Letterature Senza Frontiere

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      Indice della pagina

1. La letteratura come arma: uno strumento culturale e sociale
2. Letterature Postcoloniali versus Letterature Nazionali
2.1. Definizione delle Letterature Postcoloniali
2.2. Categorie, denominazioni, confini e ibridismo
3. Letteratura Coloniale versus Letteratura Post-Coloniale
4. Produzione letteraria, stampa e diffusione
5. Post-modernismo, Neocolonialismo e Letterature Senza Frontiere

 

1. La letteratura come arma: uno strumento culturale e sociale

Ho impiegato parecchio tempo per compilare questa pagina, ma confesso di aver avuto parecchie difficoltà. In un primo momento, era mia intenzione presentare un quadro riassuntivo di quello che è sempre stato il nucleo centrale alla base dell’apertura di questo blog personale, quasi volessi giustificare a me stessa il motivo della mia scrittura: sono una lettrice, non una scrittrice, pertanto mi sembrava inizialmente fuori dalle righe il voler dedicare il mio poco tempo libero alla cura di un blog. Tuttavia, non riuscivo a scrivere una presentazione leggibile che potesse racchiudere quello che era mia intenzione fare in questo spazio virtuale. Innanzitutto, Translature nasce come una raccolta di appunti di ricerche diluite e sparse nel corso del tempo attorno ad un argomento troppo vasto: studi post-coloniali, letterari e linguistici.

Naturalmente avevo fin dall’inizio escluso del tutto l’opzione di fare un copia-e-incolla della sezione introduttiva della mia vecchia tesi di laurea, che credo si intitolasse qualcosa come “Introdurre le Letterature Post-coloniali”, poiché al tempo della stesura del suddetto lavoro, per quanto già forte fosse il mio interesse, le mie ricerche erano in uno stato ancora troppo acerbo e non sapevo neppure quale piega avrebbero potuto prendere. Da un lato mi ero già scontrata con la difficoltà di reperire fonti e informazioni, dall’altra c’era la questione della tempistica. Infatti, man mano che le mie ricerche procedevano e prendevano una forma più consistente, mi rendevo sempre più conto di quanto immenso fosse il materiale da esplorare e che la tesi di laurea sarebbe stato appena un punto di partenza per qualcosa di molto più grande a cui probabilmente non sarei neppure riuscita a dedicarmi. Sapevo che avrei avuto una grande difficoltà nel riordinare, selezionare ed elaborare le informazioni per poter scrivere un semplice elaborato di tesi. Le mie ricerche sono andate avanti dopo l’università, per puro piacere, oppure per progetti abbozzati o non andati a buon fine, fra varie difficoltà, interruzioni, discontinuità e lunghi periodi di vuoto. Però, ho scoperto anche che le mie ricerche proseguivano anche quando non ero consapevole di svolgere un lavoro attivo, semplicemente attraverso le mie letture: ricercavo qualcosa fra le pagine dei libri di narrativa e di poesia. Sono cambiata e sono diventata, pian piano, una  lettrice sempre più esigente, a caccia di storie, di voci e di identità.
Nel frattempo questo blog era sempre lì, fra momenti di attività e d’oblio, mentre io continuavo per un certo tempo a modificare lo stato della presente pagina, passandolo da pubblico a bozza senza trovar pace, finché non ho scoperto il problema alla base della mia difficoltà e sono giunta alla conclusione (certamente, alquanto ovvia) che non è possibile scrivere a proposito di qualcosa di cui non si ha un’idea ben definita e di cui non si ha neppure voglia di scrivere. A dire il vero, non solo devo ammettere che non sapevo davvero dare una definizione di “Letteratura Postcoloniale”, ma non avevo neppure voglia di trovarla. Così ho abbandonato definitivamente la pretesa di metter giù un’introduzione così come l’avevo pensata in passato, in stile “tesi-di-laurea” che non avevo intenzione di provare a riscrivere.

In verità, ho scoperto che mi stavo inevitabilmente allontanando sempre più dalla definizione accademica di Letterature Postcoloniali e che era mia intenzione andare oltre per trovare una pratica applicazione della letteratura al presente, un’utilità alla vita che affrontiamo quotidianamente. Credo di esserci finalmente riuscita.
In tutto questo, gli studi postcoloniali sono stati fondamentali, poiché mi hanno insegnato che la cultura e l’arte sono i principali strumenti attraverso i quali il potere, le dinamiche politiche e i Grandi possono controllare i cittadini del mondo. Non è un caso se il sistema coloniale moderno ha, sin dal principio, investito tantissimo sul controllo dell’educazione, della stampa, della lingua. La decolonizzazione non ha fatto altro che smantellare un sistema coloniale per sostituirlo ad altre forme di potere. Oggi, basta guardarci attorno per renderci conto di quanto poco siamo in grado di controllare della nostra esistenza e di quanto invece le nostre scelte siano legate a entità di potere superiori. Sono fortemente convinta che l’educazione all’arte, alla percezione, all’ascolto sia l’unico modo per riuscire ad umanizzare nuovamente ciò che è stato violato e disumanizzato.

Qui ho spiegato le cose essenziali della mia scrittura su questo blog, il resto credo che sia inutile ma ho deciso di lasciarlo così come lo avevo scritto un paio di anni prima.

 

 

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Nel mio caso specifico, l’interesse nei confronti delle Letterature Postcoloniale non nasce puramente dalla lettura, né da scoperte letterarie, bensì da studi linguistici e da riflessioni attorno alla lingua e alle sue  molteplici variazioni. Anni fa, ai tempo dell’adolescenza, in una particolare occasione mi ritrovai a chiedere ad una donna nigeriana quale fosse la lingua ufficiale del suo Paese d’origine, che è l’inglese. Ora, considerando che questa breve conversazione si svolse nella suddetta lingua, era evidente dalla mia domanda che io avessi percepito la sua pronuncia e il suo modo di parlare come ‘diverso’ rispetto all’inglese standard che passava attraverso le istituzioni (le scuole, gli istituti di cultura, ecc.), i media e le attività artistiche (musica, film, teatro, ecc.). In altre parole, quella che era la sua lingua dovette risultare al mio udito  una forma diversa (quasi una deformazione) della lingua straniera che conoscevo, sia pur in piccola parte. Solo qualche anno dopo mi sono resa conto di quanto fosse stata fuori luogo la mia domanda e di quanto errata fosse la mia concezione di deformazione delle variazioni linguistiche, evidentemente dettata da una povera conoscenza linguistica e dalla limitata esposizione al Mondo e alle sue Storie. Tuttavia, ho anche scoperto che, cosa ancora più grave, non fu soltanto la mia giovane età e l’estraneità agli studi linguistici alla base del problema. In realtà, la non-conoscenza o la confusione nei confronti della situazione linguistica di molti Paesi non-europei è qualcosa di molto più diffuso e condiviso. In una conversazione con Ramona Koval del 2013, qualcuno dal pubblico presente pone la seguente domanda alla scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie: “Dal momento che lei ha un vasto pubblico di lettori di lingua inglese, scrive anche in nigeriano per i lettori nigeriani?”. La domanda presenta chiaramente delle crepe (non che sia stata fatta maliziosamente), tanto che la scrittrice risponde con un sorriso e con una certa provocazione che “il nigeriano è inglese”, per ovvie ragioni storiche legate alla colonizzazione britannica. Però, che oltre all’inglese ci siano altre 250 lingue locali non ufficiali che non passano ufficialmente attraverso le istituzioni è un altro conto. E proprio questa non ufficializzazione del numerosi altri sistemi linguistici di un paese come la Nigeria fa sì che accanto alla lingua ufficiale, che si deve conoscere per motivi pratici, ci siano altre lingue ridotte principalmente all’oralità.

Ad ogni modo, quello che potrebbe definirsi il mio primo incontro ufficiale con una delle varianti linguistiche dell’inglese mi ha insegnato che non tutto quello a cui abbiamo più facile accesso corrisponde alla realtà (o meglio, alle molteplici realtà) e che, inoltre, le lingue e le culture sono regolate da meccanismi di dominazione e subordinazione, nonché dall’azione dei mezzi di comunicazioni  che ne permettono la proiezione a livello sociale e la diffusione. In genere, tale controllo viene esercitato da soggetti o enti (governi, istituzioni, ecc.) e che deformano l’immagine visibile alla lente dell’osservatore. Sin da allora, l’episodio della mia adolescenza ha continuato, di tanto in tanto, a ritornare in mente durante gli anni successivi, ed ho cominciato a voler ricercare la ragione alla base delle tanto affascinanti differenze linguistiche attraverso Paesi e Continenti e, inevitabilmente, mi sono ritrovata a viaggiare fra discipline diverse e Storie: guerre di conquista, colonialismo, schiavitù, imperialismo, diaspore, guerre per libertà e l’indipendenza, decolonizzazione e postcolonialismo, neocolonialismo. Mi sono resa conto che attraverso i libri, non necessariamente o esclusivamente quelli che rientrano nella categoria letteraria di storia e storiografia, è possibile recuperare informazioni importantissime e riscrivere le storie del mondo viste da molteplici angolazioni e sotto vari punti di vista.
Del resto, la letteratura (come tutte le altre discipline) non è un campo neutrale in cui vige la piena libertà di espressione. Che la letteratura sia un importantissimo e potentissimo strumento per veicolare messaggi, valori, informazioni, ideologie e tanto altro lo hanno sempre saputo bene tutti, compresi i governi, le istituzioni, le autorità politiche e religiose, che non hanno mai esitato ad adottare tecniche e strategie per utilizzarla e manipolarla a proprio vantaggio. Infatti, la storia della letteratura va sempre mano nella mano con la politica, l’economia e la storiografia, e fra queste esiste un legame profondo, persino quando esso non è troppo visibile. Di conseguenza, la letteratura prodotta nelle varie  zone del mondo si divide in sotto-gruppi disomogenei e legati fra loro da rapporti gerarchici, di dominazione e subordinazione, fluendo attraverso diversi canali e occupando diversi spazi, condivisi o in controcorrente, maggiori e minori, ufficiali e non riconosciuti. Di solito accade che, quasi per causa conseguente, le letterature dei paesi economicamente meno influenti o in via di sviluppo siano considerate altrettanto “inferiori” e meno rilevanti da un punto di vista culturale.
La mia ricerca di lettrice, nonostante parta dall’interesse delle letterature post-coloniali, mira ad eliminare la sovrastruttura della categoria (di cui spesso noi lettori, in primis, siamo vittime) attraverso l’ascolto puro di chi scrive e di chi produce letteratura, cercando di liberarmi di preconcetti, strutture e linguaggi dominanti creati dal potere, poiché qualsiasi forma d’arte dovrebbe essere libera e naturale, nel limite del rispetto dello spazio e dell’identità dell’altro.
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2. Letterature Postcoloniali versus Letterature Nazionali

2.1. Definizione delle Letterature Postcoloniali

Sotto l’ampia etichetta di “Letteratura Postcoloniale” si raggruppano testi diversi e di vario genere (postcoloniale qui funge da iperonimo), riferendosi a quanto segue:

  • la produzione letteraria degli scrittori (sia residenti nelle ex-colonie che emigrati, esuli o esiliati) dei Paesi con un passato storico e politico coloniale, accomunati pertanto da un percorso di  decolonizzazione e costruzione dell’identità nazionale, anche se con modalità e tempi diversi;
  • la produzione letteraria che tratta dinamiche e questioni postcoloniali, dove con il termine postcolonialismo ci si riferisce proprio alla disciplina accademica (e che si distingue dal generico post-colonialismo, dove il prefisso post- svolge solo la funzione di avverbio temporale).

Analogamente, la categoria degli scrittori postcoloniali è eccessivamente generica,  poiché non fa altro che collocarle i produttori della letteratura delle varie zone del globo in un grande e indefinito insieme ibrido. I suddetti scrittori sono, in realtà, rappresentati di molteplici storie, di molteplici entità linguistiche, etniche, culturali. Gli scrittori sono innanzitutto rappresentanti di una comunità (e non necessariamente tale comunità corrisponde al concetto di ‘nazione’ in un territorio geograficamente limitato) e, attraverso la letteratura, essi veicolano determinati valori, costumi, ideologie e pensieri. Inoltre, non è detto che tutti gli scrittori che risiedono o che sono originari dei paesi ex-coloniali producano un tipo di letteratura che si possa effettivamente definire postcoloniale.

In verità, preferirei liberarmi del tutto del termine postcoloniale, almeno in ambito letterario (e quindi, eliminare la catgoria letteratura postcoloniale), poiché spesso, anziché svolgere una funzione referenziale tende a circoscrivere, limitare e discriminare. Tuttavia, credo che continuerò di tanto in tanto ad utilizzarlo, sia perché la lingua e il linguaggio che utilizzo sono occidentali, sia perché, in fondo, credo che il termine non sia del tutto inutile. Infatti, non potendo ignorare che la letteratura di alcuni paesi del mondo sia stata inevitabilmente caratterizzata anche dai fenomeni di colonizzazione, decolonizzazione e post-decolonizzazione,  il postcolonialismo in letteratura può essere un elemento di importante analisi storica.

Il lavoro di categorizzare e denominazione segue un po’ tutta la tradizione della storia della letteratura tradizionale, almeno quella occidentale, una disciplina che tende a riordinare le informazioni, semplificare e utilizzare delle convenzioni per poter scandire le varie tappe di percorso e per raggruppare gli artisti in correnti letterarie ben definite. In questa categorizzazione si caratterizza generalmente l’approccio dello studio della letteratura: si parte dalle origini per attraversare la preistoria, l’antichità, l’età classica (per questo servono i reperti, l’archeologia), il medioevo, l’età moderna, passando per le varie correnti (rinascimento, barocco, illuminismo, verismo, modernismo, ecc.). Le antologie, a loro volta, svolgono un ruolo fondamentale nella raccolta della produzione letteraria per categorie definite.

L’avvento delle letterature post-coloniali, ovvero la letteratura dei paesi tradizionalmente non inclusi nella storia ufficiale, deve aver certamente scombussolato la disciplina della storia della letteratura. Alla tradizione deve essersi ad un certo punto affiancata una letteratura nuova, i cui fautori e protagonisti erano proprio coloro che erano stati osservati per secoli dai paesi egemoni. Pur volendo riprendere una scansione temporale da manuale, le letterature nazionali dei Paesi post-coloniali  non hanno un inizio né una fine, bensì, affondando le radici nella modernità (ovvero nel periodo storico in cui il mondo ha preso una determinata forma), si sono costituite ed evolute attraverso lo spazio e il tempo, attraversando dei processi interessanti da studiare.

Se proprio si volessero appuntare le fasi di sviluppo delle letterature postcoloniali, a grandi linee si distinguerebbero tre fasi distinte:

  1. Fase di copia della letteratura coloniale/europea (servilismo, imitazione o mimicry), caratterizzata dalla forte dipendenza dal potere egemone.
  2. Fase di graduale rigetto della cultura egemone imposta,  poiché finalmente percepita come inadeguata, spersonalizzante e de-culturalizzante; in questa fase il soggetto subordinato (o colonizzato) comincia a voler diventare il protagonista di una nuova storia da raccontare.
  3. Fase di superamento della subordinazione, presa di coscienza, proposta del nuovo (nuova cultura, letteratura, nuovi canoni di scrittura) e affermazione del diverso e dell’alterità..

L’ultima fase è sicuramente quella più interessante per lo studio della letteratura nel mondo contemporaneo post-moderno e nell’era della globalizzazione. Il lettore post-moderno oggi si ritrova a fare i conti con una complessa storia della letteratura e con una produzione letteraria senza confini.
Qual è il ruolo delle letterature post-coloniali oggi e come sono riuscite a trovare il loro spazio nella storia della letteratura mondiale? Nella fase di affermazione delle letterature postcoloniali e delle letterature nazionali dei paesi interessanti, il ritorno al pre-coloniale non è stato sicuramente possibile, poiché non è possibile lasciar passare inosservati secoli di storia, di eventi e di cambiamenti culturali. Se l’Età Moderna ha cambiato i connotati del Mondo, l’Età Post-Moderna costituisce un ulteriore tassello da aggiungere alla storia mondiale.
Così, la formazione e l’affermazione delle letterature dei singoli Paesi che si sono affacciati all’Età Post-Moderna come paesi indipendenti, hanno seguito traiettorie, percorsi e progetti diversi.
Il Brasile ad esempio, essendo stato uno dei primi paesi liberatisi nel 1822 dal colonialismo europeo (in questo caso del Portogallo), ha lanciato dei potenti impulsi culturali di grande rilievo a livello globale. Circa un secolo dopo l’indipendenza, un nuovo Brasile parlò al mondo attraverso il Manifesto antropófago di Oswald de Andrade del 1928, simbolo del modernismo brasiliano che ebbe un grande eco globale e influenzò i vari percorsi di indipendenza culturale degli altri paesi colonizzati. Vari paesi africani in particolare, soprattutto quelli di lingua portoghese (a causa di una ovvia vicinanza linguistica e culturale), presero enorme ispirazione dall’indipendenza brasiliana e importarono molti degli elementi nuovi della cultura post-coloniale.

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2.2. Categorie, denominazioni, confini e ibridismo

Dunque, la categoria in letteratura anche se esiste è un’entità convenzionale e astratta, quasi l’analogo di uno stereotipo culturale. Infatti, la letteratura esiste in quanto è una creazione umana, una forma d’arte, e non può essere ridotta ad un concetto schematizzato. Come scrisse J. L. Borges:
«La cosa più sensata che ho letto sull’arte sono state quelle due parole del pittore americano Whistler, che disse “Art happens”, l’arte succede, l’arte occorre. Dimentichiamo le radici, le scuole, le generazioni: tutto questo è vano. L’arte è un miracolo, un miracolo forse minimo ma frequente, e nel mio caso si dà in questo modo: sento all’improvviso che qualcosa sta per occorrermi e allora la mia anima, la mia coscienza, stanno in atteggiamento passivo, e aspetto, e qualcosa occorre, che può essere una favola».

Eppure, in ambito letterario non solo le categorie funzionano per riordinare l’immensità delle informazioni, ma c’è stato pure un tempo in cui si è sentito fortemente il bisogno di dare un nome e definire una nuova produzione letteraria emergente che non poteva essere inserita nel grande mainstream della tradizione letteraria: si trattava proprio della letteratura dei Paesi (ex-)coloniali. I primi segni di interesse alla letteratura postcoloniale si affiancarono agli studi post-coloniali in ambito accademico anglosassone, data la  crescente presenza di gente dalle (ex-)colonie . Almeno un decennio prima dell’avvio ufficiale degli studi postcoloniali accademici, ci si era già posta la questione della nomenclatura delle nuove letterature straniere in lingua inglese altra. Nel 1965 Joseph Jones parlò per la prima volta di Terranglia per riferirsi ad una porzione estesa ed immaginaria del territorio mondiale in cui si produceva letteratura in lingua inglese.  Qualche anno più tardi in alcuni dipartimenti accademici di studi umanistici le letterature in lingua inglese furono chiamate letterature del Terzo Mondo, denominazione anche questa discriminatoria e legata  ad un concetto convenzionale (geopolitico ed economico). Nel corso degli anni hanno preso gradualmente piede altri nomi quali letterature di espressione di lingua X letterature del paesi di lingua X (dove X sta per la lingua europea, ad esempio, di espressione portoghese, inglese e così via) che nascondono, sotto l’apparente neutralità, un discorso di separazione fra Centro (economico e politico) e periferia, nonché una gerarchia di importanza, oltre ad includere nello stesso miscuglio la produzione letteraria (o artistica) dei vari paesi che è accomunata soltanto dalla lingua (ignorando persino le variazioni linguistiche). In verità, tutte queste disquisizioni su possibili definizioni, nomenclature, categorizzazioni e scansioni temporali, sembravano quasi riflettere il bisogno (più spiccatamente occidentale) di tenere sotto controllo qualcosa che ormai il vecchio Centro non poteva più contenere. Inoltre, solo negli anni ’90 si cominciò ad intravedere la formazione ufficiale di una critica post-coloniale che si affiancava alla produzione e alla lettura della sopra citata nuova letteratura.

J.  L. Borges scrisse: «A me non interessano i movimenti letterari né le scuole, ma l’individuo. Non penso alla poesia in termini storici. La poesia mi tocca profondamente ma non mi do la pena di conoscere l’appartenenza di un autore a una scuola, né di ricollocarlo in questo o quel secolo».  In veste di lettrice e fruitrice, mi trovo d’accordo sotto certi aspetti con tale asserzione, tuttavia, se è vero che da una parte che gli scrittori producano letteratura con la coscienza di appartenere a questa o quell’altra corrente, è anche vero che il tempo storico, gli eventi e le circostanze incidano pesantemente sul modo di poter fare arte ed esprimersi. Analogamente, è indubbio che tempi di schiavitù (fisica o morale che sia), c’è una parte di individui che non può né produrre né fruire l’arte.

Secondo Wilfred Cartey, critico di letteratura caraibica, la letteratura è influenzata dalla relazione fra individuo e ambiente circostante, perciò le letterature postcoloniali risentono del colonialismo, del trans-culturalismo, delle migrazioni, dalla resistenza e dall’oppressione: egli sottolinea come esista un profondo e inestricabile legame fra Storia e letteratura.

Human culture has no centre. The Earth does have a physical core, which may well encompass the source of the planet’s geomagnetic field, but that geographical core has no cultural counterparts. […] Whether we reason religiously or secularly, we must concede that intelligence is indeed the shared patrimony of all humanity. We can satisfy ourselves that beauty, talent and strength are the monopoly of no particular country, people or race. We live in a world characterised by unequal development and unbalanced relations of force. Only a few countries partake of the core of economic and political power that largely dictates the lives and deaths of people everywhere. […] Some countries inhabit the centre and many resides on the margin.”  di Silvio Torres-Saillant in Caribbean Poetics toward an aestetis of west Indian literature.

Gli studi postcoloniali sono stati alla base del crescente interesse nei confronti delle letterature postcoloniali, nonostante la nascita della critica letteraria postcoloniale si sia ufficializzata solo negli anni ’90.
Ad esempio, la teoria postcoloniale di Homi K. Bhabha ben si adatta al testo letterario, in particolare quando egli parla di ibridismo per superare la dialettica formale del linguaggio coloniale delle opposizioni (centro-periferia ecc.) in modo da creare:

“A space of translation, a place of hybridity, figuratively speaking, where the construction of a political object is new, neither the one nor the other… The challenge lies in conceiving of the time of political action and under standing as opening up a space that can accept and regulate the differential structure of the moment of intervention without rushing to produce a unity of the social antagonism or contradiction”.

L’approccio classico agli studi letterari occidentali non è completamente applicabile a quello degli studi delle letterature postcoloniali degli altri paesi, a causa di un problema di discontinuità con il passato e di reperimento delle fonti e del materiale. Innanzitutto, esiste un vuoto in relazione ad alcune epoche storiche, principalmente tutta la parte dell’antichità e un’ipotetica età classica parallela delle civiltà indigene dei Paesi colonizzati. La storia degli ex-paesi colonizzati raccontata nei libri di testo di facile reperibilità comincia dall’età moderna e dal colonialismo con l’epoca delle esplorazioni e delle scoperte, ovvero quando essi entrano nell’orbita della storia occidentale, il momento che rappresenta il punto di incontro nella storia. Certo, nella tradizione della letteratura non era troppo complicato trovare una variegata documentazione sulle civiltà precolombiane sudamericane e su alcune civiltà Africane ai tempi delle esplorazioni, ma in generale si tratta di qualcosa di poco esaustivo e, fatto più importante, non erano mai gli indigeni a parlare della propria storia, bensì gli erano libri scritti dalla mano occidentale. Purtroppo non era interesse dei colonizzatori conoscere la storia e le origini dei popoli colonizzati quindi, una volta insediatosi il potere, nessuna – o semmai scarsissima – attenzione è stata posta sulla storia precedente. È stato necessario attendere il XX secolo e l’era della decolonizzazione per trovare delle attività di studio del territorio, di scavi archeologici sui territori decolonizzati che si sono installati con estrema fatica. Si aggiunge a questo il problema dell’azione distruttiva delle guerre, sia coloniali che di decolonizzazione e postcoloniali, che hanno devastato superfici molto estese di territori, cancellando gran parte delle tracce dei tempi più antichi.

Come scritto in precedenza, se il colonialismo è uno degli elementi dell’esperienza comune di alcuni paesi del globo, allora dev’essere anche possibile individuare alcuni caratteri condivisi della produzione letteraria dei paesi post-coloniali:

  1. La riscrittura e il racconto della Storia, poiché la conquista e la colonizzazione di gran parte del mondo da parte delle potenze europee ha determinato una peculiare struttura che ha visto per secoli l’Europa al centro di una fitta rete di territori comunicanti e costituenti i nodi di una estesa periferia.
  2. Libertà/emancipazione/indipendenza, poiché si tratta di una letteratura che affonda le proprie basi nell’atto di resistenza contro un potere accentratore.
  3. La definizione e l’uso di nuovi canoni, oppure l’eliminazione di questi, in opposizione alla tradizione letteraria definita dall’Occidentale.
  4. Esuli e luoghi di frontiera, poiché il colonialismo è stato responsabile dei più grandi spostamenti di masse della popolazione della storia del Mondo (tratta degli schiavi, lavoratori a contratto, migrazioni), pertanto gli eroi postcoloniali, il più delle volte, sono degli esuli (che non percepiscono in alcun modo l’appartenenza al paese in cui sono nati), emigrati o viaggiatori alla ricerca di qualcosa (della terra di origine, della cultura ecc.) e, sovente, condannato al dramma della continua ricerca del ritorno. In questo senso, in ambito anglofono si parla di letteratura Translational per indicare l’impossibilità di definire i luoghi di ambientazione (rootlessness).

Le letterature postcoloniali, al contrario delle letterature nazionali, nascono e si sviluppano su un territorio contaminato e influenzato dall’azione di molteplici identità nazionali e trans-nazionali. Esse nascono in un ambiente non multiculturale (dove più culture condividono lo stesso territorio), bensì misti-culturale, ovvero dove, per dinamiche di potere, dominio e subordinazione, c’è stata una curiosa sovrapposizione e fusione. Le letterature postcoloniali sono letterature di confine, ibride, così come la lingua di cui si servono per esprimersi.

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3. Letteratura Coloniale versus Letteratura Post-Coloniale

Andare a ricercare le origini delle letterature postcoloniali significa necessariamente fare i conti con la storia del colonialismo moderno, ovvero quel fenomeno attraverso il quale una considerevole parte della superficie terrestre è stata controllata, dominata e riorganizzata dal centro europeo. In questo contesto si sviluppa un sistema di linguaggio binario, fatto di opposizioni, che deve giustificare un rigido rapporto fra gli individui (fra potere e subordinazione) e che in ambito letterario di esplica nella seguente maniera: il colonizzatore è sempre il narratore e i colonizzati sono i narrati.

peregrinaçaoStoricamente, su tutte le navi che partivano dall’Europa verso l’esplorazione e la scoperta del mondo c’erano gli scrivani, personaggi che rivestivano un ruolo fondamentale, generalmente mandati dalla corte reale o dai benefattori e finanziatori dei viaggi. Il loro compito principale era quello di riportare in forma scritta quanto accadesse a bordo, le avventure e disavventure delle navigazioni e le scoperte. Particolare attenzione era riservata alla narrazione degli sbarchi e alla descrizione altamente minuziosa dei nuovi incontri di luoghi e di persone. La loro attività di scrittura, oltre all’importanza svolta nella registrazione delle nuove scoperte, serviva per render conto dell’utilità e dei successi delle imprese a coloro che le finanziavano  e le supportavano (in primo luogo, sovrani o mercenari).

Così la letteratura coloniale si inaugura attraverso una serie di opere di grande interesse prodotte dagli scrivani europei e non erano rari i casi in cui questi ultimi acquisirono una rilevante fama in ambito internazionale. Gomes Eanesde Zurara fu uno dei principali cronisti del re João II di Portogallo a documentare la presenza portoghese sulle coste dell’Africa occidentale durante il XV secolo, nonché i primissimi rapporti di scambio, commercio e traffico di schiavi neri. Fra il 1455 e il 1456, i cronisti Cadamosto e DiogoGomes lasciarono importanti informazioni scritte relative alla traversata del fiume Gambia che segnò l’accesso ai territori interni. Hassan al-Wazzan fu un moro, di origini arabe nato a Grenada, un grande esploratore e geografo che, una volta catturato dai pirati spagnoli durante una delle sue numerose escursioni, su portato a Roma e consegnato al Papa Leone X. Proprio in Italia egli si dedicò alla scrittura di un’opera di grande valore storico-letterario, Descrizione dell’Africa, che documentata tutto quanto aveva appreso durante i suoi viaggi.
DiFernão Mendes Pinto si ricordano ancora oggi le cronache raccolte nell’opera intitolata Peregrinação, pubblicata nel 1614, ovvero una trentina di anni dopo la morte dell’autore. Tanto surreali dovettero apparire le descrizioni dell’opera in questione ai lettori dell’epoca (ed è evidente che questo accadesse per la gran parte delle cronache di viaggio) che per anni circolò il famoso gioco di parole che utilizzava il nome dell’autore stesso: “-Fernão mendes? – Minto.” (letteralmente “-Fernando menti? – Mento.”).

Carta Pero Vaz de Caminha, 1500.

Carta Pero Vaz de Caminha, 1500.

L’inizio della letteratura coloniale è legata pertanto ad uno scopo utilitaristico e di supporto alle strategie economico-politiche dell’epoca moderna. Per fare un esempio, l’atto di nascita della letteratura brasiliana è sancito dalla lettera redatta per il re Manoel da Pero Vaz de Caminha, scrivano a bordo della nave capitanata da Pedro Alvares Cabral, con cui fu ufficializzata in Europa la scoperta del Brasile nel 1500.

Altro esempio, la letteratura nord-americana ha un lungo periodo  che va dal 1607 al 1810 in cui si  considera letteratura coloniale, fatta dagli europei che emigravano nelle terre d’oltreoceano, inaugurata da A True Relation of Such Occurrences and Accidents of Noate as Hath Hapned in Virginia del capitano John Smith (1608).

A partire dagli anni ’60 del XX secolo, sotto le spinte dei movimenti indipendentisti delle colonie europee, la letteratura cominciò a prendere una nuova direzione e in questo periodo si ripresero le opere coloniali per inaugurare il recupero delle storie dei paesi soggiogati all’imperialismo moderno.

Le prime generazioni di intellettuali di una certa influenza che cominciarono ad essere etichettati con postcoloniali furono gli abitanti dei territori colonizzati in fase di decolonizzazione, formatisi in scuole coloniali (dipendenti o indipendenti) e laureati generalmente nelle università occidentali (oppure, quando già erano presenti le università nei territori ancora coloniali, queste dipendevano comunque dalla madrepatria); menziono a proposito le grandi diaspore degli anni ’50 e ‘60 dai Caraibi e da parte dell’Africa verso i Paesi europei e verso le prestigiose università, con o senza le varie borse di studio disponibili e indette dalle istituzioni.

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4. Produzione letteraria, stampa e diffusione

La produzione letteraria, per essere considerata tale e per essere ‘fissata’ nello spazio e nel tempo, ha bisogno di essere stampata, (ri)prodotta e diffusa. In caso contrario, si parlerebbe al massimo di tradizione orale, che però ha dinamiche di diffusione diverse da quelle della letteratura scritta.

Il secolo XIX fu scenario di molteplici cambiamenti nel mondo coloniale, in primis l’abolizione ufficiale della schiavitù (sebbene non la reale fine di questa), la fine della tratta degli schiavi dall’Africa, il nuovo assetto economico, le migrazioni forzate di massa dei lavoratori a contratto dall’Oriente (principalmente originari da India e Cina). Cominciò quindi ad insinuarsi con difficoltà la letteratura postcoloniale, ovvero una nuova letteratura prodotta dai coloni scritta per i coloni e che parla dalla prospettiva del subordinato. La difficile insinuazione non esclude una fase in cui i coloni scrivono con un atteggiamento di asservimento e rispetto del potere coloniale. Tuttavia, l’obiettivo è ormai destinato a spostarsi dal dominante al subordinato che diventa soggetto attivo e non più passivo, narrante anziché narrato. La posizione di servilismo nei confronti del potere coloniale è pian piano soppiantata da un tipo di scrittura ‘armata’ che si oppone al dominio. Potrebbe tuttavia stupire come una grande parte dei primi scrittori postcoloniali nel corso dell’800 e per buona parte del ‘900 non abbia  opere scritte nonostante la militanza in ambito culturale-letterario, da cui deriva uno dei motivi di difficoltà di reperimento dei testi letterari.

L’abolizione della schiavitù è stato probabilmente l’evento determinante per l’avvento della letteratura postcoloniale. Il soggetto colonizzato sotto schiavitù non aveva, per ovvie ragioni, la possibilità di scrivere, poiché passava la maggior parte del tempo nelle piantagioni o comunque a lavorare e perché era preso da problemi ben più pressanti: la povertà, la mancanza di libertà, la mancanza di spazio; di dice che la letteratura si scriva meglio a stomaco pieno e non è un’idiozia. Però è anche vero che la fine della schiavitù lascia gli strascichi della diversità (e della paura che questa si possa ribellare, si veda una delle interpretazioni del Frankenstein di Mary Shelley), del razzismo nei confronti del nero o del mulatto, che lascerà l’ex-schiavo in condizione di subordinazione, la quale sarà alla base di tutti i movimenti successivi di lotta etnica e di classe.

Un altro problema è proprio la stampa in epoca di non-digitalizzazione delle informazioni. La letteratura ha bisogno di essere stampata per poter essere riconosciuta, divulgata e letta su larga scala, affinché non rimanga piuttosto una sorta di ‘opera privata’. Lo sviluppo del settore della tipografia e della stampa nelle colonie è stato ritardato per ovvi motivi, non essendo l’interesse del dominio coloniale. Anche quando la stampa cominciò ad distribuirsi nelle colonie, la libertà di azione e di pubblicazione locale rimase limitata: potere, propaganda e censura sono gli elementi per un buon potere centrale.

Segue una raccolta di informazioni che, per sommi capi, fornisce un’idea molto sommaria dell’attività di stampa sui territori. Menzionerò soltanto gli esempi più rilevanti (o dei quali sono riuscita a trovare registri e annotazioni), ma si tratta di una questione globale.

In generale, nelle colonie le primissime stamperie rudimentali si installarono per opera delle missioni religiose che cominciarono a stampare testi di racconti e poesie della tradizione orale moralmente utili alla comunità religiosa. Fra le più antiche, in Sudafrica nel 1823 viene fondata la storica Lovedale Press.

Durante la prima metà del XX secolo in Nigeria le autorità coloniali introdussero la distribuzione delle prime riviste locali a scopo informativo e propagandistico. Comunque, le riviste più prolifiche furono quelle di tipo indipendente, fondate dal XX secolo in poi (con un’intensificazione a partire dal periodo successivo alla I Guerra Mondiale) individui che possedevano una discreta somma di denaro da investire e che collaboravano con gli scrittori locali, al fine di promuovere i lavori di Negritudine e Pan-African.

A Capo Verde nel 1936 Baltasar Lopes avviò una rivista che ebbe un grande impatto locale, Claridade.

I territori oltreoceano vantano un’ampia fioritura di riviste e giornali letterati. Nella Guyana inglese degli anni Quaranta il poeta A. J.Seymour fonda la rivista Kyk-Over-Al; nel 1929 nasce Trinidad che durerà un anno, nell’omonima isola caraibica, seguita da The Beacon (1931-1933) in cui collaborano, senza distinzione di provenienza sociale.

Gradatamente cominciarono a svilupparsi delle riviste sempre più specializzate, specie in ambito accademico, al fine di raccogliere la produzione dei giovani talenti emergenti (ivi venivano pubblicati racconti e poesie degli artisti). Un esempio è rappresentato dalla rivista studentesca The Horn (Ibadan, Nigeria 1958-1964) e Penpoint a cura del dipartimento di inglese dell’università di Makerere (1958).

Le riviste ebbero una specie di attiva diffusione, mentre i libri cominciarono ad essere stampati nella madrepatria per poi poter essere successivamente stampati nei confini dei territori coloniali.

 

 


5. Post-modernismo, Neocolonialismo e Letterature Senza Frontiere

Che tipo di funzione svolge la letteratura oggi, in età post-moderna, nei tempi della globalizzazione?  Come si è evoluta la critica della letteratura postcoloniale e la critica della letteratura contemporanea?

In verità, più che di letterature postcoloniali, sarebbe forse opportuno parlare di letterature di resistenza, di diversità, di anti-globalizzazione originariamente formatesi in risposta al potere e all’imperialismo che per secoli ha dominato il globo terrestre.

Le letterature postcoloniali sono multilingua, di conseguenza offrono delle ricchezze di contenuti ed espressioni linguistiche e culturali. La lingua, una volta de-colonizzata (ovvero lasciata al territorio di colonizzazione dopo la liberazione dal potere straniero) è uno spazio creativo in cui essa si riformula sulla base di molteplici influenze. In effetti, lo scrittore postcoloniale il più delle volte conosce (parla e scrive) almeno due lingue, quella autoctona – o il creolo- e quella “ricevuta” dau colonizzatori. Dunque, le letterature postcoloniali attraggono l’attenzione di tutti coloro che hanno interesse nel campo linguistico e dello studio delle lingue.

Le letterature postcoloniali, sin dagli albori della loro formazione, si alimentano di storia, di teorie e pensieri, abbracciando diverse problematiche in ambito multidisciplinare. quindi non interessa solo gli addetti allo studio delle lettere e delle lingue. Infatti, gli scrittori postcoloniali hanno delle responsabilità, hanno la possibilità e il compito di parlare di altro nel modo in cui preferiscono farlo (attraverso una narrazione imparziale o una documentazione, una denuncia, ecc.). Talvolta essi si ritrovano a svolgere il lavoro degli storiografi, altre volte persino quello dei politici, degli amministratore, degli economisti, dei sociologi e tanto altro. Lo scrittore non deve soltanto scrivere finzione, spesso si ritrova davvero a dover riscrivere la storia dei paesi decolonizzati (e neo-colonizzati); per conseguenza, i testi di letteratura postcoloniale rappresentano degli importantissimi documenti storici dei paesi a cui appartengono, un patrimonio di altissimo valore.
Lo smantellamento del sistema coloniale moderno all’alba dell’era post-moderna ha senza dubbio tolto all’Europa la possibilità di occupare una posizione centrale, destabilizzando gli equilibri immaginari del globo che si reggevano su fittizie leggi di potere, ed ha introdotto nuovi protagonisti della storia. Tuttavia, il mondo moderno ha lasciato una pesante eredità al mondo contemporaneo. Il colonialismo e l’imperialismo, anziché scomparire, hanno semplicemente cambiato maschera e si sono trasformati in altre forme di potere e di egemonia, come ad esempio la Globalizzazione e il Neocolonialismo.
La teoria postcoloniale, oltre ad essere di recente formulazione, è ancora in fase di elaborazione e di scoperta. Tale teoria ha scosso una buona parte della conoscenza tradizionale e ha lanciato gli impulsi per la revisione e la riscrittura della storia.
A mio parere, l’interesse per la disciplina del post-colonialismo e l’applicazione di questa in ambito umanistico multidisciplinare sono il primo passo per la comprensione del passato e del presente, delle problematiche che influenzano la nostra vita e quello che ci circonda, nonché della convivenza con gli altri.

Le letterature contemporanee che mettono in risalto certi aspetti del mondo post-moderno possono essere poste in una nuova categoria generica che, da esser chiamata Letterature Postcoloniale, ha assunto un nuovo nome, quello di Letterature Senza Frontiere. Il termine è stato proposto da un gruppo di intellettuali nell’ambito di studi trasversali delle Letterature Comparate. Quest’ultima, infatti, è un’ampia branca specifica della letteratura che si basa sulla natura interdisciplinare e multi-sfaccettata degli studi letterati dei vari territori geografici ed ha svolto un ruolo fondamentale nella (ri)scoperta e nello studio delle letterature dei territori ex-colonizzati.

 

Riprendendo il titolo che ho voluto scegliere per il primo paragrafo di questa pagina e volendo chiudere il cerchio di queste divagazioni, la letteratura è un’arma potentissima in quanto è arte, creazione, essa fa uso di molteplici linguaggi per comunicare e veicolare una quantità indefinita ed incalcolabile di informazioni. La letteratura è una fondamentale fonte di conoscenza, attraverso la quale è possibile rompere gli ostacoli, le barriere geografiche e culturali che dividono, separano e differenziano la popolazione sul territorio globale. Infatti, è proprio dell’impulso creativo artistico che sembra ovvio che debba esserci qualcosa che caratterizza tutti esseri umani, qualcosa di universale, ed è evidente che gli elementi di diversità (cultura, lingua, etnia, religione, ricchezza e quant’altro) sono solo soggette a delle sovrastrutture sociali che possono separare o discriminare. L’arte permette di contemplare la natura umana come una condizione condivisa, sia nella sua uguaglianza che nella sua differenza.


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