“Racconti in Altalena” di Jorge Canifa Alves: viaggiando da Capo Verde all’Italia e viceversa

DSC02370Racconti in Altalena di Jorge Canifa Alves è un titolo che avevo già menzionato in passato in questo spazio, in occasione di un incontro letterario nella libreria dell’usato. Benché ci tenessi a scrivere le mie impressioni qui per poterle in qualche modo fissare, non mi è stato semplice impostare il presente post. Infatti, si tratta di una raccolta di brevi racconti molto diversi fra loro. Alcune sono storie di pura finzione, altre si ispirano a fatti realmente reali, altre ancora miscelano realtà e finzione; alcune storie si svolgono in ambienti reali, altre in posti surreali oppure in spazi non ben definiti al confine fra realtà, sogno e immaginazione.

I narratori delle storie sono molteplici, dalle pagine si sollevano voci che parlano in lingue diverse, alcune giungono da vicino, altre arrivano da luoghi e tempi lontani; ci raggiungono persino alcuni echi tribali, voci e bisbigli degli spiriti di altri mondi e le antiche voci delle tradizioni tramandate di generazione in generazione.

I racconti sono popolati da personaggi molto diversi fra loro: così conosciamo Agua e Nita, due delle rappresentanti donne dalle isole di Capo Verde verso l’Italia; Samira e i suoi genitori sono fra le vittime della fame di uno dei terribili episodi riguardanti l’arcipelago; c’è un nonno del futuro che racconta al nipote la storia tragica della bella Gisele, la donna che visse nel passato, quando ancora gli esseri umani avevano due gambe e le utilizzavano per camminare.

Tuttavia, in questo tessuto narrativo tanto multicolore e frastagliato, è possibile individuare un filo conduttore che lega le storie e i personaggi. A mio avviso, a fare da telaio su cui si sbrogliano e si intrecciano i fili dei racconti ci sono i due temi: multiculturalismo e libertà.

In primo luogo, c’è un particolare concetto di multiculturalismo che l’autore riesce a far emergere in superficie attraverso le storie dalle molteplici sfumature. La scrittura di Jorge Canifa si articola sulla linea di confine fra i territori della propria atrie e le terre straniere; essa è fatta di incroci, di traslazioni e migrazioni: è attraverso la lingua italiana che egli ricerca la sua terra d’origine, ma è pure attraverso le parole in lingua straniera che egli si lega più fermamente all’Italia. I personaggi delle sue storie, protagonisti e non, provengono da vari luoghi: ci sono tanti capoverdiani in Italia così come altrettanti italiani a Capo Verde, ma non mancano tante altre culture.

Capo Verde, la terra d’origine di Jorge Canifa, riveste spesso il ruolo di protagonista delle storie e di essa ne emerge un ritratto tanto nostalgico e affettuoso quanto doloroso e difficile: una terra dimenticata da Dio, castigata da siccità e fame; madre tanto amorevole quanto ingrata, poiché non riesce a nutrire ed a proteggere del tutto i suoi figli, e questi ultimi innalzano al cielo il loro grido di disperazione:

«Quale atroce peccato abbiamo commesso? Dio, tutto è nelle tue mani».

Ma, mentre dall’invocato Cielo non arrivano risposte, il dolore e l’insoddisfazione dell’essere generano il male e creano i demoni della realtà:

«La luna  silenziosa guardava argentea quell’isola avvolta nella più nera disperazione e pensava già al peggio che sarebbe accaduto da lì a poche ore, quando il sole avrebbe indossato l’abito da imperatore e avrebbe incendiato l’aria», e la siccità è qui metaforicamente rappresentata da un ‘Sole Imperatore’ che regna sovrano e, immagino io, tiranno.

«Il calore stanca e infiacchisce i corpi già affamati e deboli, e si insinua dentro la volta cranica e spezza i legami con lo spazio e il tempo, seminando la pazzia, genitrice di morte».

Il concetto di multiculturalismo cantato in prosa  da Jorge Canifa è un inno alla diversità, il motore che anima le sue storie, è la forza centrifuga che si propone di contrastare l’appiattimento dell’uguale. Oriente ed Occidente qui cercano di liberarsi della definizione politica:

«A Occidente c’è una luce troppo forte per poter sognare ad occhi aperti, magari avvolti nel magico manto della fantasia…
Noi che veniamo da laggiù, da Capo Verde, noi che orientali non siamo per posizione geografica, ma neppure occidentali per posizioni umane, noi non abbiamo che i nostri due  “occhi luminescenti” per poter sognare. E se il primo, il sole, ci nutre di soavi bellezze cromatiche e ci fiacca nel corso del giorno – sempre troppo lungo, sempre troppo caldo – il secondo, la luna, ci raduna tutti ai piedi del suo fresco tappeto notturno, prima di levare su di noi il manto della fantasia, dei racconti, delle leggende, delle cose che non sono state scritte, ma che non sono andate perdute e sempre di mente in mente sono state tramandate».

Ogni racconto del libro è introdotto dalle parole di altri scrittori, si comincia sempre con una citazione oppure con qualche verso di poesia dei grandi rappresentanti delle letterature del mondo, fra cui da Pirandello e Amilcar Cabral. La figura di quest’ultimo, in particolare, non poteva certamente non comparire di tanto in tanto, in quanto portavoce dell’indipendenza e dell’emancipazione capoverdiana, che ci ricollega al secondo tema portante del libro: la libertà.
Tutti i personaggi dei racconti ricercano la libertà, in tutte le sue forme, e agiscono in nome di essa: libertà di vivere, di essere madri e padri, di scegliere il proprio destino, di pensare quello che la propria testa desidera pensare, persino libertà di decidere di morire. Ne vien fuori un vero e proprio inno alla libertà, nel limite del rispetto degli altri e degli spazi altrui. Se fra le pagine del libro si volesse trovare un messaggio lasciato dall’autore credo che le seguenti parole lo riassumerebbero molto diligentemente:

«È una cosa meravigliosa avere amici con cui puoi condividere il bel gioco dell’altalena: con una spinta sei lì, in una parte sconosciuta del mondo, poi torni indietro verso il tuo territorio di partenza, e un attimo dopo sei in un altro contesto culturale… Non avere una mentalità chiusa, non fermare l’altalena è il segreto per una pacifica convivenza».

Così, storia dopo storia e passo dopo passo, si giunge all’ultimo racconto che funge da epilogo, ambientato questa volta in uno spazio non fisico bensì virtuale: si potrebbe trattare di una chat o di una qualsiasi altra applicazione per scambio di messaggi istantanei. Il racconto è una composizione di frammenti collegati fra loro attraverso la dinamica del dialogo; talvolta le parole si sovrappongono e convergono simultaneamente in un punto, nonostante provengano da diverse parti nel mondo. Di volta in volta, di frammento in frammento, ogni voce condivide con gli altri una piccola parte della propria esistenza e della propria cultura, un pezzo della propria storia. Tuttavia, tutte le voci di chi parla sono protagoniste di questa conversazione virtuale che, in sintesi, rappresenta la vera magia del nostro presente: utilizzare il Web per far scomparire le distanze fisiche e, chissà, forse anche le barriere culturali.

In fondo, questo è anche un po’ quello che talvolta succedere in uno spazio come questo, WordPress, dove anche noi che leggiamo, scriviamo e condividiamo abbiamo la possibilità di scegliere se unirci al gioco dell’altalena.

Concludo il post con quello che considero una specie di regalo da parte dello scrittore per noi lettori, ovvero la sua lettura di una delle storie di Racconti in Altalena, intitolata La Casa di Aqua.

 

 

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9 thoughts on ““Racconti in Altalena” di Jorge Canifa Alves: viaggiando da Capo Verde all’Italia e viceversa

  1. Avvevo già letto e commentato il precedente post ma oggi ho approfondito la conoscenza di questo autore. Sempre interessanti i tuoi pezzi alla scoperta di voci che appartengono a un mondo quasi sconosciuto a noi.

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  2. Ho ascoltato con piacere la lettura di Jorge, molto espressiva. La triste melodia del “fado” in sottofondo ci trasporta sulle rive del mare… un racconto certamente biografico, reale quindi, dove la tristezza del sogno migratorio si mescola con i dolorosi coinvolgimenti sentimentali di donna. Ma ancora una volta, e per fortuna, la Famiglia diventa il rifugio sicuro… dove l’amore è puro e disinteressato. A lieto fine, insomma.
    Grazie per condividere, serena giornata :-)claudine

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  3. Marian, fantastico!!!!
    Grazie, per questa straodinaria recensione! Ti consiglio “il Salto dello Scorpione” dello stesso autore, cioè io! Ahahahah… dopo questo bellissimo pezzo, vorrei regalartelo io il romanzo, ma non so dove inviartelo! Fammi sapere…
    E’ straordinario come tu abbia individuato anche due piloni su quattro da me individuati: Multietnicità, Libertà, Donna e Acqua (l’acqua è un omaggio alla Madre Terra, è un ricordare a chi ci vive, a noi, che Le dobbiamo molto rispetto, dobbiamo salvaguardarla… Dove non c’è acqua c’è conflitto come nel caso di Sha… Ramon e Gisele hanno a che fare con un’acqua differente, nemica e solida, perché?).
    Grazie ancora
    Jorge Canifa@yahoo.it Alves

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    • Rimango sempre sorpresa, felice ed emozionata nel poter sentire la voce diretta di alcuni degli autori/artisti di cui parlo in questo piccolo blog, magari attraverso qualche commento o qualche contatto diretto, come in questo caso. In verità, sono io che ringrazio di cuore. Grazie per la scrittura, per il tuo “olhar”, per aver completato questo post con la “voce dell’autore” in prima persona (non poteva chiudersi in modo migliore) e aver condiviso i quattro piloni fondamentali del libro in questione.
      Il Salto dello Scorpione è già nella mia lista disordinata di letture! 🙂
      Obrigada!

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