Postcoloniale/Postmoderno

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Raccolta di appunti

1. Introduzione: Colonialismo/Postcolonialismo/Neocolonialismo

*Gli appunti inclusi in questa sezione hanno la funzione di riordinare e raggruppare appunti raccolti fra letture, ricerche e approfondimenti di vario genere in ambito post-coloniale, non pretendono essere completi ed esaustivi nell’argomento trattato.

“Post-colonialismo” è un termine complesso e dibattuto, vasto e contorto, si riferisce a vari fenomeni sociali, politici e culturali. Il termine ha conosciuto un’evoluzione nel corso del tempo, e di questaho raccolto di seguito qualche traccia.

Prima della sua istituzionalizzazione accademica, l’aggettivo post-coloniale si riferiva a tutto ciò che si collegava cronologicamente dopo la decolonizzazione delle ex-colonie, e il graduale processo di smantellamento del sistema dell’imperialismo moderno. Il Colonialismo ha caratterizzato l’assetto del Mondo Moderno a partire dal XV secolo, inaugurato da una serie di dinamiche e di strategie politiche ed economiche che hanno portato alla costituzione del capitalismo e degli imperi coloniali occidentali: le esplorazioni delle coste dell’Africa Occidentale,  i primi contatti fra l’Europa e l’altro, i viaggi transatlantici alla scoperta dell’America , le strage degli indios, le conquiste territoriali. Mentre il colonialismo moderno ha avuto un termine conclusivo, il Postcolonialismo e il Neocolonialismo sono processi ancora ampiamente in corso nel mondo contemporaneo.

L’inizio del processo di decolonizzazione è coinciso con l’inizio di movimenti sociali e culturali che si sono andati ad imporre al potere centralizzato e si è successivamente concretizzato con il graduale smantellamento degli imperi coloniali e delle sue infrastrutture. Tuttavia, si tratta di un complesso processo che deve necessariamente articolarsi e svilupparsi attraverso una serie di fasi, fra cui quelle di riconoscimento, maturazione, lotta per l’indipendenza, liberazione,  (ri)formazione dell’identità, cambiamento sociale/economico/politico.

Per certi versi, non è errato dire che postcoloniale si lega strettamente al concetto di post-moderno o contemporaneo. In ambito letterario si dirà che, per conseguenza, la letteratura postcoloniale è una delle letterature contemporanea. Quindi tutte le letterature contemporanee sono letterature postcoloniali (e, analogamente tutti gli scrittori contemporanei  sono scrittori postcoloniali)? Naturalmente no. Le letterature e gli scrittori postcoloniali trattano dinamiche e questioni legate al postcolonialismo inteso come fenomeno sociale, processo politico e culturale. Non tutta l’arte e la letteratura è postcoloniale, tuttavia nulla vieta che tutto (o quasi) possa essere interpretato e visto in chiave postcoloniale, ovvero attraverso un’analisi critica postcoloniale. Il postcolonialismo è una teoria, una disciplina complessa, se si vuole persino una forma di interpretazione del mondo contemporaneo.  Naturalmente, occorre prendere le dovute precauzioni nei confronti di qualsiasi tipo di categorizzazione astratta e convenzionale.

L’Occidente si era reso conto di non essere solo con la scoperta del Nuovo Continente e le esplorazioni del Cinquecento, ma all’epoca la questione era stata ‘risolta’ con la piena presa del potere e il colonialismo. Da quel momento in poi l’Occidente ha etichettato l’altro, lo ha localizzato geograficamente al di fuori del proprio territorio, lo ha emarginato e connotato negativamente al fine di giustificare il suo dominio e impugnare la penna per scrivere la Storia a proprio favore. Il potere, il monopolio economico e culturale, il controllo e la gestione delle strutture, il controllo dell’educazione, della stampa e della cultura coloniale ha controllato e ostacolato lo sviluppo indipendente delle colonie e ha irrimediabilmente deviato il corso della Storia e stabilito il destino dei popoli.

Per contro, lo smantellamento del colonialismo obbliga ad affrontare l’altro, il fantasma del passato che non ha smesso di essere presente nel corso dei secoli. La fine del colonialismo stabilisce l’inizio di un’epoca in cui il subalterno/l’ex-dominato non è più disposto  tacere. Il postcolonialismo è un processo multilaterale che implica la ridefinizione dell’identità di tutte parti coinvolte: non solo i Paesi divenuti indipendenti devono costruire la propria l’identità precedentemente smembrata dal colonialismo, ma anche l’Occidente deve necessariamente cambiare. In tutto questo il canone occidentale che fino ad un certo momento aveva regnato sovrano, comincia a diventare inadeguato.

Tuttavia, il processo di decolonizzazione politica e l’indipendenza delle ex-colonie sono stati appena delle reazioni di resistenza contro l’egemonia e contro il potere europeo in Africa, Asia e America. Sia la fine della prima che della seconda guerra mondiale (e l’indebolimento delle potenze europee) dettero nuovo carburante al motore dell’indipendenza delle colonie e dei movimenti di rivoluzione contro il potere imperiale; un ruolo importante fu esercitato anche della rivoluzione bolscevica del 1917 e dal movimento di emancipazione delle borghesie nazionali. Si ricorda che molti coloni erano stati chiamati per combattere in nome della madrepatria durante la seconda guerra mondiale; una volta rientrati in patria, erano più pronti a mettere in pratiche le esperienze accumulate in esercito con rinnovato spirito patriottico.

La Terza Internazionale – ovvero l’organo di coordinazione dei partiti socialisti nel mondo – costituitasi nel marzo del 1919, rappresentò un potente stimolo alle lotte rivoluzionarie in Asia e Africa. Nel secondo congresso dell’Internazionale comunista, Lenin pose per la prima volta la questione dell’emancipazione nazionale dei paesi coloniali, in stretta connessione con l’emancipazione del proletariato nei paesi capitalistici, cioè in termini di lotta di classe, raccomandando la stretta alleanza dei movimenti di liberazione coloniale con la Russia sovietica.

Evento significativo, nel 1920 si svolse sotto Egidia dell’Internazionale il 1° Congresso dei Popoli Oppressi dell’Oriente a Baku, sul Mar Caspio, da cui risultò la prima ufficiale condanna all’imperialismo e al colonialismo, ma solo a livello formale e non pratico.

Dall’ideologia marxista provenivano anche determinate spinte: in essa il colonialismo è considerato una precondizione brutale per la liberazione delle società non europee e, nello stesso tempo, un agente di storia in società altrimenti stagnanti.

I movimenti di indipendenza post-coloniali si avvalsero anche dei punti evidenziati nel Patto Atlantico del 1941 stilato da Winston Churchill e Franklin Roosvelt, secondo cui le popolazioni hanno il diritto di scegliere le forme di governo sotto le quali vivere.

La fine della Seconda Guerra Mondiale ha visto il frantumarsi del tradizionale centro di potere, colpendo il cuore dell’Europa e lasciando che emergessero nuove potenze. Decisamente si è frantumato il dualismo centro-periferia per essere sostituito da nuovi nuclei di potere e di relazioni transnazionali, a svantaggio meno potenti. L’abbattimento del muro di Berlino (1989) e l’intensificazione della globalizzazione hanno contribuito alla formazione di un nuovo imperialismo e di nuovi tipi di interventi relativi al controllo dei territori subordinati. La formazione del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale hanno contribuito a rendere estremamente difficile – se non addirittura impossibile- l’inserimento e l’integrazione dei paesi ex-colonizzati nel mondo contemporaneo, lasciandoli in una posizione di estrema subordinazione e con un debito economico che non riusciranno a pagare.

Insomma, per comprendere l’epoca postmoderna è importante considerarne la complessità, e che molteplici fenomeni tendono per certi versi ad accavallarsi, tanto che la lotta di classe ispira l’emancipazione delle colonie, instaurando l’ideologia del subalterno che servirà pure per la lotta per l’emancipazione delle donne nel corso del secolo.

1.2. Postcolonialismo come disciplina: teorie postcoloniali

Formalmente gli studi postcoloniali si inaugurano nell’ambiente accademico all’avanguardia e dinamico anglosassone degli anni ’70 e si definiscono come degli studi trasversali e multidisciplinari (ecco appunto la difficoltà di definizione di cui accennavo precedentemente). Ad influenzare gli studi postcoloniali c’è il post-strutturalismo, la formulazione del discorso di Foucault, nonché le teorie sociali e politiche. Alla base degli studi c’è la comprensione del mondo contemporaneo, l’osservazione dei cambiamenti sociali in atto sia in loco sia altrove, le lotte per l’indipendenza, la pressione delle ex-colonie, le riot, la presenza sempre più massiccia di emigrati dalle ex-colonie sia nell’ambito della comunità, sia nell’ambiente accademico. I pionieri della critica postcoloniale che formularono le prime teorie innovative furono i membri della triade (che Robert Young ha denominato ironicamente “Holy Trinity”): l’americano di origini palestinesi Edward Said e gli indiani Gayatri Spivak e Homi K. Bhabha, di cui di seguito menzionerò i contributi chiave.

Edward Said si distingue per aver introdotto la nozione di Orientalismo (che ha dato il nome al suo famosissimo libro che raccoglie alcuni dei suoi saggi), con cui si indica un’ideologia fatta sostanzialmente di un insieme di valori, nozioni e stereotipi creata in ambiente europeo con cui ha preso il sopravvento e ne ha giustificato il dominio dei territori sottomessi.  Con l’orientalismo Said aspira alla possibilità di rivoluzionare i canoni della critica letteraria in favore del subordinato Oriente. Come anni dopo avrebbe sottolineato David Dabydeen, professore di letteratura caraibica nel Reno Unito, affinché le letterature non occidentali postcoloniali possano farsi spazio è necessario che queste passino prima attraverso la struttura e la critica occidentali. Il postcoloniale ha bisogno di recuperare un’identità ormai modificata, di ritrovare una nuova forma e legittimarla. Mentre l’occidente ha già una teoria e una prassi, tutto il resto del mondo non ha avuto modo di teorizzare e di ordinare la propria produzione.

Gayatri Spivak scrive un celebre saggio intitolato Can the Subaltern Speak? riprendendo il termine subalterno utilizzato da Gramsci nell’ambito della formulazione del concetto di egemonia, ma riadattandolo ed approfondendolo in termini di egemonia coloniale/postcoloniale, nonché al ruolo di subalterno della donna nella società. Ecco che il discorso postcoloniale si allarga e diventa non solo discorso avverso al colonialismo, bensì anche discorso del subalterno, della minoranza, dell’oppresso. Il postcolonialismo,  in questi termini, ha il dovere di dar voce a chi non ha potuto esprimersi e parlare sotto il gioco di potere ed egemonia: il subalterno deve rompere le restrizioni, trovare il proprio modo e spazio di oppressione. Tempo addietro, nel 1929, una rappresentante delle prime femministe, Virginia Woolf, aveva scritto il saggio A Room of one’s own in cui si afferma l’importanza del bisogno di uno spazio per la donna affinché possa scrivere e liberarsi dalle restrizioni della società patriarcale e dai limiti dell’inferiorità del genere.

Homi K. Babha, riprendendo anche le teorie psicoanalitiche lacaniane, introduce il concetto di nevrotismo della vita culturale delle colonie sulla base della mimicry o imitazione a cui le colonie sono sottoposte nei riguardi della madrepatria. I coloni impiantano la loro cultura nei territori colonizzati e la somministrano forzatamente servendosi anche di quel linguaggio fatto di termini opposti: centro VS periferia, colonizzatore VS colonizzato, egemone VS subordinato, Io VS altro. Il discorso coloniale da luogo a fenomeni sincretismo ibridazione che contribuiscono alla formazione della cultura postcoloniale che continua ad essere altro rispetto alla cultura imposta.

Un lavoro interessante e più recente che parla di teorie postcoloniali è il libro di Peter Hallward, Absolutely Postcolonial, writing between the singular and the specific stampato nel 2002 dalla Manchester Univesity Press. Secondo Hallward la teoria postcoloniale non ha un oggetto di studio definito, implicando ‘a constant slippage between signification and historical transition’ (un costante cambiamento fra significato e transizione storica); ecco la difficoltà di definizione.  Hallward distingue fra couter-colonial (contro-coloniale), ovvero un approccio conflittuale contro il colonialismo e il post-colonial (post-coloniale), ovvero un approccio pacifico le cui le parole chiave sono multi-identità, teoria itinerante fra spazi diversi, migrazione, diaspora, sintesi culturale e mutazione.

L’identità dell’essere si definisce e ri-definisce costantemente in rapporto all’ambiente circostante, alle condizioni storiche, politiche e culturali, di conseguenza è in costante mutazione. L’era postcoloniale è l’era in cui la Storia è sostituita dalle Storie e l’Occidente è sostituito dal Mondo. A poposito, più recentemente Ian Chambers sostiene il perpetuo movimento del cambiamento, il crescente multiculturalismo che va di pari passo con l’allargamento delle frontiere.

2. Il Postcolonialismo in Italia

Partendo dal fatto che il discorso postcoloniale si basa su un rapporto basilare di potere e subordinazione, le prime teorie postcoloniali anglosassoni presero esplicitamente ispirazione da un italiano, Antonio Gramsci, uno scomodo personaggio storico. Nel contesto dell’Italia fascista egli formulò delle interessanti teorie circa la questione di potere, dominazione e subordinazione, cosa che affliggeva profondamente il Paese. La maggior parte delle quali egli sviluppò durante il lungo periodo di detenzione in carcere a cui fu sottoposto nonostante non avesse commesso alcun crimine, se non quello di non aver taciuto. Secondo Gramsci, il concetto di egemonia del potere è la combinazione fra imposizione e consenso; la chiave vincente per il potere della classe dominante capitalistica è proprio la creazione del consenso della classe subordinata attraverso la diffusione di una strategica ideologia e che quest’ultima si diffonde in primis attraverso istituzioni sociali.

Nonostante l’indubbio e citato contributo gramsciano in ambito accademico d’oltremanica, gli studi postcoloniali arrivano  ufficialmente in Italia con almeno un decennio di ritardo rispetto alla nascita della disciplina in questione. Nell’ambito dell’Italianistica, la teoria postcoloniale italiana si poggia necessariamente su un corpus esistente e consistente in lingua straniera (prevalentemente inglese) da cui deve “tradurre”.  Diversamente, nell’ambito accademico italiano degli studi di anglistica, gli studi postcoloniali si basano su una teoria preesistente (ancora una volta, prevalentemente in inglese) e già sviluppata in campo accademico estero. Nell’ultimo decennio è stata introdotta nei dipartimenti di lingue straniere le discipline delle letterature dei Paesi di lingua inglese/portoghese/francese/spagnola che timidamente prendono il loro spazio dei rispettivi dipartimenti tradizionali di anglistica/lusitanistica/francesistica e iberica. Ho specificato ‘timidamente’ perché non si può cominciare a parlare di letteratura di Paesi  postcoloniali senza prima incominciare a introdurre la loro storia, o meglio, le storie del Mondo.

Inoltre, l’Italia non ha esperienza diretta di imperialismo coloniale oltreoceano (e quindi neanche di postcoloniale interno), di conseguenza la teoria sviluppata non ha sostanzialmente un modello ‘locale’ di ibridismo linguistico e culturale, di forme egemoniche e subalterne. In realtà, la teoria gramsciana rientra nel filone più specifico degli studi italiani della subalternità, dei rapporti fra Nord e Sud, della questione meridionale fra sviluppo e arretratezza. Insomma, il postcoloniale italiano è diverso.

Gli studi postcoloniali sono studi contemporanei e, sotto certi aspetti, un work in progress, in espansione e in via di definizione. Dall’altra parte, la situazione della ricerca in ambito umanistico, la difficoltà di reperimento dei fondi e dei finanziamenti e la precarietà degli esperti del settore e dei ricercatori certamente credo non ne agevoli un rapido e consistente sviluppo.

Fra i rappresentanti della teoria postcoloniale italiana cito Miguel Mellino che, fra le varie cose, ha discusso parecchio sulla valenza del prefisso –post e sull’ambiguità del postcolonialismo in sé:

“Lo stato nazione di recente indipendenza rende i frutti della liberazione disponibili solo selettivamente e irregolarmente: l’eliminazione del governo coloniale, nella maggior parte dei casi, non comportò automaticamente dei miglioramenti nella condizione delle donne, degli opera in e dei contadini. Il colonialismo non è soltanto qualcosa che accade al di fuori di un paese o di un popolo, non è solo qualcosa che avviene con la complicità di forza interne, perché una versione del colonialismo può anche essere duplicata dall’interno. Quindi postcolonialismo, piuttosto che un termine applicabile indiscriminatamente, risulta appesantito da numerose contraddizioni”.

Di Mellino segnalo una delle opere più complete intitolata La critica postcoloniale: decolonizzazione, capitalismo e cosmopolitismo nei postcolonial studies, nonchéun saggio disponibile online sulla questione del postcoloniale, delle sue ambiguità e delle sue accezioni: M. Mellino, La teoria postcoloniale come critica culturale.

***   

Concludendo questa breve introduzione al binomio colonialismo/postcolonialismo, il discorso postcoloniale tende dunque a ribaltare le regole stabilite in passato da un potere dominante (che è rimasto tale per secoli), a dare voce a chi è stato subordinato, alle vittime di esilio e di ingiustizia, a rompere le barriere della discriminazione nei confronti delle differenze e delle minoranze etniche, sessuali, religiose, economiche e culturali. Per writing back si intende la formulazione della risposta del subalterno. Approcciarsi al postcoloniale e adottare tale prospettiva significa voler capire la pluralità, ascoltare l’altro, accedere a più culture e più mondi.

Nonostante lo si possa analizzare sotto diversi aspetti, vedere sotto varie angolazioni e piegarlo in varie direzioni, il  postcolonialismo è un discorso ampio, alla base del quale mi piace pensare ci possa essere un progetto di comprensione, di comunicazione fra popoli e culture, un dialogo multiculturale a voci multiple, in sintesi, un progetto di pace.

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