrecciati esattamente come io li portavo in quel momento. Condividevamo un codice che era nascosto tra le nostre trecce. I quattro prigionieri guardavano un punto impreciso all’orizzonte. Avevano lo stesso sguardo nostalgico di mia madre quando pensava alla sua vita in Somalia. Ma c’era dell’altro oltre alla nostalgia. Nei loro occhi vedevo anche la paura.

Scorrendo le pagine del romanzo, in terza posizione c’è una storia che occupa decisamente meno spazio delle altre, ma che apre un capitolo enorme di letteratura e di storia contemporanea, ovvero quella di Binti. Cugina di Leila, anche lei giovane donna del presente, che fugge dalla Somalia contemporanea per intraprendere un viaggio verso l’immaginata ed agognata Europa, sogno di libertà, dove però il biglietto da pagare per oltrepassare la terra di mezzo è un riscatto di vita o di morte, che fa scalo in una prigione fatta di violenza, corruzione e denigrazione.

Ci siamo tutti dentro questo romanzo, con tutte le nostre diverse tonalità di pelle, afro-discendenti e caucasici, cittadini di ex-colonie e di decaduti imperi coloniali, emigrati e migranti, donne e uomini. Ci sono le esperienze di alterità, ma anche gli occhi di chi si rifiuta di vedere le mille variazioni di colore della realtà celate sotto blocchi di pietra culturali. 

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Sarah Parker Remond

 

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Edmonia Lewis.

Ho percepito il nerbo narrativo della scrittrice, come se dicesse chiaramente di aver davvero bisogno di scrivere e raccontare questa storia che è un po’ la sua, ma anche la mia. Compaiono personaggi reali dietro quelli creati dall’autrice, come le due donne che ispirano e si fondono nel sofisticato personaggio di Lafanu Brown: l’ostetrica abolizionista Sarah Parker Remond (1826-1894) e la scultrice Edmonia Lewis (1844-1907), entrambe afro-americane vissute per un periodo di fine Ottocento in un’Italia così tanto bianca da quasi dimenticarsi della loro esistenza.  

La linea del colore è proprio qualcosa che separa ed unisce, che compare e scompare, è l’arte di Lafanu, la ricerca di Leila e il sogno di Binti. Il colore è un nesso storico, un modo di vedere e un’interpretazione, ma anche un elemento totalizzante e un limite che talvolta può comportarsi come una frontiera serrata. La linea del colore è anche quella caratteristica della scrittura e dello scrittore, in grado di stendere precise pennellate per far emergere i ritratti di quella gente che si perde nelle folle, di far parlare gli individui nascosti dietro i primi piani.

 

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