Cannibali nell’arte, assimilarsi per rimanere diversi

Io sono trecento, sono trecento e cinquanta,
Ma un giorno alla fine io sarò d’accordo con me stesso…
Abbiamo pazienza, brevi ingoi,
Solo l’oblio è che condensa,
E dunque la mia anima servirà come riparo.
Mario de Andrade
Da Io sono trecento.

Fra il 11 e il 18 febbraio 1922 il Brasile celebrò la Semana da Arte Moderna  nel Teatro Municipale di São Paulo, un evento culturale di grande spessore che, oltre a marcare l’inizio del Modernismo brasiliano, collocò in posizione centrale il dibattito sulle espressioni e sulle produzioni artistiche della nazione, intrecciandolo alla questione politica, fra i fervori e le agitazioni sociali ed economiche, la crescita del capitalismo e la formazione delle nuove élite.

L’evento andò a coincidere, non casualmente, con la celebrazione del centenario dall’Indipendenza dal Portogallo, e fu inevitabile farne una questione di rilievo nazionale. Si trattava di una questione parecchio spinosa: cosa era cambiato dal Brasile coloniale a quello indipendente? 

La settimana dell’arte dette ampia libertà alle voci degli artisti che esercitavano la propria professione in loco, nonché di coloro che avevano avuto l’opportunità di viaggiare, transitando per l’Europa, e che si erano fatti avvolgere dall’onda dei movimenti e delle espressioni artistiche occidentali del giovanissimo XX secolo.

Fra i vari argomenti all’ordine del giorno -anzi, della settimana- c’era l’urgenza di disegnare i contorni dell’identità brasiliana, poiché era evidente che all’’indipendenza politica, già ampiamente raggiunta, non fosse corrisposta quella culturale. Facendo i conti con il passato storico, la precedente subordinazione coloniale e l’enorme assortimento culturale ed etnico del Brasile, la questione risultava particolarmente complicata. In cosa consisteva dunque la cultura brasiliana? Era forse un surrogato della cultura portoghese dalla quale era stata a lungo dipendente? Il paese della multi-cultura e della misti-cultura si ritrovava a dover tirare le somme di un secolo di indipendenza dal Portogallo con il quale, tuttavia, continuava inevitabilmente a condividere una consistente fetta della storia ed una parte del patrimonio culturale, principalmente per il segmento linguistico.

Fra i numerosissimi partecipanti della Semana da Arte, menziono alcuni dei rappresentanti più influenti per ciascuna categoria, poiché potrebbero dare spunto ad interessanti ricerche: Anita Malfatti, Cavalcanti, Yan de Almeida Prado, John Graz, Oswaldo Goeldi, per le arti figurative e la pittura; Victor Brecheret, Hildegardo Leão Velloso e Wilhelm Haarberg per la scultura; Antonio Garcia Moya e Georg Przyrembel in architettura. Inoltre, fra gli scrittori, menziono i fratelli Mário e Oswald de Andrade, Menotti Del Picchia, Sérgio Milliet, Plínio Salgado, che si distinsero fra tanti altri. La musica ebbe fra i principali rappresentanti Villa-Lobos, Guiomar Novais, Ernani Braga e Frutuoso Viana.

Continuando ad essere anche un Paese di immigrati, dall’Europa arrivavano in Brasile artisti e influenze artistiche fra cui quelle di avanguardia (Futurismo, Cubismo e Dadaismo), che contribuivano ad allargare la variegatura culturale ed etnica.

Sull’influenza del format dei manifesti artistici occidentali d’avanguardia, lo scrittore Oswald de Andrade nel 1928 elaborò il Manifesto Antropófago, in cui teorizzò una serie di concetti artistici il cui nucleo di origine era stato proprio il contesto della Semana da Arte di pochi anni prima e che circolarono ampiamente attraverso le opere d’arte e le riviste, fra cui la dedicata Revista de Antropofagia.

Di questo celebre Manifesto riporto alcuni estratti della traduzione dal portoghese di Luciana Stegagno Picchio:

“Solo l’antropofagismo ci unisce. Socialmente, Economicamente. Filosoficamente.

Unica legge del mondo. Espressione mascherata di tutti gli individualismi, di tutti i collettivismi. Di tutte le religioni. Di tutti i trattati di pace.

Tupy, or not tupy that is the question.

[…]Perché non abbiamo mai avuto grammatiche, né collezioni di vecchi vegetali. E non abbiamo mai saputo cosa fosse urbano, suburbano, marginale e continentale. Pigri nel mappamondo del Brasile.

Contro tutti gli imperatori di coscienza inscatolata. L’esistenza palpabile della vita.

[…]Avevamo già il comunismo. Avevamo già la lingua surrealista. L’età dell’oro.

Prima che i portoghesi scoprissero il Brasile, il Brasile aveva scoperto la felicità.”

Il manifesto termina con il riferimento, piuttosto provocatorio, ad un episodio del passato indigeno brasiliano, in cui il Vescovo Sardinha, un religioso in missione, passò nella storia come uno dei primi ad essere deglutito da un antropofago indigeno  nel municipio di Caeté nello stato di Minas Gerais nel 1554. Ebbene anche sì, fu questa una conferma del fatto che c’erano gli indigeni che divoravano i nemici umani:

Oswald de Andrade

A Piratininga.

Anno 374 dalla Deglutizione del Vescono Sardinha.”

In realtà il manifesto dice tantissime altre cose che questo piccolo estratto non si riportano, tuttavia, per il momento mi fermo qui.

O Abaporu, Tarsila do Amaral, 1928.

O Abaporu, Tarsila do Amaral, 1928.

Nel 1928 Tarsila do Amaral, moglie dello stesso Oswald de Andrade, donò al marito un quadro intitolato O Abaporu, che tradotto dal tupi-guarani significa “l’uomo mangia-persone”. Raffigurazione della teoria letteraria di de Andrade. La figura del nuovo soggetto brasiliano è quella di un cannibale che deglutisce la cultura straniera, la digerisce all’interno del proprio corpo, assimila ciò di cui ha bisogno e ne elimina le scorie. Il risultato di questo è un individuo che ha una nuova cultura, il risultato della combinazione dell’altro e di sé stesso.

Sotto questa prospettiva e dietro il filtro della teoria proposta, il Brasile non doveva puramente rifiutare la cultura europea, bensì doveva rielaborarla attraverso il proprio corpo: “divorare il nemico affinché le sue virtù passino a noi”, celebrando così la supremazia della differenza.

antropofagia-tarsila-do-amaral-1929-1344904831_orgRimanendo nell’ambito di questa fruttuosa collaborazione artistica fra coniugi,  Antropofagia fu il successivo prodotto artistico di Tarsila do Amaral del 1929. L’opera raffigura due corpi sullo sfondo di un paesaggio naturale tropicale; il sole è fatto a spicchi, quasi richiama un frutto, anch’esso tropicale; tutto risulta estremamente naturale. Uno dei due corpi è proprio l’Abaporu (il cannibale) dell’opera precedente. L’incrocio delle gambe e la vicinanza dei corpi tende a fondere i due soggetti in uno solo, ma essi rimangono comunque distinti.

Il cannibalismo brasiliano è una delle teorie elaborate nell’ambito delle letterature postcoloniali, nata in un paese che è stato il capostipite dell’indipendenza e che è stato di grande ispirazione durante i decenni successivi per i paesi africani  durante le fasi di organizzazione di ribellione anti-coloniale.

Giungo dunque al motivo per cui oggi ho deciso di mettere insieme alcuni appunti sul Modernismo brasiliano e, in particolare, sul Movimento Antropofago. Credo che la teoria dell’Antropofagia abbia uno slancio creativo e innovatore enorme e che si possa applicare bene in epoca contemporanea. La metafora con l’apparato digerente è interessante ed ha una forte carica emotiva. Con la globalizzazione e la circolazione su scala mondiale delle informazioni in tempo reale, anche l’arte rischia di globalizzarsi, di confluire in un unico stile. Al contrario, influenzarsi (piuttosto che contagiarsi) per rimanere diversi può implicare un considerevole arricchimento culturale, opposto all’appiattimento. L’antropologismo incoraggia all’assimilazione per rimanere diversi e pensarla diversamente; io non sono ciò che mangio, ma mi nutro di questo e ne ricavo beneficio.

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