Appunti di Storia: Colonialismo Moderno

 “Iam talking about millions of men whom they have knowingly instilled with fear and complex of inferiority, whom they have infused with despair and trained to tremble, to kneel and behave like flunkeys”.

 

Sto parlando di milioni di uomini a cui è stato intenzionalmente inculcato il timore, la disperazione e un senso di inferiorità; a cui è stato insegnato come tremare dalla paura, inginocchiarsi e comportarsi come servi.

da Discourse on  Colonialism,  A.Césaire.

Premessa

Letteratura e Storia sono due discipline diverse fra loro: esse implicano diversi tipi di analisi, si basano su specifiche raccolte di dati e fonti, seguono dei percorsi di ricerca differenti e si legano a figure professionali distinte. Tuttavia, ci sono dei punti in cui le due discipline di incontrano, si supportano a vicenda e si integrano, e non è detto che un letterato non possa essere anche uno storico: la letteratura può colmare degli spazi che la storia ha lasciato vuoti per varie ragioni, e viceversa. In verità, tutte le discipline legate al comportamento umano e alla sua produzione risultano connesse fra loro, legate da una stessa natura. Nell’insieme delle scienze umane (o scienze sociali) ben si inserisce la letteratura, poiché è una forma d’arte che si esprime attraverso una lingua, delle forme di linguaggio e perché è un veicolo di valori, costumi, tradizioni, culture, comportamenti e pensieri. Credo che il campo sia vastissimo e complesso, ma di seguito mi propongo di raggruppare alcuni appunti sparsi di storia che non costituiscono assolutamente un quadro completo ed esaustivo – anzi, non nasconderanno delle enormi lacune-, ma che hanno supportato delle piccole ricerche e le letture.
Gli studi e le letterature postcoloniali affondano le proprie radici nel percorso storico del mondo, a partire dal colonialismo moderno e seguendo le dinamiche che hanno portato alla formazione del mondo contemporaneo. Ometto appositamentre il trattino grafico dopo il prefisso post- per evitare qualsiasi valore avverbiale e per riferirmi al discorso postcoloniale come una serie di osservazioni, teorie e ricerche.
Secondo Homi Bhabha, una delle prime e importanti figure legate agli studi postcoloniali in ambito accademico, esiste un discorso coloniale che attraverso un sistema di segni, simboli e pratiche linguistiche, ha organizzato l’esistenza, l’esperienza e la riproduzione sociale dell’età moderna. Nel libro intitolato Colonialism and Cultural Identity (2000)Paul Colm Hogan scrive:

Colonialism is one of the purest form of cultural distruction and mass human denigration.
Il colonialismo è la forma più pura di distruzione culturale e denigrazione umana.

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Frantz Fanon in The Wretched of the Earth (1965), mette in luce gli effetti distruttivi del colonialismo sugli individui su cui viene esercitato il potere, con la conseguenza di perdita di autonomia individuale, di identità e di cultura:

Colonialism is not satisfied merely with holding a people in its grip and emptying the native’s brain of all form and content. By a kind of perverted logic, it turns to the past of the oppressed people and distorts, disfigures and destroy it.

Il Colonialismo non si soddisfa di stringere il popolo nelle sue spire, di vuotare il cervello del colonizzato di ogni forma e d’ogni contenuto. Per una specie di logica perversa, esso volge la sua attenzione verso il passato del popolo oppresso, lo storce, lo sfigura, lo annienta.

Il colonialismo moderno ha ridefinito il mondo sotto l’aspetto geografico, sociologico, antropologico, politico ed economico, avendo fatto uso di strategie e operazioni che hanno implicato lo spostamento massiccio di popolazioni dal centro alla periferia e viceversa, attraverso un sistema di potere, la schiavitù e la deportazione di individui,  la somministrazione di contratti lavorativi nelle colonie (fra cui l’indentureship) e i flussi migratori di vario genere. Di conseguenza, il graduale smantellamento dell’imperialismo occidentale e la decolonizzazione hanno lasciato una complessa composizione ibrida di elementi culturali, linguistici, etnici e politici che la produzione letteraria aiuta ad analizzare e a conoscere.

Pre-colonialismo

Lo scenario del mondo pre-coloniale si presentava estremamente diverso da quello contemporaneo. La storia tende ad essere prevalentemente eurocentrica quando si parla di pre-colonialismo (e non solo), e non sembra esserci un’omogeneità di informazioni e fonti facilmente accessibili per poter ricostruire uno scenario completo del globo terrestre prima della riorganizzazione dell’età moderna.

venezia 500

Mappa cinquecentesca di Venezia

Guardando il mondo attraverso il filtro occidentale, nel ‘3oo il Mediterraneo era il fulcro di un’economia avanzata e ben strutturata, in cui le Repubbliche Marinare italiane rivestivano il ruolo di protagoniste nel commercio di spezie e droghe con la lontana India. La Serenissima Repubblica di Venezia di distingueva per la particolare dinamicità nei commerci e per il primato indiscusso sull’importazione del pepe, la cui richiesta era massiccia durante tutto il Medioevo a causa del suo importantissimo utilizzo per la conservazione dei cibi. Non essendo facilmente raggiungibile separata dall’Europa da chilometri di distanza e intere popolazioni, il commercio con l’India si svolgevoa attraverso l’intermediazione degli arabi: Alessandria d’Egitto e il suo porto divennero il luogo centrale di incontro delle flotte straniere per la mercificazione dei prodotti. Questo spiega facilmente perché le potenze marittime Europee ambissero ben presto ad eliminare la mediazione araba e raggiungere l’India con cui poter commerciare e negoziare in modo diretto e profiquo. Nonostante il Portogallo medievale fosse un paese europeo estremamente povero, le sue flotte erano tanto ambiziose quanto lungimitanti e, perseverando in un duro e costante lavoro, durante il Quattrocento si impegnarono nell’impresa di effettuare la circumnavigazione dell’Africa al fine di raggiungere l’ India dall’altro lato e ottenere un indiscusso vantaggio. Certamente tale spirito ambizioso favorì la formazione di centri di navigazione che si sarebbero evoluti in breve tempo in vere e proprie istituzioni, delle scuole, dei luoghi di condivisione del sapere, nonché luoghi di ricercha, di studio, di sviluppo e affinamento delle tecniche. In Portogallo nel  1460 don Henrique Infante, detto il navigatore, fondò e diresse la Scuola di Sagres nell’omonima città portoghese che divenne un arsenale, un osservatorio e un centro cartografico e nautico. Alla base della fondazione di Sagres c’era il privilegio nautico nell’ambito del commercio fra il Baltico e il Mediterraneo per cui, occupando il Portogallo una posizione geograficamente strategica, diventò il punto di sosta degli europei sulla via mercantile verso l’India. Henrique il navigatore promosse e appoggiò un gran numero di esplorazioni  che gli assicurarono il controllo dell’isola di Madeira, sulle Azzorre, sulla regione costiera africana del Senegal e della Guinea.
Tuttavia, la storia delle esplorazioni europee è anche una storia di drammi e disgrazie, di naufragi e fallimenti che costarono la vita a tantissimi navigatori: il mare era una risorsa infinita ma anche un temuto nemico, ed è proprio in quest’ottica che entrò come elemento costitutivo della cultura portoghese moderna e che sarebbe rimasto nei secoli successivi, aspetto altamente evidente nella produzione letteraria del paese.

In questo generale scenario pre-coloniale un ruolo subordinato era ormai rivestito dal nord Europa, geograficamente e culturalmente distante dal vibrante centro Mediterraneo. Infatti, quasi come se l’importanza dei fatti e degli eventi fosse legata al potere e alla posizione di un paese, passarono in secondo piano le imprese e le scoperte dei precedenti navigatori medievali nordici ed è difficile valutare l’influenza che queste ebbero nei centri di cultura istituiti nel Quattrocento. Primi fra tutti, i Vichinghi si erano precedentemente distinti per aver colonizzato alcuni dei territori europei fra l’VIII e l’XI secolo, nonché per le loro impressionanti scoperte marittime. Essi erano stati i primi ad aver sviluppato e implementeato delle tecniche di navigazione estremamente avanzate per il loro tempo, tanto che all’esploratore norreno Bjarni Herjólfsson si deve la prima scoperta casuale del nord America nel 986, ben cinque secoli prima dell’ufficiale scoperta di Cristoforo Colombo.
Fra il XIV e il XV secolo si andarono progressivamente intensificando i rapporti fra gli europei e il litorale occidentale dell’Africa con le sue popolazioni altamente civilizzate, molte delle quali avevano raggiunto tipo di organizzazione sociale molto complesso. Fra gli europei e le popolazioni autoctone c’era un grande bisogno di comunicare, pertanto si cominciarono a sviluppare delle lingue ibride che permettesse di intrattenere quanto meno dei rapporti di interesse commerciale, le cosiddette lingue franche, ovvero lingue di frontiera fondate sul bisogno pratico e umano di comunicare e scambiarsi informazioni.

Nel 1425, il sovrano portoghese João I inviò un’armata di ben 242 navi e circa 50.000 uomini per la conquista di Ceuta che avrà esito positivo e con cui metterà fine alle minacce invasive dei corsari del Marocco. Fondata in tempi antichissimi e, secondo la leggenda, luogo di edificazione di una delle due colonne di Ercole, Ceuta occupava il punto nevralgico di incontro fra il Mediterraneo e l’Oceano.

Nel 1441 si inaugurò l’epoca della terribile pratica della schiavitù moderna con la cattura e la deportazione dei primi due neri africani in Portogallo. Nel 1444 i portoghesi approdarono per la prima volta su delle isole che chiamarono ilhas do Cabo Verde (Capo Verde). Nel frattempo un altro paese del Mediterraneo cominciò ad avanzare seguendo le orme del vicino portoghese, la Spagna, impegnata sin dal 711 nella Reconquista cristiana e nella cacciata degli arabi dal proprio territorio. Tale impresa terminò formalmente nel  1492 quando i cristiani riuscirono a strappare Grenada all’arabo Boabdil, l’ultimo caposaldo moro al tempo dei sovrani spagnoli Ferdinando ed Isabella.

I portoghesi in questo periodo avevano adottato la politica del segreto nei confronti delle nuove scoperte, essendo ormai chiaro quanto fosse ambito il superamento delle frontiere per acquisire il potere di dominio. Comprendendo l’emergente presenza del nemico spagnolo, i portoghesi stilarono l’accordo di Alcaçouas con la Spagna nel 1479, in seguito al quale fu sottoscritto il famoso trattato di Tordesillas. Secondo quest’ultimo, il meridiano che passava dall’omonima città spagnola separava i territori di conquista su cui le due potenze avrebbero esercitato il controllo: ad est i portoghesi e ad ovest gli spagnoli.

Con il re João II nel 1481, alle esplorazioni sistematiche dell’Africa meridionale occidentale si aggiunsero quelle orientali in territorio egiziano e proseguiva con più determinazione l’occupazione vera e propria delle nuove terre, da cui poter ricavare risorse e materie prime per il vantaggio della propria economia. Nel 1482 i portoghesi giunsero alla foce del fiume Zaire e nel 1575 fondarono la prima comunità portoghese a Luanda, odierna capitale dell’Angola. Insomma, il Portogallo povero trecentesco per tutto il Quattrocento si andò progressivamente trasformando in quello che sarebbe diventato il primo e potentissimo impero coloniale moderno occidentale.

Immagine

Lettera di donazione regia di una nave da parte della sovrana Isabel Vaz a Bartolomeu Dias del 30 Settembre 1488, conservata in ottimo stato.

Dopo numerosissimi fallimenti e un numero immane di vittime umane, finalmente nel  1488 la flotta capitanata da Bartolomeu Dias riuscì a doppiare il Capo Tormentoso, ovvero il promontorio sudafricano che in quest’occasione fu ribattezzato dal re João II con il nome di Cabo da Boa Esperança, in segno di un buon auspicio: si apriva così la strada verso l’India.

Alcuni anni più tardi, fra il 1519 e il 1522 Fernão de Magalhães (che, secondo una vecchia tradizione di italianizzazione dei nomi propri, è noto come Fernando Magellano) riuscì a completare il periplo del mondo.

Cronologia abbozzata del Colonialismo moderno

Cristoforo Colombo, Ritratto da Sebastiano del Piombo 1519 Metroplitan Museum of Art

Cristoforo Colombo, Ritratto da Sebastiano del Piombo
1519
Metroplitan Museum of Art

Nel 1942 l’italiano Cristoforo Colombo, a capo delle caravelle e di una spedizione finanziata e appoggiata dai monarchi spagnoli, cambiò la storia mondo approdando a Guaranhì, ribattezzata con il nome di San Salvador. Così si inaugurò ufficialmente l’età delle scoperte, delle esplorazioni e della colonizzazione del Nuovo Mondo, a discapito di milioni di popolazioni che si ritrovarono ad essere subordinate al potere centrale.

Nel 1500 ufficialmente la flotta di Pedro Alvares Cabral, già famoso per la scoperta del Madagascar, approdò sulle coste del Brasile e Bahia fu ribattezzata con il nome Porto Seguro. Grazie al precedentemente menzionato accordo di Tordesillas con gli spagnoli, i portoghesi si erano anzitempo assicurati il diritto di assumere la piena proprietà del vastissimo Brasile che risultava appunto trovarsi ad est della famosa linea di demarcazione. Tuttavia, non si esclude che i portoghesi non si fossero fatti i loro piani prima del sigillo del patto e che fossero evidentemente già approdati silenziosamente sulle coste del Nuovo Mondo che, come si è già detto, erano già scoperti prima della data ufficiale. Gli spagnoli dettero comunque il meglio nell’operazione di sterminio degli indios e di occupazione delle altre areee del Sud America: Francisco Pizarro e Hernán Cortez sono appena due dei nomi dei navigatori passati nella storia.

Nel frattempo gli europei non avevano abbandonato il sogno di sbarcare in India e nei territori orientali per impugnare il monopolio commerciale delle spezie. Nel 1498 Vasco da Gama riuscì a raggiungere l’India dal Portogallo.Con l’arrivo dei portoghesi in Asia, cominciarono numerose spedizioni in Cina, in Giappone, essi occuparono Macau nel 1557 e, poco dopo, Timor Est. Per contro, era ormai segnato il declino irrecuperabile delle Repubbliche marinare e la fine dell’egemonia dell’area mediterranea. Insieme ai portoghesi che dominavano la scena europea, il nuovo continente cominciò ad essere una preda ambita dagli europei, diventando, oltre che terra di conquista,anche un territorio vergine per evangelizzazione e la diffusione del cristianesimo: spagnoli, inglesi, francesi e olandesi si affrettarono sulla nuova linea e cominciarono a contendersi il ruolo di dominatori del mondo. Rilevante fu in questo periodo fu il ruolo delle istituzioni religiose, in particolare dei gesuiti, mossi dallo spirito missionario e animati da una cultura umanistica e pedagogica che li spinse a intraprendere spedizioni al fine primario di rieducare religiosamente e moralmente i popoli colonizzati. Sin dall’inizio della colonizzazione del Nuovo Mondo le autorità politiche europee cercarono l’appoggio della Chiesa per portare avanti l’enorme progetto di conquista (e, evidentemente, anche per giustificare le atroci operazioni di annientamento), a cominciare dalla bolla papale di Alessandro VI.

I francesi si dettero da fare sulla parte settentrionale del nuovo continente: Jacques Cartier dette inizio alla scoperta del Canada con numerose spedizioni che organizzò fra il 1534 e il 1542; il Québec francese fu istituito nel 1608.

Il Portogallo, dopo essersi affermato come potente impero, cominciò a percorrere una via in salita verso un inarrestabile e rapido declino. La competizione pressante della Spagna, nonché le lotte interne dei territori occupati culminarono con la battaglia marocchina di Alcácer-Quibir del 1578, una disfatta per i portoghesi in cui morì il re Sebastião. Il corpo di quest’ultimo non fu mai ritrovato e si originò il mito del Sebastianismo di carattere messianico, secondo il quale il re defunto sarebbe ritornato un giorno in Portogallo, cavalcando il suo cavallo bianco, per riscattare le sorti del suo Paese e ridonare l’antico splendore. Formalmente la fine dell’egemonia lusitana si determina con la dominazione ufficiale del Portogallo da parte Asburgo (1580-1640). Di tale debolezza ne approfittarono i nemici inglesi e olandesi che presero possesso gradatamente di buona parte dei territori portoghesi sia in Oriente che in Africa. Il Brasile rimase a lungo il cuore dell’ormai debole e leggendario impero portoghese oltremare, almeno fino al rilancio del colonialismo nel XIX secolo che comunque non riportò il Portogallo neppure vicino all’antico splendore imperiale.

Cronologicamente successivo all’impero coloniale portoghese fu la costituzione dell’imperialismo britannico. In realtà, per tutta l’età elisabettiana (1558-1602) ebbero ampio movimento sia individui privati che associazioni (filantropiche, mercantili, finanziarie e confessionali) che a tal scopo ricevevano concessioni o “carte” (altro non erano che dei permessi) da parte della Corona.
Dopo essersi assicurati la il controllo della vicina Irlanda all’inizio del Seicento (Battaglia di Kinsale, 1601),  nel 1607 gli inglesi fondarono la prima colonia britannica a Jamestown, in Virginia. Gli inglesi tardarono ad applicare istituzioni imperialistiche di direzione statale rispetto ai vicini europei spagnoli e portoghesi; basti pensare che solo nei primi decenni del XVII secolo, praticamente quando ormai l’impero coloniale portoghese aveva già attraversato le fasi di decollo/apogeo/declino, la corona inglese instaurò le prime stabili colonie del nord-America, della Guyana (1618), delle isole Barbados (1612) e di alcuni territori dell’Africa, constituendo così il noto triangolo commerciale che sarebbe rimasto attivo fino all’abolizione della schiavitù.

Infranta la superiorità degli spagnoli, dei portoghesi e, successivamente, dei danesi (guerra anglo-danese 1670-74), seguì il lungo conflitto fra Inghilterra e Francia che culminò nella guerra dei Sette Anni (1756-63).

Le colonie del Nord-America furono le prime ad affrancarsi in seguito alla dichiarazione di indipendenza del 1776 tramite cui si costituirono gli Stati Uniti d’America (1783), causando una grande perdita all’Impero britannico solo in parte bilanciato dalla successiva conquista dell’Australia e, ad  un decennio di distanza,  della Nuova Zelanda (1840), in conseguenza alle numerose escursioni organizzate da James Cook (1768-1799). Cook descrisse l’Australia come la terra nullius (terra di nessuno), nonostante ci fossero già popolazioni autoctone residenti da tempo. Nel 1788 l’Australia era già diventata una colonia penale, dove venivano trasportati i criminali, molti dei quali decidevano di rimanere nel paese dopo aver scontato la pena e stabilizzarsi permanentemente.

Dalle guerre Napoleoniche (1814) l’Impero inglese riuscì a guadagnare il monopolio coloniale strappando territori alla Francia (Capo di Buona Speranza, Ceylon,  l’isola di Mauritius, Malta) e ai suoi alleati Spagna (Trinidad e altre isole minori) e Olanda (Guyana occidentale).

La struttura dell’Impero britannico si delineò in modo più chiaro durante la dinastia degli Stuart e il governo di Oliver Cromwell culminando con l’estensione del potere in India (1858), dove già dal 1600 Elisabetta I aveva istituito la celebre East Indian Company per il commercio delle sete e delle spezie indiane ora sciolta dopo ben due secoli e mezzo perché sostituita dal governo diretto coloniale.

Nel 1617, nell’ottica di espansione della compagnia, alcuni ufficiali inglesi strinsero dei patti con l’imperatore del Mughal; la presenza inglese in India rimaneva ancora limitata ad un aspetto commerciale e non si trattava di un’occupazione territoriale diretta, benché ne avesse già cominciato ad alterare l’esistente tessuto sociale.

Tuttavia, dopo la battaglia di Buxar la Compagnia assunse diritti civili sull’amministrazione del Bengala dopo aver imposto il proprio monopolio dei commerci e vi introdussero una forma di tassazione, il Permanent Settlement.

Le tensioni e i giochi di potere in India culminarono con la grande Sepoy Revolt del 1857, anche conosciuta come Indian Mutiny, a seguito della quale la regina Victoria si coronò ufficialmente Imperatrice dell’India. Il paese fu completamente incorporato sotto il controllo inglese e vi rimase fino all’indipendenza del 1947.

In Estremo Oriente procedettero le conquiste a spese degli altri paesi coloniali di più antica installazione rispetto agli inglesi; nel 1840 la Corona ottenne Hong Kong dalla Cina finché nella metà dell’Ottocento L’Impero Britannico era nel suo più splendido apogeo e la Corona rappresentata dalla regina Victoria, Queen of the World, tanto che nel 1887 fu celebrato in onore del cinquantenario della regina il Golden Jubilee, per cui i sudditi da ogni parte del mondo venivano invitati ad unirsi in sentimento di lealtà e fedeltà nei confronti della Corona, nell’interesse di preservare l’integrità dell’Impero Britannico.

Ancora più tardiva fu l’occupazione propriamente coloniale dei territori dell’Africa Occidentale che non cominciò prima del XX secolo, ovvero non prima del declino dal 1870, nonostante il commercio di mercanzia e schiavi fosse attivissimo già  dal ‘600. Fra il 1881 e l’inizio della Prima Guerra Mondiale le potenze europee furono impegnate in quel fenomeno chiamato “scramble for Africa“, in cui cercarono di accaparrarsi i territori africani maggiormente ricchi di risorse: la Francia prese controllo sull’Africa settentrionale e la costa occidentale; l’Italia dominò per qualche tempo i territori della Somalia e dell’Eritrea; il Belgio dominò Congo, Rwanda e Burundi; la Germania stabilì dei protettorati in alcuni derritori orientali, Camerun, Togo, Namibia e Botswana. La Gran Bretagna si assicurò il controllo coloniale del Gambia, Costa d’Oro, Sierra Leone e, in un secondo momento, Egitto, Zimbabwe, Nigeria e una parte dei territori orientali. Dopo aver sconfitto gli olandesi durante la seconda guerra boera (1899-1902), fondarono l’Unione Sud-Africana.

Anonimo, Signora con due schiavi, Salvador de Bahia, 1860. Link alla galleria fotografica http://brasilianafotografica.bn.br/?p=147

L’incontro con l’altro, elementi vecchi e nuovi

Gli appunti raggruppati in questa pagine definiscono un quadro parecchio sommario sul modo in cui si è andata definendo la forma del mondo e il contrasto fra centro e periferia, dominante e subordinato, Est versus Ovest e Nord versus Sud. Tuttavia, è possibile riconoscere in questo percorso degli elementi vecchi e nuovi.

In primo luogo, la schiavitù era già una pratica antichissima, dunque un elemento vecchio, che però in età moderna si caricò di un razzismo discriminatorio. Lo schiavo moderno non solo era povero e nullatenente (secondo l’esistente criterio sociale e politico), bensì anche fisicamente ed etnicamente diverso, discriminato e relegato ad una totale condizione di inferiorità. Lo schiavo è l’altro per eccellenza, diverso dal soggetto dominante che generalmente è bianco, europeo e cristiano. Nel frattempo l’ideologia Umanistica e Rinascimentale che inaugura il panorama culturale della modernità, esaltava proprio la figura dell’uomo (occidentale) al centro dell’universo e che poteva controllare e dominare tutto (o quasi tutto), supportando la morale della colonizzazione.

Il fenomeno della colonizzazione non nacque in età moderna, né tanto meno si tratta di una prerogativa Occidentale (o europea), essendo stata la forma più antica di dominazione politica dei territori conquistati; si vedano i casi dell’antica Grecia, dell’impero romano, delle istituzioni imperiali del modello bizantino, ottomano e persiano. Tuttavia, ciò che contraddistingue il colonialismo classico e medievale dal colonialismo moderno a partire dal XV secolo è che lo scopo di quest’ultimo si fonda, oltre che sulla conquista e sul dominio su una vasta estensione di territorio, sull’accumulo di capitale esclusivamente per il vantaggio e lo sviluppo della società capitalistica occidentale.

 

Oltre all’imposizione della lingua egemone sulle popolazioni colonizzate, il potere coloniale si radica anche grazie ad un linguaggio coloniale binario ricco di connotazioni discriminanti: centro/periferia, colonizzatore/colonizzato, bianco/non bianco, dominante/subalterno e così via. La lingua e il linguaggio coloniale sono portatori  di ideologia, l’insieme di valori che devono necessariamente giustificare le atrocità del colonialismo: i colonizzati diventano così ‘oggettivamente’ inferiori. Anche in questo caso, questo tipo di linguaggio binario non nasce con il colonialismo moderno,  anzi, doveva essere ben radicato nella società occidentale. Anzi, il linguaggio dell’alterità sembra esserci sempre stato, così come il conflitto indissolubile con l’alterità, è una parte intrinseca dell’essenza dell’uomo: Dio creò prima l’uomo e poi, solo in un secondo momento, la donna (l’altra), lo schiavo e l’individuo libero, i ricchi e i poveri, l’ateo e il credente, il cristiano e l’ebreo e tanto altro.

Data la vastità dei territori occupati e conquistati, i colonizzatori si ritrovarono in contatto con una varietà di popolazioni e civilizzazioni, molte delle quali molto complesse e dalle strutture sociali altrettanto composite. Sono esistiti molteplici modelli di rapporto colonizzatore-colonizzato, in cui certamente le due culture di appartenenza svolgevano un ruolo fondamentale.

I due principali tipi di approccio all’altro colonizzato individuabili sono i seguenti:

  • L’altro è un cannibale selvaggio cattivo e estremamente pericoloso, pratica riti sconosciuti e oscuri e deve essere distrutto;
  • L’altro è un primitivo selvaggio buono che vive in un paradiso perduto; libero di mostrare le proprie nudità, ingenuamente non prova vergogna e deve essere educato a partire da zero.

Oltre alle armi di distruzione e alla forza violenta di azione, i colonizzatori possedevano un’arma più potente di tutte che gli indigeni non conoscevano (oppure conoscevano in forma diversa): la scrittura moderna, in grado di uccidere non fisicamente ma culturalmente le popolazioni occupate, con la sua capacità comunicativa e di archiviazione della storia. Non a caso la ‘testualizzazione’ dei nuovi territori – attraverso diari, giornali di bordo, epistole, resoconti, cronache e, più tardi, romanzi – occupa una parte rilevante del lavoro dei colonizzatori, degli esploratori e dei religiosi delle missioni. Attraverso la testualizzazione tutto diventa oggetto che deve essere osservato dal proprio punto di vista; la popolazione indigena, al pari dei materiali locali e degli ambienti naturali, sono oggetti da trattare come tali. Il colonialismo moderno coincide con la riscrittura occidentale della storia del mondo che influenzerà i tempi a venire.

L’annientamento dell’Altro si sviluppa attraverso molteplici azioni, fra cui:

  • Il genocidio di intere popolazioni:

“Un abitante su tre della popolazione indigena dell’isola di Española era morto due anni dopo l’arrivo di Colombo; nel giro di trent’anni erano tutti estinti. Ciò che non poterono la tortura, le malattie, e la prigionia fu ottenuto con il suicidio di massa” (Walder D., Post-Colonial Literatures in English, Blackwell, London 1998).

  • La ridefinizione e la riscrittura della mappa geografica (remapping) del territorio straniero (Altro); i territori conquistati venivano riorganizzati secondo i criteri dei paesi colonizzatori occidentali che non tenevano minimamente conto della divisione delle popolazioni originarie esistenti, spesso che avevano raggiunto un alto livello di organizzazione sociale;
  • L’imposizione del sistema politico coloniale modellato secondo la madrepatria (politica, educazione, religione)
  • L’imposizione della cultura e della lingua dominante.
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4 thoughts on “Appunti di Storia: Colonialismo Moderno

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