Culture e storie- Riflessioni di preambolo (Parte 1)

Mi era stato detto di rimanere alla larga da certi quartieri, di evitare di salire sui mezzi pubblici, di guardarmi alle spalle, di tanto in tanto, per accorgermi qualora qualcuno mi stesse pedinando; mi avevano informato del pericolo delle comunissime rapine manoarmate, dei furti di beni di valore e persino di quelli d’identità. Dall’altra parte, però, ben poco mi avevano raccontato della situazione politica e, per mancanza di tempo o semplicemente per mia pura pigrizia , di altrettanto poco mi ero andata ad informare.
Non è assolutamente mia intenzione qui svalutare né minimizzare le avvertenze, che vanno  accuratamente tenute in considerazione.  Non incoraggio lo spirito di incoscienza né il rischio ad ogni costo. La prudenza salva dai rischi e dai pericoli sempre in agguato, concentrandosi ora in questo, ora in quell’altro luogo.

In verità, io stessa sono stata davvero alla larga di alcune zone, ho preferito le camminate diurne, ho ascoltato i consigli, ho cambiato strada seguendo persino delle sensazioni, ma, a dire il vero, non ho evitato i mezzi pubblici. Non ho evitato di assaggiare, di assaporare e di provare un posto ed una cultura diversa dalla mia, con un po’ di fretta dovuta al poco tempo a mia disposizione.

Non ho evitato di intrufolarmi nelle strade di San José, con candida curiosità e poca arroganza, cercando di coglierne l’essenza ed i contrasti, fra il fetore delle feci lasciate per strada, i profumi deliziosi delle panaderias locali e gli odori universali delle catene dei fast food, fra la libertà selvaggia della natura dei dintorni e le mille inferriate di case e palazzi, fra i segni di una povertà più prominente di quella alla quale sono abituata e quelli di un evidente sviluppo capitalistico in corso.

premessa (1)Un paese latino in un modo così terribilmente innaturale, che trasuda secoli di storia coloniale, di crocevia, di contrasto fra potere e sottomissione; così lontano eppure così vicino. Inevitabilmente, persino la lingua si è impreziosita di particolari variazioni, la sintassi ha seguito qualche percorso diverso rispetto a quello europeo; poca risulta l’influenza dell’immigrazione italiana in confronto ad altri paesi del Sud America.

Era vero quello che mi avevano detto prima che partissi, era vero quello che mi avrebbero raccontato dopo, devono essere state vere pure le mie percezioni personali. Devono essere vere le mille verità e le diverse prospettive.

Deve pur esserci sempre qualcosa di altro rispetto a quello che si dice, che si ascolta o che si vede: una sfumatura, una parola, una voce controcorrente, un pensiero fuori luogo e una speranza che trafigge  il buio.

Benché non sia questo il caso- la Costa Rica non è di certo uno dei posti attualmente più pericolosi del mondo-, forse in ogni cosa e in ogni situazione, chissà magari anche in quella più marcia ed oscura, sarebbe bene andare alla ricerca di quella differenza, sia pur piccola, se non altro per soddisfare un elemento di pura curiosità umana. Anche qualcosa che ha dovuto fuggire altrove perchè non avrebbe potuto vivere nelle condizioni di estremo pericolo.

Mi sono recentemente imbattuta in una casuale ed interessante lettura, una lettera aperta dello scrittore portoghese Walter Hugo Mãe all’amico e scrittore brasiliano Marcelino Freire, che scrive, a proposito di un Brasile contemporaneo attraversato da cambiamenti e tumulti:

Adesso il tuo paese, che tanto ho amato, mi fa paura. Per tutta la mia vita ho sognato di essere portoghese e brasiliano insieme, per appartenere a Machado de Assis e Fernando Pessoa. Ho sognato che il mio orgoglio venisse in qualche modo suggellato, come un matrimonio fatto con coscienza, con dedizione e amore profondo, per tutta l’eternità. Non avrei mai pensato alla paura. Sono contrito.

Hanno cominciato a vietare alle persone di essere nere, è vietato essere donne, hanno deciso persino di vietare di essere bambini. […] Ho dato così tante cose per scontato in merito alla pace, che forse ho dimenticato di scrutare il cuore, la vera dimora della guerra.

Pur non conoscendo tutti i retroscena, fra le righe della lettera scorgo le macchie  del sangue rappreso di Marielle e di quello ancora fresco di Ágatha. Tuttavia, più avanti nell’articolo, quando Walter Hugo Mãe si perde nella descrizione delle meraviglie e dei suoi bellissimi ricordi dell’amato Brasile, non dimentica di sottolineare l’importanza e il valore di quella differenza, del bello che deve necessariamente riuscire a sopravvivere e resistere a tutto il resto:

[…] Quasi non ho più paura. Indossalo pure tu il tuo vestito da supereroe e sopravvivi. Devi mantenere vive le meraviglie del Brasile. Non lasciare che esse svaniscano nel nulla. Se saremo in grado si resistere, la nostra sensibilità sarà un brillante esempio, ed allora saremo ancora più belli degli attori nei film americani. Caro Marcelino, ce la faremo.

***

L’articolo che seguirà alla pubblicazione del presente (Parte 2, non necessariamente l’ultimo della serie) non sarà un tipico itinerario turistico, d’altronde sul web se ne trovano già in abbondanza. Bensì ho deciso di proporre un piccolo percorso attraverso il filtro che preferisco sempre utilizzare nella vita reale, ovvero quello della parola, della scrittura e dei libri.

Ci ho messo del tempo per buttare giù questo articolo di preambolo. Era tutto nella mia mente, come sempre, ma volevo essere sicura di avvicinarmi alla chiarezza.
Inoltre, mi piace l’idea che tutto rimanga scritto in questo blog e che forse fra qualche anno, quando qualcosa sarà certamente cambiato, potrò ritornare qui a vedere com’era. Nell’agosto del 2019.

Per ora concludo con un’ultima parola, anzi due, quelle che forse ho sentito di più durante la mia breve permanenza in questo piccolo Paese dell’America Centrale, quelle che la gente del posto usa nelle più svariate circostanze: per salutare, per indicare uno stato d’animo, per ringraziare, per convenire, per confermare e per augurare.
Pura vida.

 

Continua in Parte 2. 

6 thoughts on “Culture e storie- Riflessioni di preambolo (Parte 1)

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