L’Italia (post)coloniale- Vittorio Bottego e il Giuba Esplorato – Parte II: le donne

Da un vecchio articolo scritto e non pubblicato, continuazione del Giuba Esplorato.

Dopo aver preso appunti, ho provato a rileggere almeno alcune pagine di Bottego in un modo diverso, adottando un atteggiamento investigativo ed eliminando la patina politica accuratamente sovrapposta alla scrittura, andando contro il fine ultimo del libro. Insomma, ho fatto un tipo di rilettura che l’autore non avrebbe probabilmente gradito, tentando di leggere fra le righe e cogliendo i dettagli, cercando di trovare spiegazioni, anche con l’ausilio di altre fonti.  Mi interessava cogliere lo spirito di un esploratore di fine Ottocento, giovane e proveniente da un chiuso contesto regionale italiano, capirne l’impatto e il rapporto con l’essere umano diverso da sé stesso. 

Ho provato a togliere alcuni filtri e osservare i fatti intrecciati nel racconto cronistico, pur peccando di non possedere certe conoscenze necessarie.  Attraverso le osservazioni di un giovane generale coloniale, Vittorio Bottego, è possibile estrapolare alcuni canoni di estetica sociale, determinati tratti culturali, dei modi di pensare e costumi; è possibile cogliere la distanza dell’alterità e il punto di congiunzione.

La colonizzazione, in generale ed inclusa quella italiana, è passata per buona parte attraverso la percezione della presenza fisica e culturale dell’altro fino a renderne necessaria la sua eliminazione: attraverso la conquista della terra straniera, lo sfruttamento delle risorse, l’organizzazione del territorio e la costruzione di un determinato linguaggio egemonico. Di questo altro, così vasto ed eterogeneo, ho voluto prenderne una parte, ovvero l’alterità femminile, complessa sotto tanti aspetti, specie per la sua assordante assenza. Questo perché, almeno in una prima fase e salvo alcune eccezioni, non esistono quasi mai le prospettive di donne europee; d’altronde, anche nel momento e nei casi in cui la presenza della donna bianca nelle colonie sarà importante, il loro punto di vista risulterà poco documentato. Nel frattempo, sul corpo della donna autoctona si riversano importanti influenze e cambiamenti.

Non impassibili davanti alle donne delle colonie, i colonizzatori le scrutano, le contemplano con disgusto o attrazione, riversando su di loro i propri pregiudizi, i loro schemi mentali ed estetici, applicando parametri patriarcali e cattolici, mantenendo superiorità e distanza. Sembra quasi più facile farlo con le donne rispetto agli uomini, con i quali collaborano e si scontrano fin da subito. Naturalmente non ci si aspetta alcuna confessione di abuso, né di desidero o perversione, perché i coloni mantengono un alto profilo e un buonismo seppur apparente.

Tuttavia, ad un certo punto questo atteggiamento non solo li denuda, facendo cadere quell’aurea di eroi, ma mette anche in evidenzia il loro lato carnale, umano, nonché l’aspetto culturale più gretto. Pregiudizi e preconcetti condiscono la narrazione del racconto coloniale e della scoperta di Bottego, ma soprattutto una grande ignoranza, nonché la mancata lettura e comprensione della storia e delle strutture sociali.

In generale, sulle donne si riversano cliché sull’Africa e sugli africani, ma anche i principi che agiscono sul processo di legittimazione dell’invasione e sulla formazione della coscienza culturale, ben impegnata a giustificare la missione civilizzatrice dell’uomo bianco e occidentale.

Ad esempio, Carlo Piaggia racconta della sua disposizione nel scoprire il suo bianco petto per “soddisfare” la curiosità delle donne del villaggio di Tombo e, a proposito di una di loro, scrive: “Essa infatti, aveva ambizione d’appartenermi” (Carlo Piaggia, Dall’arrivo fra i Niam-Niam e del soggiorno sul lago Tzana in Abissinia, pp. 12-14).

Lo storico Roberto Battaglia dedica parecchie pagine alla figura femminile coloniale, spiegando che: “se ad un certo punto la maggior copia di osservazioni è sulle donne, è perché esse sono effettivamente ancora al centro della società primitiva, vi hanno un rilievo assai maggiore che nella nostra società civile [,,,]”. Inoltre, poco dopo, aggiunge una considerazione in merito all’apertura sessuale e alla disinibizione nei riguardi dell’incesto, apparentemente praticato per abitudine nelle comunità africane. È evidente che egli faccia delle enormi generalizzazioni, ma ne vien fuori anche un preponderante interesse per la sfera femminile. Nonostante possa essere persino un segno di invertita civiltà progressista, metto in dubbio il ruolo centrale delle donne nelle comunità autoctone dell’Africa orientale, ma qui servirebbero altre fonti. Sta di fatto che sembrano essere poche le tribù in cui le donne portano le redini della gestione sociale.

Di preti missionari che smettevano l’abito talare ce n’erano in abbondanza, fra le storie più conosciute c’è quella di Padre Giovanni Giacinto Sella, che visse apertamente con un’indigena prima di abbandonare la carriera ecclesiastica. 

Renato Bertacchini, in una sua antologia di testi coloniali, riporta il senso della sensualità primitiva che già esisteva nella cultura popolare fin dal Medioevo: “Ecco cosa scrisse il missionario Guglielmo Massaja cardinale missionario a proposito dei Galla: Io avevo a che fare con un popolo, che viveva nel puro stato di natura, il quale non solo ignorava che cosa fosse scienza, ma neppure era da sapersi che potesse applicare la mente a concetti che non fossero sensuali.”

Dunque, non sono quasi mai i colonizzatori ad avvicinarsi alle donne, anche sotto il profilo sessuale, bensì sono sempre queste che mostrano una curiosità e un’attrazione falsamente unilaterale, facendo sfoggio di comportamenti disinibiti e liberi che si discostano dal concetto occidentale accettabile di civiltà.

Chi sono dunque le donne dell’Africa Orientale che Bottego incontra durante il suo viaggio?
Sono le donne del deserto, alcune nomadi e altre sedentarie, accompagnate da qualche membro della propria cerchia o del tutto solitarie,  pericolosamente esposte ai gruppi armati di invasori (rigorosamente uomini) stranieri nonché locali, che rischiano facilmente il coinvolgimento in sanguinosi conflitti. Non sono mai armate e non sembrano esserci ancora delle donne guerriere lungo il cammino, almeno per il momento, anche se fra le popolazioni autoctone la presenza femminile fu sempre significativa e rilevante. 

Ci sono le donne dei villaggi, che si avvicinano non poco intimorite al gruppo misto dei soldati all’ordine di Bottego, ad esempio quelle che chiedono la restituzione di una ventina di capre per conto del loro capo e non hanno di che vivere.

Bottego riserva soltanto una brevissima menzione a Cadigia, la donna somala che causò aspro attrito di tipo passionale fra lui e il generale Grixoni, benché godette della sua compagnia per lungo tempo. In questo suo libro gli basta sottolineare appena la propria generosità nei suoi confronti, ancora una volta lasciando un timbro auto-celebrativo, facendo seguire un commento alquanto discutibile: “Una giovane somala, Cadigia, chiede ospitalità e protezione in cambio di accompagnamento. Qui le donne sono belle, si concedono agli italiani assetati delle belle bianche”.

Ci sono le donne sentinelle, che sono le prime a lanciare prontamente l’allarme quando la spedizione di Bottego raggiunge gli Arsi Sidama. Due donne avanzano accompagnate da soldati, delle specie di sacerdotesse, una con le spalle coperte da pelle di leopardo, e Bottego si rivolge nei loro confronti come segue: “Sono un frengi (servo) di un paese lontano, grandissimo e potente, posto al di là di due mari, chiamato Italia, popolato da tribù di uomini bianchi”. Le donne non si lasciano corrompere, non accettano i regali e Bottego si trova costretto ad affrontare in prima istanza il môti (capo). Questo è anche uno dei passaggi che sottolinea il ruolo subordinato delle donne che, pur concesso che goda di maggiore emancipazione rispetto al patriarcato italiano del tempo, non occupano alcun vertice delle strutture tribali locali.

Presso Adem Keher alcuni somali, reclutati da Bottego e membri della spedizione, chiedono di andare a bere latte in città e ritornano non molto tempo dopo con delle giovani donne “belle e spaventate”. In quest’occasione, Bottego sottolinea che le donne siano state “portate con la forza”, quasi strappate come un bottino, tuttavia non ci è dato sapere il seguito del trattamento loro riservato. 

Le donne della narrazione di Bottego nel Giuba Esplorato fanno brevi comparse e scompaiono nel nulla, si nascondono fra la fitta vegetazione, non hanno voce, eppure partecipano silenziosamente nella conquista e nella resistenza. Tuttavia, se avessero potuto scrivere un diario di bordo simile a quello usato dallo stesso Bottego per riportare accuratamente le osservazioni, avremmo letto storie ben diverse. 

 

 

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