Lumbiá, un racconto di Natale

Olhos d’Agua (2014) è una raccolta di quindici racconti brevi di Conceição Evaristo che narrano scorci di vite di giovani, uomini e donne, neri di favelas brasiliane, talvolta invisibili che si nascondono fra stradine irregolari intrecciate e impolverate, attraversate da suoni di tamburi e batucadas, odori e colori. Sono storie disincantate, realiste e crude, che tentano di mostrare diverse sfaccettature di vite, cercando di toccare problemi sociali e culturali, ma anche caratterizzate da una “brutalità poetica” che condisce la letteratura afro-brasiliana di Evaristo.

Lumbiá è uno dei racconti che prende il titolo dal suo protagonista, un bambino delle favelas che quotidianamente attraversa le strade irregolari fino ad arrivare nel centro urbano della grande città per procurarsi da vivere vendendo arachidi ad una variegata popolazione, talvolta lasciandosi coinvolgere in loschi affari. Ha uno spirito imprenditoriale di pura sopravvivenza, sa bene quando è il momento giusto per scambiare una merce per un’altra, e per comprendere la sua vita possiamo far riferimento alle storie dei ragazzi delle favelas di Jorge Amado e Paulo Lins. Mentre il Natale e i suoi simboli badano bene dal rimanere alla larga dello squallore delle favelas e dai suoi bambini, la città si veste a festa e si riempiono di gioia. Il piccolo Lumbiá è completamente disincantato e non avvezzo alla leggerezza mentale e fisica di tale festività, non conosce doni e dolciumi, mentre la società, al margine della quale vive, si impegna considerevolmente a diffondere simboli e valori attraverso determinati livelli sociali. Tuttavia, per un motivo facilmente intuibile, Lumbiá si lascia affascinare dal presepe e dal suo significato, legandosi intimamente al bambino Gesù. Non si riconosce nell’aspetto di quest’ultimo, rigorosamente rappresentato con la pelle bianca e dei capelli chiari, bensì in quella povertà tanto osannata che in questo caso non sembra trascinare alcun alone di vergogna e disgusto. Al contrario, il nascituro richiama attorno a sè l’attenzione di tutta la comunità, specie dei benestanti, portando fuori un senso di sconcertante contrasto fra ricchezza e povertà.

Intrappolato nel mito del Gesù bambino, naturalmente rielaborato dalla sua immaginazione e interpretazione, Lumbiá arriva persino a bramare di possedere quella statuettà così perfetta e carica di forza simbolica. Lumbiá si riflette nel bambino Gesù fino a desiderare di essere la stessa persona e, se il colore della pelle è l’unica differenza che li distingue, tanto vale gettare tutti i colori in un vortice fino a confonderli del tutto. Tuttavia, le cose non vanno come aveva programmato la sua immaginazione di bambino.

Evaristo combina volutamente elementi della cultura cristiana con quella africana, soprattutto quando Lumbiá si rivolge a Gesù chiamandolo Erê, ovvero richiamando una figura molto importante nel rito religioso Candomblé, diffuso e tramandato in Brasile dagli schiavi, che trascina credenza e mitologia africana. Dipinge in questo modo un tessuto sociale multiculturale e multietnico.  
Erê deriva da un verbo in lingua bantu che significava scherzare o compiere una buona azione, ma nella religione rappresenta le divinità infantili che svolgono funzione di mediatori fra gli adepti umani e le orixà, ovvero divinità superiori. La parola, Erê, viene ripetuta nel mezzo del tumulto finale del racconto, forse urlata da uno dei presenti che assiste alla truce scena.

La storia di Lumbiá è una delle tante storie tragiche di bambini delle favelas, intrappolati fin da subito in un perfido meccanismo sociale basato su disuguaglianze e potere, forzati a farsi violentemente strada fra la moltitudine e inghiottiti dalla pericolo urbano.

È pur sempre una storia di Natale, ma non di quelle che convenzionalmente ci piace leggere, bensì impregnato dalla brutalità poetica di Evaristo menzionata poc’anzi, che scuote i lettori fino a provocare un senso di sconforto. Le parole finali sono urlate a squarciagola, sovrastando i rumori del traffico.  

Qui di seguito, riporto la seconda parte del racconto.

Solo una cosa [Lumbiá] apprezzava del Natale. Quest’unica cosa era il presepe, con tanto di statuetta di bambino Gesù. Tutti gli anni, fin da quando era piccolo e girovagava per la città, prima in compagnia della madre poi da solo, si fermava di bottega in bottega, di chiesa in chiesa, per assistere alla rappresentazione della natività. Adorava la sacra famiglia, la povertà di questa gente, così simile alla sua. Gli piaceva la statuetta-donna, che rappresentava la madre, e la statuetta-uomo, ovvero il padre. Gli piaceva la spoglia casetta e la culla di paglia del bambino Gesù, anch’egli povero; mancava solo che fosse stato nero come lui! Lumbià rimaneva a bocca aperta, estasiato dalla scena, esplorandola tutta fino a scovare il bambino Gesù.

Quell’anno correva voce che il Casarão Iluminado, un antico negozio specializzato nella vendita di luci, lampadari ed affini, avrebbe realizzato un presepe all’interno del locale. Dicevano che sarebbe stato il presepe più grande e più bello della città, e così fu. C’erano le lampadine che si accendevano e spegnevano, le stelle appese a i fili finissimi e quasi invisibili che illuminavano magicamente il paesaggio, dando l’impressione di un cielo aperto che sovrastava la piccola mangiatoia nella quale giaceva il bambinello. Animali brucavano l’erba mansueti, fiumi ameni attraversavano le valli tutt’intorno alla capanna di Natale. E poi c’erano i Re Magi: i due bianchi camminavano in direzione perpendicolare alla stella cometa, mentre l’unico nero camminava da solo, un po’ più indietro rispetto agli altri, ma col passo sicuro di chi sarebbe certamente arrivato a destinazione. La madre e il padre di Gesù, misericordiosi, proteggevano il piccolo in fasce. Tutti in città parlavano della bellezza di quel presepe e di quanto fedelmente rappresentasse la scena biblica della nascita di Cristo. Lumbià ascoltava con attenzione tutti i commenti e attendeva l’occasione per poter vedere anche lui quella Betlemme ricostruita all’interno del negozio Casarão Iluminado.

Tuttavia, c’era un problema. I bambini non potevano entrare nel negozio senza un adulto, e per lui sarebbe stato praticamente impossibile sperare che sua madre lo accompagnasse, dal momento che non sarebbe mai andata con lui fin lì. La settimana precedente, Gunga, Beba, Beta e gli altri avevano già provato a chiederglielo, ma i tentativi erano stati vani.

Intanto il tempo scorreva rapido e Lumbiá aveva ormai visitato tutti i presepi della zona. Ad ogni visita sentiva il cuore battergli all’impazzata quando i suoi occhi incontravano Gesù. Aveva anche tentato di entrare nel Casarão, ma puntualmente veniva mandava via in malo modo dalla guardia di turno. Nonostante ciò, il bambino non desisteva, gironzolava nelle vicinanze, immaginando tutta quella bellezza, appena dall’altro lato della strada. C’era un via vai intenso. Persino la TV e i giornali parlavano di questo presepe, opera di un grande artista.

Si stavano avvicinando le sei del tardo pomeriggio, ed era il giorno ventitré di dicembre.

Quel giorno bambino si trovava nei pressi del negozio dalle nove della mattina. Durante il solito tragitto dalla periferia al centro della città, si era allontanato da Gunga e da sua sorella. In mano portava dei fiori, erano delle rose rosse. Si era accordato col suo amico che avrebbe venduto dei fiori, ma alcuni di quelli li avrebbe dati al bambino Gesù, altri sarebbero andati nelle mani di Baldassarre.

Faceva freddo, molto freddo, ed era per giunta un giorno piovoso. Aveva gli abiti inzuppati che gli avvolgevano il corpicino fragile e tremante per la febbre. Il negozio avrebbe chiuso di lì a poco. Nonostante il Casarão Iluminado aveva chiuso le vendite il giorno prima, quel giorno aveva aperto solo per permettere l’accesso pubblico al presepe.

Il bambino aveva bisogno di vederlo, ma come poteva riuscirci? Aveva ormai fatto svariati tentativi, ma era stato ripetutamente cacciato via dalla guardia. Ebbene, decise che avrebbe rischiato ancora una volta.
Così si avvicinò lentamente. Non c’era nessuno nei pressi dell’entrata. Si morse le labbra, avanzò a passi leggeri ed entrò alla velocità di un fulmine. Ed ecco che vide il Dio-bambino, a braccia aperte. Nudo, povero, misero ed infreddolito come lui. Né le luci del negozio né le stelline artificiali riuscivano a celare la sua miseria e solitudine. A braccia aperte, il Dio-bambino lo chiamava. Erê voleva andar via da lì. Era nudo e aveva freddo. Lumbiá toccò la statuetta, a sua immagine e somiglianza. Dio-bambino, Dio-bambino! E se lo mise fra le braccia in un batter d’occhio. Piangeva e rideva nello stesso tempo. Era suo. Fece per uscire fuori dal negozio con il Dio-bambino in braccio. La guardia si girò. Cercò di afferrare Lumbiá. Il bambino sfuggì abilmente, balzando dritto in strada.

Il segnale! L’auto! Lumbiá! Ladruncolo! Bambino! Erê, Gesù bambino! Ammassati, massacrati, bruciati! Dio-bambino, Lumbiá è morto!

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