Il realismo magico e “L’amore ai Tempi del Colera” – Rileggendo Márquez

È capitato che qualcuno, anche in qualche gruppo di lettura, azzardasse una timida domanda, non senza una punta di imbarazzo: “Ma cos’è il realismo magico?” Ci si ritrova spesso ad utilizzare questa “etichetta”, talvolta involontariamente o per ripetizione, per parlare di artisti associati a questa corrente. Pare che il tedesco Franz Roh, fu il primo a coniare il termine in ambito pittorico, per riferirsi a quelle forme che identificava come reali, ma che non si conformavano alla realtà quotidiana.

Quello che ho capito del realismo magico letterario è che si tratta di una narrazione fittizia fatta esclusivamente di elementi reali, ma che  nello stesso tempo risulta improbabile, o quasi. Le storie del realismo magico tendono a non avere alcun elemento fantastico; non compaiono personaggi “strani” o dalla natura semi-umana, né luoghi incantati o fantastici, magari di qualche ispirazione mitologica o leggendaria. Di solito ci sono città, paesi e persone che vivono i propri tempi, con i loro pregi, vizi e difetti; si fanno riferimenti a fatti storici realmente accaduti, ad individui davvero esistiti, e si mettono in risalto i tratti culturali del periodo di ambientazione. Il fascino del realismo magico forse sta proprio nell’ingannare i lettori, i quali si illudono di rimanere perfettamente con i piedi ben saldati per terra, per poi sorprendersi in altri spazi, tempi ed altre parole, mentre si stimolano i sensi e le emozioni.

Non credo sia un caso che il realismo magico abbia trovato terreno fertile in America Latina – secondo modi e densità variabili, chiaro – e che abbia successivamente rappresentato un’importante fonte di ispirazione per il resto del mondo. D’altronde si parla di una di quelle terre che hanno dovuto fare i conti con il mito (o con il discorso) della “scoperta“, ovvero la distorta concezione culturale che fa cominciare tutto (la propria storia o esistenza) dopo l’arrivo degli europei. In effetti, qualcosa è cominciato dopo quella scoperta che segna un po’ un punto del non ritorno, ovvero una deviazione storica fatta di –ismi (colonialismo, ibridismo, schiavismo), di mescolanze e censure culturali, di lotte contro i vecchi poteri e i nuovi liberalismi.
Guardiamo cosa la storia ha prodotto: colonialismo e indipendenza, dittature, colpi di stato, esiliati, scomparsi, sviluppo economico e variabili dipendenze, emigrazione e immigrazione. Ed è come se ad un certo punto tutte queste influenze e correnti abbiano intensificato il modo di percepire, sentire, vivere e morire, sia nel bene che nel male. La passione latina, la violenza, la vibrante scena culturale, le acute differenze sociali, le contraddizioni e le bellezze, sono inevitabili espressioni di questa storia. 

CaptureL’amore ai Tempi del Colera è un romanzo di Gabriel Garcia Márquez del 1985, postumo rispetto al premi Nobel dello scrittore colombiano, in cui è possibile leggere ed assaporare questo realismo magico introdotto poc’anzi.

Mettere in primo piano soltanto la bellissima e dannata storia d’amore, almeno a mio avviso, non rende giustizia a quest’opera, risultando riduttivo e inaccurato. I temi del romanzo sono molteplici, stratificati ed incatenati dalla scrittura elaborata e scanzonata dell’autore.

L’infezione del colera, di per sé, non rappresenta un fatto cruciale, ma è centrale l’accostamento fra amore e malattia, e in questo caso si tratta del colera che circolava al tempo degli eventi. I, realtà, quest’ultimo andava in giro per il mondo da parecchi decenni, facendo scoppiare numerosi e sparsi focolai, disseminando la paura del contagio che portava talvolta a puntare il dito contro alcuni gruppi etnici. Come spesso accade, gli strati più poveri della società erano maggiormente colpiti dall’infezione e ne pativano i danni e le ripercussioni.

Il marcante fatto di cronaca nera del suicidio di Jeremiah de Saint-Amour, in prua del romanzo, è l’espediente che introduce un tema portante, ovvero quello della contrapposizione fra essere e apparire o, in altre parole, fra identità individuale e rappresentazione sociale. In questo primo caso, Jeremiah nasconde la sua vera identità di rivoluzionario e rifugiato delle Antille sotto l’apparentemente calma attività di fotografo e appassionato di scacchi.

Tuttavia, al contrario delle aspettative iniziali, Jeremiah scompare quasi subito per ritornare solo nelle ultime pagine del libro, senza però dare alcun contributo di impatto alla storia. Dunque, una forza centrifuga sposta i lettori su altri dettagli ed altri fatti.

Florentino Ariza è uno dei tanti figli bastardi dell’epoca, cresciuto dall’amorevole madre e sotto la benevolenza del ricco zio paterno, da cui erediterà, ma solo in età matura, il controllo dell’importante Compagnia Fluviale caraibica. Si innamora perdutamente della coetanea adolescente, Fermina Daza, orfana di madre e centro dell’attenzione di suo padre, un immigrato spagnolo a capo di una corrotta attività lavorativa, nonché impegnato a procacciarsi un genero di alto rango per un vantaggio personale. 

Sia pur ricambiando l’attrazione ed infiammata da una fervente passione nei confronti di Florentino, anche se quest’ultimo è ben lontano dai canoni di approvazione del padre, Fermina infligge severamente due vigorosi rifiuti a Florentino, il primo dei quali la conduce ad un matrimonio convenzionale con il medico di grande fama locale, Juvenal Urbino. Il ripudiato amore passionale diventa per Fermina un fantasma, e trasforma Florentino in un’ombra, tentando di cancellarne l’esistenza, ma che inizia a costituire proprio l’anello magico della sua vita reale, cagionandole un profondo dolore.

L’atteggiamento di diniego di Fermina si contrappone con l’ostinazione patologica di Fiorentino, e tali elementi edificano una storia lunga più di mezzo secolo, in cui le vite dei due personaggi certamente si separano, ma continuano ad interferire costantemente l’una con l’altra.  

Da una parte il composto perbenismo della vita coniugale di Fermina, privo di moti passionali, dall’altra parte il licenzioso stile di Florentino, carnale ed impudente. Ad ogni modo, quest’ultimo rimane inverosimilmente fedele ed attaccato alla sua amata, con la promessa di riprenderla alla morte di Juvenal Urbino. Si delinea quasi una macabra attesa intrisa nel contempo di un profondo rispetto, poiché Florentino è pienamente cosciente dei pericoli di una donna adultera. 

Seppure credo che i riferimenti reali al luogo di svolgimento siano volutamente scarsi, quasi per rendere il romanzo più universale – i luoghi di Márquez sono ovunque– , si intravede una Cartagena dove confluisce un po’ di tutto: il trafficato porto, le strade e i locali formano un microcosmo, un andirivieni di gente, dai ricchi viaggiatori mondani ai rifugiati dei Caraibi, dai mercanti ai fuorilegge avidi di denaro.

La presenza di numerosi personaggi secondari serve a far slittare su piani diversi i vari temi, ed è interessante come questi – i personaggi-  abbiano una dimensione psicologica molto profonda, pur ricoprendo ruoli non-protagonisti. 

Sono le donne fi Florentino, le vedove che riscoprono la propria sensualità, i neri e mulatti dei villaggi marginalizzati, i mercanti ed i poveri di strada che parlano di altro.
Il clima multiculturale in cui alita lo spietato razzismo, la Colombia post-coloniale ancora fortemente fondata sulle strutture coloniali dell’Europa moderna e culturalmente dipendente da essa, l’inquieta incombenza del tempo e della morte, l’onore e il disonore in una società convenzionale, questi sono alcuni dei temi.

In conclusione, il realismo magico del romanzo non sta solo nell’improbabilità di un patto d’amore così profondo fra Florentino e Fermina, ma anche nel fatto che storia che non riesca mai a chiudersi, rimanendo sospesa in un mare aperto, proprio come se fosse anch’essa a bordo di quell’imbarcazione dove Florentino farà la sua dichiarazione eterna più importante e profonda.

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