L’Italia (post)coloniale- Ester Panetta (Parte I)

Nonostante non siano rimaste molte informazioni biografiche sul suo conto, Ester Panetta ha lasciato un’ampia bibliografia, interessante da sfogliare. Allego qui le poche note e la bibliografia stilata dalla sua collega, Virginia Vacca, anche lei arabista e islamista italiana, la quale dà testimonianza di una vita lunga, dedita allo studio e casualmente premiata da una morte dignitosa e senza troppe sofferenze. 

Sembra che i lutti familiari prematuri e la conseguente mancanza di forti legami, ad eccezione di quello con la sorella, abbiano spianato la carriera di Ester, liberandola da un ruolo stabile di moglie e madre che, soprattutto per una donna nata nella Calabria del 1894, le avrebbero imposto delle convenzionali chiusure e limitazioni.
Mentre sua sorella si dedica completamente alla vita monacale, Ester prende una strada parecchio intraprendente e ambiziosa per i suoi tempi: sceglie di studiare arabo ed islamologia presso l’Istituto Orientale di Napoli, si diploma in francese a Parigi e, dopo la laurea, si trasferisce nella Libia coloniale italiana per insegnare arabo al ginnasio di Bengasi. 

Sono fondamentali i lunghi tredici anni di vita di Ester nell’ambiente militare della Libia, sia per una questione di trasformazione personale attraverso l’esperienza diretta del viaggio e dell’espatrio, sia per l’occasione di lavoro e ricerca che sfrutta e si impegnerà a portare avanti per il resto della sua vita.
Oltre alla conoscenza della lingua araba che abbattono delle importanti barriere culturali, Ester ha una qualità naturale che rende la sua esperienza libica profondamente diversa da quella del militari e degli ufficiali italiani al servizio dello Stato: è una donna, e questo le permette di accedere nell’intimità dei nuclei familiari, di vivere a stretto contatto con le donne libiche, detentrici di tradizioni, valori, simboli e dei “racconti meravigliosi” da cui gli uomini si tengono lontani per un sentimento di disprezzo. 

L’intera produzione letteraria di Ester girerà attorno i seguenti temi fondamentali: la lingua (che è anche il suo punto di partenza), la storia della letteratura dellee popolazioni libiche e gli studi etnografici. Sono riuscita ad avere accesso alle seguenti opere di Ester Panetta, qui di seguito in ordine di pubblicazione:

  • Pratiche e Credenze Popolari Libiche, Istituto per l’Oriente, Roma, 1940. 
  • Forme e Soggetti della Letteratura Popolare Libica, Collezione Scientifica e Documentaria dell’Ufficio Studi del Ministero dell’Africa Italiana, vol. XI, Roma, 1943.
  • I Pigmei e i Pigmoidi africani, Etnologia — Poesia e Canti, Guanda, Roma, 1959.
  • La donna nel Folklore della Libia, Fondazione Leone Caetanei, 1977. 

Persino in queste poche opere, la maturazione di Ester è evidente, lo spiegherò qui di seguito, non solo per il livello di conoscenza, ma anche per il cambiamento di prospettiva e la notevole apertura mentale. In questo caso, la sua innata curiosità risulta essere l’ingrediente chiave del successo, la disposizione ad abbandonare preconcetti ed accogliere l‘altro

Credo che prima vada fatta una considerazione a grandi linee sullo studio della lingua araba in Italia nella prima metà del Novecento, perché doveva necessariamente discostarsi da quella contemporanea. Si pensi semplicemente al ridotto sistema di comunicazione, al minore multiculturalismo, al imitato accesso di risorse e fonti, inclusi dizionari e lessici, nonché alle vecchie teorie di traduzione. Rispetto ad altre lingue, lo studio della lingua araba doveva essere ancora più faticoso e  complesso. Pertanto, Ester dovette arrivare in Libia con una conoscenza di base che certamente le permetteva di comunicare con le popolazioni locali di lingua araba, ma che aveva bisogno di sbloccare alcuni passaggi impervi. Inoltre, molte delle variazioni regionali, se non la maggior parte di esse, dovevano esserle completamente sconosciute e avrebbero avuto bisogno di approfondimenti. Di conseguenza è molto probabile che le prime traduzioni che Ester fa dei racconti delle comunità islamiche in Libia trascinino alcuni errori ed imprecisioni.

Inoltre, Ester deve aver avuto bisogno di un tempo di elaborazione, perché per capire (e tradurre) una lingua non basta la conoscenza linguistica, ma è necessaria la comprensione culturale.

Ester arriva in Libia con un’educazione occidentale-italiana, che la lega a certi preconcetti e discorsi, tanto che inizialmente non risparmia delle affermazioni secche quali: 

Gli Arabi della Libia hanno scarsa facoltà inventiva e nei loro racconti ripetono sempre i soliti soggetti. Hanno un’immaginazione primitiva, esaltata, fatta d’incoerenze, di paradossi, di impossibilità. Mancano di fantasia descrittiva. […] Ad esempio, non descrivono la bellezza, al massimo dicono bella come la luna.

[…] I personaggi umani sono re , ministri, cavalieri, ma la facoltà descrittiva è inesistente (nota: Ester ripete spesso il concetto di mancanza). Si cade nel banale realismo.

Inoltre, quando scrive che “in Libia si racconta per passare il tempo, senza proporsi uno scopo speciale”, Ester ha in mente la storia della narrazione italiana, magari con qualche riferimento a quella straniera, ma evidentemente non fa un lavoro di comparazione letteraria.

Un’altra cosa che dimostra la perspicace attenzione di Ester è ciò che lei descrive come una “(sconcertante) mancanza totale del senso storico” da cui è colpita al suo arrivo in Libia, che non potrebbe piegare in altre parole a causa della sua incompetenza, giustificata per una questione temporale, di teoria e metodo post-coloniali. Inoltre, una delle prime difficoltà che incontra nelle vesti di ricercatrice e studiosa è quella della reperibilità e raccolta dei testi. Abituata com’era alle immense biblioteche accademiche, si ritrova a piedi nudi nella Storia, in una terra colonizzata e crocevia di varie culture, ad interrogare persino i beduini del deserto che non sempre le daranno delle risposte soddisfacenti.

Tuttavia, nell’introduzione all’ultimo testo riportato qui sopra, Ester si ritrova a fare considerazioni alla luce del bagaglio di conoscenza accumulato ed elaborato nel tempo, riconoscendo di aver avuto il privilegio di vivere in una terra di “confluenza di tante correnti umane”. Così, proprio in questo melting pot tanto interessante, all’interno di conflitti internazionali e delle dinamiche coloniali, Ester riesce finalmente a cogliere il punto di unione dell’umanità:

[…] lì,  confusa fra tante,  riuscendo a dimenticare la diversità di origine, di religione, partecipando a chiacchiere, a feste, a lutti, a pratiche magiche; vivendo , insomma, la loro vita.

[…] L’arabista,senza accorgermene, diventava ance etnologa.

Ester diventa altra, lo ammette lei stessa, vive una vita diversa, e quello che un tempo le era sembrato un vuoto culturale nonché di narrazione, diventa ora folklore, ed in esso impara a trovare le spiegazioni della realtà: “folklore per noi, dogmatica quasi per loro”.

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